Teatro

“Amore e delitti non hanno logica”

Nello spettacolo Rosa, il caso Vercesi di Fabrizio Rosso, con l’attrice Anahì Traversi, andato in scena al Teatro Sociale, un pendolo bianco, più grande rispetto ad altri oggetti sul palcoscenico, oscilla da un’estremità all’altra, lasciando una scia di luce, come a simboleggiare la dualità della condizione umana. Tanto più si rigetta quello che non si vuole, tanta più forza si offre al rimbalzo. Più il pendolo si spinge da un lato, alla ricerca del piacere, più pesantemente ricadrà dall’altro lato nel dolore. E più impiegherà tempo per tornare al centro, fermando il suo movimento, e trovando il suo equilibrio o la sua interruzione. Ma il pendolo, che diventa metafora in questo spettacolo, è anche lo strumento per la ricerca della verità che nella storia vera di Rosa Vercesi e Vittoria Nicolotti ha avuto il suo culmine nell’omicidio passionale. Dal momento che «la verità non è mai interamente se stessa, è tuffata nella tenebra oceanica della vita» per riprodurre i sentimenti della vicenda, tra Rosa e Vittoria, (che a Torino nel 1930 fecero scandalo per la loro omosessualità), l’oscurità si impone nella narrazione del regista Fabrizio Rosso, che si è ispirato all’opera di Guido Ceronetti, e nella scenografia, curata da Marianna Peruzzo. La vita di Rosa e Vittoria, interpretate da Anahì Traversi, che ha vestito e svestito con grande bravura i panni delle due amanti, è stata un ondeggiare di passione violenta, di sesso dominante, di gelosia, di possessione, acuite e amplificate dall’uso della cocaina.

Il paesaggio teatrale che più mi ha colpita di questo spettacolo è stato il buio in scena. Un buio insistente, penetrante, coperto e pervaso da rumori indecifrabili, da figure, da musiche, da sonorità e da lunghi silenzi. Proprio quel buio che ha caratterizzato la vita di queste due donne amanti, coinvolte in una storia dal finale drammatico, dai toni oscuri, dentro una relazione malata, sfociata tragicamente con l’assassinio di Rosa, che uccide l’amante Vittoria. Il dramma prende forma nel corpo di Rosa, che nuda sul palcoscenico, dà le spalle al pubblico, portando dentro di sé una presenza malvagia, una figura spettrale che si ingrandisce proiettata sulla sua schiena, mentre emette una voce inquietante. Il buio in sala non ha decretato solo la fine dello spettacolo ma anche la fine di un vissuto tragico e di una storia finita nel sangue.

Nicoletta Barazzoni

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