Commento

Angelo Panebianco rilette sul rapporto i tra identità ed istituzioni

Nel volume Identità e istituzioni (il Mulino 2025), Angelo Panebianco analizza l’individuo, il gruppo e la politica, concentrandosi sul rapporto tra identità politiche, sia individuali che collettive e le dinamiche istituzionali. Il politologo, di orientamento liberale, predilige i fenomeni di organizzazione sociale che nascono dal basso. Nel testo compaiono immediatamente figure come Herbert Simon e Friedrich von Hayek, che hanno contribuito ad abbattere le barriere tra economia e altre scienze sociali, tracciando connessioni tra analisi istituzionale, economia e scienze. Panebianco sostiene che qualsiasi tentativo di spiegare le macro-dinamiche sociali o politiche debba necessariamente partire dal micro. Ossia dall’agire individuale e dalle interazioni tra individui, collegando la scienza politica alla psicologia. Il volume si fonda sull’individualismo metodologico, che accompagna la prospettiva dal basso verso l’alto. Esiste una distinzione tra individualismo forte, che percepisce gli individui come atomi reciprocamente indipendenti, e individualismo debole, che li considera animali sociali in costante interazione.

Secondo Angelo Panebianco, l’essere umano appartiene sin dalla nascita al secondo gruppo ed è gettato in un mondo sociale già strutturato con cui deve confrontarsi. Da qui si collega alla teoria della scelta razionale, secondo cui le persone massimizzano la propria utilità e sono capaci di ordinare le proprie preferenze. Tuttavia, esiste anche la teoria della razionalità limitata, che presuppone che gli esseri umani debbano sempre fare i conti con potenti limiti cognitivi e con i vincoli del loro ambiente. Il framing riveste grande importanza nelle scienze sociali, poiché determina il modo in cui vengono presentate le informazioni rilevanti per una situazione. Anche le emozioni rientrano negli interessi di Panebianco, in quanto influenzano il quadro sociale in cui opera l’individuo. Scienze politiche, sociologia e antropologia cadono nell’errore di sottovalutare l’importanza del self-interest nel comportamento umano. Una dimensione sulla quale l’autore insiste nel libro – questa dimensione rimane insufficientemente analizzata.

L’autore spiega anche come il self-interest possa combinarsi con altri motivi dell’agire umano. Il self-interest non riguarda esclusivamente interessi materiali. Ma coinvolge anche scelte morali e valoriali con identificazioni e appartenenze che non si escludono reciprocamente. Da qui emerge il principio secondo cui l’utilità personale può avere un ruolo nel mantenimento o nel mutamento delle credenze individuali in conformità con l’utilità stessa. Complessità e incertezza condizionano atteggiamenti e comportamenti. Un altro capitolo del libro è dedicato alla questione dell’identità, in particolare ai rapporti tra identità personale e identità collettiva. Panebianco esplora la questione del conformismo in relazione alla teoria della scelta razionale di James Coleman. L’identità individuale si afferma anche quando si sovrappone all’identità collettiva. Non esiste un’identità di gruppo determinata che non si confronti con altre identità di gruppo. È necessario comprendere quali rapporti si stabiliscano tra identità personale e identità collettive di gruppo.

La costruzione della nostra identità, individuale o di gruppo, è sempre connessa, scrive Panebianco, al modo in cui interpretiamo il mondo che ci circonda. Lo aveva ben espresso Hayek, secondo cui la mente umana è intesa come un sistema di classificazione che evolve con l’esperienza e quindi con l’interpretazione. È così che si costituisce la conoscenza. Grazie al nostro sistema di classificazione, secondo l’austriaco. Grande importanza nel volume è data anche a Henri Tajfel e al processo di categorizzazione. Ovvero un processo che spiega la semplificazione operata nella percezione del mondo fisico e sociale, attraverso cui l’individuo organizza la percezione soggettiva del proprio contesto. Raramente, scrive Angelo Panebianco, la dimensione collettiva riesce a fagocitare interamente la dimensione personale individuale. Il grado di coesione del gruppo incide sull’autonomia dell’individuo. Quando il gruppo è diviso, l’individuo singolo è più libero di cercare al di fuori punti di riferimento, valori o norme.

Non solo le teorie dei gruppi di riferimento, ma quelle più valide sono quelle ipotizzate da Hayek e Tajfel: le nostre azioni sono guidate da regole di cui spesso o talvolta neppure siamo consapevoli. Per Tajfel l’individuo può rapportarsi agli altri come singolo oppure come appartenente a un gruppo. L’appartenenza a un gruppo può essere imposta dall’esterno o scelta dal soggetto. Ci può essere una forte identificazione oppure un’identificazione debole. Tuttavia, Tajfel non tiene conto delle differenze tra i gruppi. E neppure, scrive Panebianco, della leadership interna dei gruppi. Una persona può disporre di una pluralità di identità sociali collegate ai suoi diversi ruoli. In un altro capitolo Panebianco parla del ruolo delle élite. Le istituzioni possono intrattenere diversi rapporti con le identità politiche e collettive. In assenza di interdipendenza, la regola è del “vivi e lascia vivere”. Entrambi i gruppi guadagnano dalla loro cooperazione se si dà interdipendenza positiva.

L’interdipendenza negativa implica conflitto per il controllo delle medesime risorse. Un altro concetto chiave di Panebianco è il fatto che l’identità politica si forgerà sempre contro qualcuno. L’organizzazione o il gruppo possono essere più o meno accentrati o decentrati, e da questo deriva la distinzione tra leadership transazionale e leadership trasformativa. Le leadership si innestano con conseguenze sulle dinamiche identitarie. Panebianco spiega che si può assumere l’identità personale come elemento di raccordo tra identità collettiva e individuo. Poi fornisce una definizione di istituzione, ovvero una regola o un insieme di regole, che dà luogo a regolarità di comportamenti fondati sull’osservanza generale delle regole e dotato di meccanismo sanzionatorio. Le istituzioni sorgono per alleviare l’incertezza che caratterizza i rapporti sociali. Risolvono i problemi di coordinamento delle persone e l’intera vita sociale ne è impregnata. Sono potenti stabilizzatori di interazioni sociali e rappresentano le dimensioni normative degli ordini spontanei.

Nascono per risolvere problemi di coordinamento e di cooperazione e non sono semplici convenzioni. Non tutte le organizzazioni diventano istituzioni. Solo quelle che sperimentano un processo di istituzionalizzazione, ovvero il passaggio dall’informalità alla formalità, che implica una trasformazione mediante la quale l’organizzazione acquista confini definiti, una gerarchia interna e un apparato amministrativo che la stabilizzano. I comportamenti di routine aiutano in questo senso. Un’organizzazione istituzionalizzata è, secondo Panebianco, un sistema costituzionale, un’arena di potere e un ordine spontaneo. Arena di potere perché al suo interno sussistono varie sottounità che competono tra loro per la leadership e inevitabilmente emerge una coalizione dominante. Ma è anche un ordine spontaneo perché le attività che vi si svolgono sono prodotte dalla cooperazione tra gli individui che le sviluppano indipendentemente dalla gerarchia. Fu Hayek che distinse taxis – ossia un ordine costruito – e cosmos – ovvero un ordine spontaneo. L’istituzionalizzazione conferisce all’organizzazione stabilità e durata.

Le istituzioni sono depositarie delle tradizioni culturali di qualunque aggregato sociale e assicurano la trasmissione attraverso le generazioni. Panebianco affronta anche i problemi della resistenza al cambiamento all’interno e all’esterno delle istituzioni, dei comportamenti di routine, ma anche e soprattutto degli interessi. Eventi esterni possono dare una finestra di opportunità quando il cambiamento è imposto dalla sfida ambientale. Le istituzioni sono le principali generatrici di identità collettive, scrive Panebianco. E la forza e la stabilità dell’identità collettiva assicurano la forza e la stabilità delle istituzioni. Un altro capitolo riflette sulle identità politiche. La politica è un gioco contro persone, scrisse Giovanni Sartori e implica sempre un conflitto. Le élite politiche e le classi dirigenti delle democrazie giocano un ruolo nel loro mantenimento. I governanti si trovano spesso in arene politiche e di arene civili.

Le istituzioni politiche, sottolinea Panebianco, alimentano le identità collettive. Alle istituzioni si ancorano le identità collettive che in alcuni casi sono generate da movimenti collettivi sorti per cambiare le istituzioni. I meccanismi della democrazia funzionano da costruttori e costringono gli avversari a trattarsi come tali. Le identità collettive rappresentano l’argomento finale delle tesi di Panebianco. A seconda del tipo di arena, l’identità politica assume differenti sembianze e svolge ruoli differenti. La nazione è, secondo Benedict Anderson, una comunità immaginata. Il processo di costruzione della nazione non equivale sempre al processo di costruzione di un’identità nazionale. Non è detto che essa riesca poi a formare un’élite o una classe dirigente. La nazione, scrive Panebianco, si definisce spesso e volentieri per opposizione, un’opposizione tra noi e loro. Le persone cercano di sfuggire alla protezione nelle comunità locali o in istituzioni extrapolitiche, ad esempio religiose, oppure al seguito di movimenti estremisti.

Amedeo Gasparini

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