Personaggi

Aurelio Galfetti, maestro dell’architettura contemporanea ticinese e svizzera

Credo che Aurelio Galfetti (Lugano 1936 – 5.12.2021) lasci alla cultura, e non solo architettonica, due grosse eredità. La prima è la capacità di immaginare, di spingersi oltre, di non ritenere che la soluzione d’un problema si concluda su se stessa. È solo la messa in atto di una tappa d’un progetto più ampio, praticamente – diceva – senza fine. Così come infinito era il terreno della sua ricerca, ossia lo spazio. Non “costruire” lo spazio, ma considerarlo una misura entro cui agire, lungo l’intera gamma della possibilità. Su tutte poneva la dimensione umana nel suo rapporto non solo fisico, ma prima umanistico, cioè tenendo conto di tutte le sue possibilità e aspettative. Non è quindi un caso che sia stato il primo direttore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, progettata e costruita da Mario Botta all’interno di una concezione appunto umanistica prima che tecnica, cui Galfetti aveva dato il suo apporto appunto concettuale. Bastava starlo ad ascoltare in una conferenza o semplicemente durante una trasferta in auto per capire intanto che considerava l’architettura come il frutto di un albero ben radicato e frondoso, e poi che nemmeno prendeva in considerazione il concetto di architettura locale: Sopra e Sotto, Ceneri, pianura e montagna, terra e mare, attualità e storia. Dello spazio senza fine, ma dotato di qualità, tocca agli architetti tirar fuori quelle possibilità che già possiede, secondo una concezione socratica, maieutica delle cose. Era essenziale per lui aiutare a far nascere le idee. Ho lavorato con lui, ti guardava con i grandi occhi chiari riuscendo sempre a gioiosamente sorprenderti.

Questa concezione maieutica era essenziale nell’insegnamento. La seconda grande eredità che ci lascia Aurelio Galfetti consiste infatti nella capacità di trasmissione del sapere. Omone grande e grosso, è stato un fuoriclasse nel parlare a bassa voce (parlare pensando), come per insieme radunare i pensieri e riuscire a porgerli nel più comprensibile, rispettooso dei modi. Sempre mantenendo la prospettiva culturalmente ampia del costruire progetti anche minimi a suon sia di progressioni immaginative, sia di metodo. Che per prima cosa prevede l’analisi della situazione preesistente, delle cose come stanno riguardo allo spazio e al tempo. Cosicché i progetti arrivano da lontano, lungo i tornanti appunto della storia, per realizzarsi qui e adesso portando dentro di sé già qualcosa di storico. Per rimanere sul nostro territorio, basti pensare al restauro di Castelgrande e al bagno pubblico di Bellinzona.

Castelgrande a Bellinzona

Castelgrande a Bellinzona.

Il territorio, appunto. Da quell’urbanista che è stato, territorio per Aurelio Galfetti significava rapporto diretto, reciproco, persino intimo, collaborativo e affettuoso. Non lo concepiva come una “cosa” su cui costruire. Ma come l’ambiente del vivere e dell’operare, tenendo conto delle trasformazioni che è andato assumendo lungo il tempo e più intensamente nel dopoguerra. Cioè della vitalità, della capacità del territorio di trasformarsi e, per così dire, di guardare avanti. Aveva una rara capacità di lettura del territorio, una sorta di fulmineo colpo d’occhio ambientale e storico; lo leggeva davvero come un libro ben stampato. Nella gestione, nell’uso del territorio ricordandone il passato ma proiettandolo nel futuro, non nascondeva le responsabilità degli architetti così come dei politici. Anche questo principio rientrava nella sua straordinaria capacità di trasmettere il sapere ed è un lascito difficile da mettere in atto, ma necessario.

Dalmazio Ambrosioni

Biografia e opere – Aurelio Galfetti è nato a Lugano il 13 giugno 1936. Dopo gli studi al Politecnico federale di Zurigo, ha aperto uno studio di architettura a Lugano nel 1960, trasferito poi a Bedano (1963), a Bellinzona (1976) e di nuovo a Lugano (1992). Dal 1993 al 1998 è stato anche titolare di uno studio a Ginevra. Tra il 1962 e il 1980 ha collaborato con gli architetti Flora Ruchat, Ivo Trümpy, Ivano Gianola, Livio Vacchini, Mario Botta, Rino Tami e Luigi Snozzi. Nel 1984 ha insegnato in qualità di professore invitato al Politecnico federale di Losanna dando avvio a un impegno didattico proseguito a Parigi (Université Paris 8, 1987). È stato il primo direttore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, fondata nel 1996, dove è stato professore di progettazione e responsabile del ciclo di Master per l’architettura del territorio (1996-2009). Ha partecipato a numerose conferenze e seminari in Europa, America e Australia.

Torre NET a Padova

La torre NET a Padova.

Nel corso della carriera professionale, iniziata nel 1958, Aurelio Galfetti ha affrontato temi variati e complessi, spaziando in ambiti eterogenei: la costruzione di case unifamiliari e di ville, tra le quali spiccano la casa Rotalinti a Bellinzona (1960-1961) e la sua abitazione di Paros (1999-2002), quella di una serie nutrita di immobili per appartamenti o uffici, la progettazione e la realizzazione di asili per l’infanzia e di scuole, soprattutto in Ticino (1962-1985), nonché dell’aula polivalente dell’Università della Svizzera italiana (con J. Könz, 1998-2001), dell’École nationale de musique (con Y. Keromnes, 1998-2001) e della médiathèque di Chambéry (1989-1990). Ha inoltre realizzato l’Ospedale neurospichiatrico a Mendrisio (1969-1975), il bagno pubblico (con I. Trümpy e F. Ruchat, 1967-1970), il nuovo centro tennistico (con W. Buchler e P. Ceresa, 1983), la piscina coperta e la pista di pattinaggio di Bellinzona (1993), il centro di manutenzione autostradale di Airolo (con R. Tami, 1969-1979), le barriere fonoassorbenti dell’autostrada nella zona del Monte Generoso (con L. Pellegrini, 2001-2004), il Portale Morettina e di Piazza Castello a Locarno (con L. Pellegrini, 1988-2001), una stazione per il bus a Losanna (con A. Spitsas, 1988), l’edificio postale di Bellinzona (con A. Bianchi e R. Molina, 1977-1985), il centro civico comunale di Gorduno (con L. Pellegrini, 1995), senza dimenticare l’ampliamento della sede dell’industria di occhiali Sàfilo a Padova (con L. Pellegrini, 1998-2002) e la sede del Net Center, sempre a Padova (con C. Barchi e L. Schiavon, 2001-2005). Vanno segnalati anche il restauro della Chiesa di Santa Croce a Riva San Vitale (1967-1975) e di Castelgrande a Bellinzona (1981-1991), uno dei suoi lavori più conosciuti e premiati. Fra gli allestimenti espositivi, si ricorda quello del Parco per l’esposizione di sculture di Max Weiss a Cureglia, 1993, curata da Dalmazio Ambrosioni. Va menzionato, infine, il progetto per l’Alptransit Ticino, in collaborazione con P. Borrella, R. Ceschi, G. Gignoli e R. Ratti, 1993).

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