I viaggi di Manuela

Bloom’s Day a Dublino (prima parte)

Essere a giugno per le strade di Dublino e finalmente vivere quel giorno mitico dedicato ad un personaggio letterario, grazie al fatto che L’Ulisse di James Joyce si svolge nell’arco di una sola giornata, dal mattino a notte fonda, per le vie di Dublino. Oggi quell’evento è trasformato in un vero e proprio festival che dura nel tempo, con conferenze, letture, rappresentazioni, animazioni anche per bambini, rivisitando i luoghi topici del romanzo, dalla biblioteca al pub, al cimitero. Grazie alle minuziose descrizioni dell’autore, si possono rivivere, più o meno, le medesime situazioni. I più fanatici li vedremo in giro vestiti con abiti primo Novecento, pizzi, fruscianti mise per le signore, bombette, cilindri, gilet e frak per gli uomini. Percorsi in carrozza sono previsti e i biglietti vanno a ruba, mentre le tracce di Mr. Bloom si sovrappongono a quelle del suo autore, omaggiato da un centro culturale, da statue e targhe sparse un po’ ovunque.

Difficile, vista la simultaneità dell’azione, se non si dispone dell’ubiquità, seguire proprio l’intera giornata: i primi tre episodi dei 18 del libro si svolgono a Sandycove (raggiungibile da Dublino con il treno della DART, sorta di metropolitana di superficie che conduce in periferia, sulla cui tratta c’è anche il suggestivo villaggio di Hoth dove si mangia il migliore fish & chips della regione: confermo, non è un piatto di cui vado matta, ma preparato sul momento, affatto unto, risulta particolarmente gustoso, anche alle quattro del, pomeriggio!). “Location” letterarie sono la Torre Martello dove adesso c’è un museo joyciano (e qui sono organizzate delle letture) e la spiaggia. Protagonista Dedalus, il giovane artista, in cui lo stesso scrittore si raffigura. Nel secondo episodio troveremo Stephen nella scuola di Dalkey (Belvedere College, Great Denmark Street, dove Joyce studiò dagli 11 ai 16 anni). È un edificio del XVIII secolo e dalla strada si intravede la cappella in cui Dedalus ascolta il terrificante sermone sull’inferno. Il terzo episodio si svolge sulla spiaggia di Sandymount, anche se in realtà oggi, al suo posto, si trova un giardino.

Bloom appare solo a partire dal quarto episodio.  Egli vive (perché immortale) al numero 7 di Ecles Street. Era l’abitazione di un amico di Joyce, John Francis Byrne, nella quale, egli, già lontano da Dublino che aveva abbondonato giovanissimo, fu ospitato nel 1909.  Poi quella casa venne abbattuta, ma prima che sparisse del tutto, fu salvata la porta ora conservata al Centro Joyce, che si trova lì vicino, nel North Side. La casa fu abbattuta per far posto ad un ampliamento di una clinica privata, su cui è stata affissa una tardiva targa. In compenso esiste una sedicente Bloom House al civico 78, di fronte. Occorre fare attenzione a queste targhe, spesso fasulle, ovunque ci si imbatte in qualche citazione che intende commemorare il luogo così com’era nel 1904, ma in realtà scomparso. Ad esempio, la targa sul Loop Line Bridge si trova sul pilone sbagliato.

Di quel 16 giugno del 1904, un giovedì, sappiamo tutto, non solo il percorso che il personaggio fa durante quella epica giornata, ma anche come è vestito e quello che mangia; celebre è anche la sua seduta di gabinetto: un water fa parte del corredo di oggetti da collezionismo adorante.

Bloom esce per acquistare il rognone dal macellaio Duglacz e rientra per cucinarlo. Quindi la lunga giornata del Bloom’s Day inizia al mattino su un pianerottolo del Centro Culturale James Joyce. Un attore interpreta il monologo di Bloom davanti alla porta numero sette. Sentirlo recitare in inglese con tutte le assonanze e allitterazioni del caso, una scoppiettante cascata di onomatopee, è un’esperienza unica.  Impareggiabile il colloquio miagolante con la gatta ruffianella e sensuale, che spera nella sua parte di carne, e in cui è adombrata la figura della moglie Molly.

In un altro locale del Centro, si sta allestendo il Breakfast, la colazione di Bloom per stomaci forti: che alle otto di mattina si pappano le interiora di cui Leopold è ghiotto! Di mangiare rognone alle otto di mattina non ci penso proprio e nemmeno di fare una “finta” colazione bloomiana con the e succhi di frutta. E allora seguo un primo itinerario che mi porterà in giro per il quartiere e che ha inizio davanti all’edifico sorto al posto di quello originale… Ricordiamo che Bloom esce di casa dimenticandosi le chiavi, tutto qui ha un senso. Letture e spiegazioni si susseguono con la nostra guida. Indica più o meno il punto dove si trovava la macelleria. Prima di uscire la seconda volta, Leopold va in giardino, nel gabinetto, portandosi dietro il giornale “Titbits” (oggi è chiamato così un settimanale). Bloom è un piazzista di pubblicità, ma legge un racconto e calcola quanto viene pagato l’autore a colonna. Finirà per strappare la pagina e usarla per pulirsi, una delle scene più esilaranti del libro. Alcune situazioni si possono solo ormai immaginare, come la vetrina della Belfast and Oriental Tea Company.

Tappa successiva la chiesa cattolica di Ognissanti, dove l’ebreo Bloom va a sbirciare una messa. La Sweny’s Pharmacy (Lincoln Place) è tutt’ora come la descrive Joyce. Qui Leopold ordina una lozione per la moglie che poi si dimenticherà di ritirare e compra una saponetta al limone che, in una versione da gadget “anastatico”, viene venduta ancora oggi! Come un talismano Bloom se la porterà in tasca, insieme ad una patata, per tutto il tempo del suo viaggio urbano (avrà un posto di rilievo nella visionaria notte finale).

L’azione si sposta in un altro quartiere di Dublino, Sandymount, sono le 11 del mattino. Il programma a questo punto prevede un percorso in carrozza con cavalli, almeno è questo che mi aspetto, invece arriva un autobus sul modello però antiquato, distribuiscono capelli di paglia e ci si avvia verso un’altra tappa fondamentale che occupa il sesto episodio: il funerale al quale Bloom partecipa e quindi ci si dirige al famoso e storico cimitero di Glanesvin, oggi dedicato alla memoria dei caduti in guerra e degli eroi della Pasqua 1916. Anche qui un museo con dovizia di particolari. Quando arrivo si sta svolgendo un’autentica cerimonia funebre, all’aperto, molto colorata, fiorita, la gente siede dovunque persino sulle tombe, l’atmosfera è allegra e leggera, forse dissacrante per un cattolico, ma l’impressione è che vita e morte si congiungono come una medesima realtà.

Inutile cercare la statua di Nelson, abbattuta dall’IRA, al suo posto troviamo lo spillo della Spire, una discutibile torre in acciaio di 120 metri. La redazione dell’Evening Telegraph è diventata una libreria; il fioraio di Grafton Street, un negozio; non esiste più il Queens Theatre, demolito nel 1975. Al GPO (General Post Office), edificio emblematico preso di mira dalla rivoluzione della Pasqua 1916 (e da tutte le altre rivolte), il museo interno ci racconta uno spaccato di storia irlandese con una ricca documentazione; fu restaurato e possiamo vedere ancora i banchi in legno, percepire l’atmosfera da primo Novecento. Di fronte era situata la sede del celebre Freeman’s Journal, dove lavorava Leopold Bloom come agente pubblicitario. È questo l’episodio della retorica giornalistica, della paralisi di O’Connell Street, delle chiacchiere inutili, dove non accade nulla e si scatena il pensiero joyciano sul giornalismo, spacciator di vento. Con esuberante virtuosismo qui Joyce offre un compendio degli stili di titolazione giornalistica attraverso i secoli…

Continua…

Manuela Camponovo

In cima