Commento

Antologia di un fingitore, l’universo di Fernando Pessoa

Curato da Federico Bertolazzi, Poesie (Garzanti 2025) di Fernando Pessoa è un’antologia che attinge ai testi pubblicati in vita dall’autore e racchiude l’universo tematico del grande portoghese. Una scelta editoriale che distilla il meglio di quel magma testuale ancora oggi oggetto di riorganizzazione e pubblicazione. Alle liriche degli eteronimi si affiancano quelle ortonime – in portoghese, inglese e francese – accomunate dalla riflessione sul paradosso dell’esistenza e da un costante gioco di rimandi tra realtà e sogno. Verità e finzione. Una selezione che restituisce al lettore la molteplicità di Pessoa nella sua forma più autentica e consapevole. Bertolazzi scrive che Pessoa, come Walt Whitman, avrebbe potuto dire di sé «Sono vasto, contengo moltitudini». Il poeta incarnò, in effetti, questa vastità attraverso una pluralità di figure d’invenzione. Gli autori dotati di uno statuto meramente estetico hanno tutti una voce, uno stile, una personalità autonoma.

Tra questi spiccano il paganeggiante Alberto Caeiro, il classicista Ricardo Reis e il modernista Álvaro de Campos. Tre maschere di un teatro interiore senza eguali nel Novecento. Che condividono il palco col loro stesso creatore. D’altronde, Pessoa lo ha scritto in una delle sue poesie più significative: «Il poeta è un fingitore. / Finge così interamente, / che sa finger ch’è dolore / il dolor che invero sente». Ma nell’opera di Pessoa, la finzione non è mai semplice artificio letterario. È una necessità ontologica. L’eteronimia non nasce come gioco, ma come risposta alla frattura dell’io moderno. Pessoa non moltiplica le maschere per nascondersi, bensì per rendere abitabile la propria discontinuità interiore. Difatti, ogni voce è un tentativo di oggettivare un’emozione, di dare forma a una possibilità dell’essere. In questo senso, il “fingitore” è colui che trasforma il sentimento cosciente. Che distilla il caos dell’esperienza in architettura poetica.

Tutta l’antologia è, in effetti, un laboratorio dell’identità, dove l’io non si afferma. Ma si scompone e si analizza fino a diventare pluralità strutturata. Ed è proprio questa lucidità quasi chirurgica a fare di Fernando Pessoa una delle coscienze più moderne e inquietanti del Novecento. Nato a Lisbona il 13 giugno 1888, riceve una formazione in lingua inglese che accompagnerà tutta la sua vita professionale – lavorerà come traduttore per ditte commerciali. Ciò gli apre orizzonti cosmopoliti destinati a restare, in lui, di natura esclusivamente interiore e spirituale. Nel 1901 compone la sua prima poesia conosciuta. Abbandonata l’università, la passione per la scrittura si manifesta nella fondazione della casa editrice Íbis. Quindi fonda Orpheu e nel 1924 Athena. La sua produzione culmina nel 1934 con Mensagem, quarantaquattro poesie in un linguaggio elaboratissimo, alchemico ed esoterico. Muore poco dopo per complicazioni epatiche, lasciando un’opera immensa e quasi del tutto da rivelare.

I temi che attraversano la raccolta sono quelli da sempre centrali nell’universo pessoano: l’inquietudine dell’anima, la nostalgia, il mondo onirico, la solitudine, l’infanzia perduta, l’incertezza, la morte. Su tutto domina il mare, omaggio a Vasco da Gama, simbolo di un Portogallo malinconico. Di un impero che non ha mai trovato compimento e di lacrime che non si sono mai asciugate. «Quel che voglio è portare alla Morte / Un’anima traboccante di Mare», scrisse. Anche l’immaginazione si fa naufragio: «Fornitemi metafore, immagini, letteratura, / Perché in reale verità, davvero, letteralmente, / Le mie sensazioni sono una barca dalla chiglia all’insù, / La mia immaginazione è un’ancora semisommersa». E il Portogallo stesso diventa luce fredda e soglia sospesa: «Il tuo esser è come quella luce / Fredda che precede l’aurora, / E che di già il giorno induce / Sulla soglia, nulla che affiora».

Fra tutte le poesie della raccolta, “Tabaccheria” si erge come tra le più compiute, capace di raccogliere in sé l’intero universo dell’autore. L’incipit è un colpo diretto al cuore dell’esistenza. «Non sono nulla. / Non sarò mai nulla». E da lì la voce si dispiega in una confessione lucida e spietata. «Sarò sempre quello che non è nato per questo; / Sarò sempre solo quello che aveva le qualità; / Sarò sempre quello che ha aspettato che gli aprissero la porta accanto a una parete senza porta / […]. Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto […]. Ho fatto di me quel che non ho saputo, / E quel che avrei potuto fare di me non l’ho fatto / […]. Quando ho voluto togliere la maschera, / Era incollata alla faccia. / Quando l’ho tolta e mi sono visto allo specchio, / Ero già invecchiato».

La raccolta antologica si chiude su una nota inaspettatamente quieta. Dopo una vita trascorsa a moltiplicarsi e a interrogarsi – «Senza follia l’uomo che cos’è?» – Pessoa sembra approdare a qualcosa di simile alla pace. Lo testimonia una delle ultime liriche: «E chiudo gli occhi caldi, / Sento tutto il mio corpo disteso nella realtà, / So la verità e sono felice […]. L’essenziale è saper vedere, / Saper vedere senza stare a pensare, / Saper vedere quando si vede, / E né pensare quando si vede, / Né vedere quando si pensa». Un’accettazione serena e inattesa, che chiude il cerchio di una delle voci più tormentate del Novecento. «Il mio cuore è un’anfora che cade e si spezza … / Il tuo silenzio lo raccoglie e custodisce». Forse è proprio in questo silenzio finale che Fernando Pessoa, dopo essersi moltiplicato all’infinito, trova finalmente se stesso.

Amedeo Gasparini

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