Storica imprenditrice della mobilia tra Lucerna e Mendrisio, è morta alla vigilia dei 99 anni nella sua tenuta di Lucerna. Figlia di emigranti di Adrara San Martino, si era realizzata partendo dal niente, con un bagaglio munito soprattutto di volontà, creatività e incontenibile spirito di iniziativa.

Piera Zehnder Lordelli
Carica della lunga e intensa storia di cui è stata infaticabile costruttrice e salda protagonista, è mancata a Lucerna in Svizzera, sua città adottiva, la bergamasca Piera Lordelli. Avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 4 giugno. Per decenni è stata una pioniera lungimirante nel campo dell’arredamento: approdata in una famiglia che era già un nome di primo piano nel campo dei mobilieri svizzeri, è diventata lei stessa creatrice di un’espansione a sud della Svizzera, nel Ticino, dove la sua famiglia era giunta da Adrara San Martino. Si era alla fine degli anni Venti del secolo scorso e dalle Valli Calepio e Cavallina furono molti che dalla Bergamasca emigrarono e si stabilirono, soprattutto nel Mendrisiotto.
Piera aveva pochi mesi di vita: nata a metà del 1927, ancora in fasce e in braccio ai genitori Barbara Mussinelli e Matteo Lordelli fu portata a Riva San Vitale. Il papà, bicipiti alla Peppone, faceva il falciatore e il boscaiolo. Capacità e resistenza al lavoro da stelle a stelle, tirò su con la moglie una famiglia di 5 figli: dopo Piera, nacquero Silvio, Mario, Renato e Erica.

Piera Zehnder Lordelli con marito e figlie
Partì con gli zoccoli e tornò da imprenditrice
A vent’anni, dopo un’occupazione in una fabbrica di cerniere a Mendrisio, la primogenita decise di varcare il San Gottardo per imparare il tedesco. Partì d’inverno, calze di lana e zoccoli: con tutta la grinta di cui era capace e che non le fece mai difetto, costruì la sua fortuna. Conobbe Josef Zehnder, una dinastia affermata nei mobili, nel 1949 lo sposò e iniziò il decollo nel successo. La biografia di Piera è da antologia per le circostanze e le modalità con cui si è dipanata, sempre in crescendo. È quella che si dice una “self-made woman”, una donna che ha brillato nel firmamento dell’imprenditoria svizzera, rimboccandosi le maniche ed esprimendo l’estro, la creatività, il buon gusto di cui era molto dotata. Partita con un suo negozietto di due vetrine sulla centralissima Bundesplatz di Lucerna, riuscì ad eccellere creando un Centro del mobile allo svincolo autostradale di Mendrisio, che divenne un punto di riferimento a livello cantonale e oltre, abbinando qualità e convenienza.
Faceva la spola avanti e indietro da Lucerna al Ticino: scendeva a inizio settimana e rientrava il sabato. Agli esordi, bussava alle porte dei parroci per sapere chi si sposava e poi andava a trovare tutti i futuri sposi, proponendo loro le migliori offerte. Si fece così una clientela sempre più vasta.
Uno degli slogan che Piera amava ripetere dal suo tavolo di comando era che “non basta sfornare il pane buono, bisogna farlo conoscere…”. E ricordava: “La gente ci chiedeva un catalogo, noi non avevamo nemmeno un prospetto. Eravamo partiti dal niente. Mio marito scattò alcune foto, che riunii in un album, messo insieme con una certa originalità…”.
Arredatrice di sogni, sponsor dello sport
Nella fase più dinamica il gruppo ticinese di Piera aveva toccato quota 60 dipendenti (la metà di quelli del marito e famiglia), con un volume di 20 milioni di franchi, dentro una sede moderna, funzionale, centrale, su una superficie di sei mila metri, venduta quando andò in pensione. Lei era dappertutto, si moltiplicava, era anche nei radar, a bordo della sua potente Mercedes. Arredatrice dei sogni di chi si sposava, sui giornali voleva una pubblicità alla sua maniera, originale, inconfondibile, con il disegno stilizzato del Centro del mobile, le offerte più intriganti e slogan ricorrente: “Chi da Zehnder-Lordelli va/ trova classe e qualità”. Istrionica come pochi, ammaliava e arrivava alla firma del contratto. Motto ricorrente imparato da tutti i dipendenti: “Ho un programma per tutti i giorni”.

Piera Zehnder Lordelli con Bartali e Kübler
Gli anni d’oro di Piera e della Zehnder-Lordelli a Mendrisio coincisero anche con magiche stagioni per lo sport e generose sponsorizzazioni, dal calcio all’ippica, dal pugilato all’automobilismo, con uno spazio rilevante per il ciclismo.
In pole position ci fu il Velo Club Mendrisio, capitanato da Renzo Bordogna, altro pioniere conterraneo – lui nella finanza – regista dello storico mondiale 1971 vinto da Eddy Merkx su Felice Gimondi, entrambi poi ospiti alla sua corte. Insieme portarono i grandi nomi della bici nel suo Centro. È una popolosa galleria di campioni di varie stagioni. L’album che sfoglia Piera è folto di nomi: aveva un profondo rapporto di amicizia con Clay Regazzoni, non parliamo poi di Gino Bartali, indimenticabile campione di umanità, un testimone eccezionale per coerenza nei valori che interpretava e trasmetteva. Sono stati bene insieme: con lui e la moglie Adriana erano andati da Papa Wojtyla.

Piera Zehnder Lordelli con Clay Regazzoni
Nostalgia di un’infanzia povera ma serena
Adrara S. Martino e la Bergamo delle sue indimenticate radici, Il Ticino e il Mendrisiotto in particolare erano nel DNA di Piera, dai primi timidi ricordi della fanciullezza a Riva San Vitale fino a Corteglia di Castel San Pietro, dove aveva coronato un suo sogno con la costruzione di una splendida villa aureolata di vigneti. Qui Piera, quando ne sentiva la nostalgia, si faceva accompagnare dalle figlie Margaritha e Trudy o da qualche nipote. Giusto il tempo di fare il pieno di ricordi, respirare quell’aria e la solarità della invidiatissima dimora, trascorrere un po’ di tempo con la sorella Erika e la sua famiglia, che abita appena dietro la collina, poi via di nuovo verso Lucerna “perché – concludeva con una punta di malinconia – a una certa età diventa naturale il desiderio di un rifugio dove si è organizzata la vita, avendo tutto in ordine, a portata di mano e sotto controllo”.

Piera Zehnder Lordelli e i suoi cavalli
Nel corso dell’ultima intervista le avevamo chiesto come si sentisse in quest’epoca, lei nata ed emigrata in Svizzera a cavallo di due guerre mondiali: se mettiamo passato e presente sui due piatti della bilancia, verso dove avrebbe fatto pendere l’ago? Franca la sua risposta: “Tutto sommato, preferirei rivivere quegli anni di povertà: duri, ma quanto sereni. Ci bastavano un torrone, un pugno di spagnolette e un’arancia per essere contenti. Che sogno poter rifare ciò che facevo! Tornare a casa e mangiare un piatto di patate… Questa vita è diventata troppo frenetica”.
Come darle torto? Anche per una super-dinamica, veloce e intuitiva del suo calibro, era diventato troppo faticoso tenere il passo e da anni ormai si era rifugiata nel suo “buen retiro” nella vasta cerchia affettiva di Kastanienbaum.
Giuseppe Zois