Letteratura

Cambiare lo sguardo sulla Vita da La Fontaine a Camus

di Grazia Bernasconi-Romano • L’Osservatore Magazine n.14/2020

Nel noto apologo Gli animali malati di Peste del XVII° secolo, Jean de La Fontaine mette in scena animali che, antropomorfizzati nei loro gesti e sproloqui, ci portano a ridere di un povero asino incolpato a sproposito di aver causato il male. Il concetto del capro espiatorio, si sa viene da molto lontano e quel testo, che molto frettolosamente di solito ci si accontenta di situare all’epoca di Re Sole, si adatta probabilmente a un contesto ben più largo e a una morale a dir poco universali. Ciò che è lì di primaria importanza sono le domande: Da dove viene il male? Chi ha portato il male? E poi, il bisogno di trovare in fretta appunto un colpevole. Il male vi appare come un’entità di per sé aggirabile se qualcuno, in una relazione umana e divina, tra servitù e potere, se ne assume la responsabilità, la colpa. La vita riprenderà in modo ineluttabile ma a condizione che qualcuno si sacrifichi. Questa visione metaforica delle cose in cui il Cielo (Dio o dei) punisce gli esseri viventi per un misfatto ipoteticamente perpetrato da un soggetto, e che va rimediato al fine di poter ritrovare un equilibrio di coesistenza, risulta oramai naïve e semplificata, ma che possa essere giunta fino a epoche recenti, ha dell’incredibile!

Tre secoli dopo, in effetti, nel romanzo di Camus, La Peste, questo aspetto lo si ritrova in auge e tutti i critici che si sono soffermati sul personaggio del prete, Paneloux, non hanno mancato di metterlo in risalto, ma senza veramente sottolineare che qui il personaggio, evolvendo nel concreto della condivisione della sofferenza della vita, stravolge l’idea del Dio categoricamente punitivo sperimentando la dimensione metafisica della “grazia” nel rapporto con Dio. E malgrado il dottor Bernard Rieux, col quale il prete innesca una complessa dialettica, ammetta di non riuscire a situarsi in quella dimensione, i due saranno uniti da un’umanità che li accomuna e riconosceranno il loro diverso operare tra fede e ragione, religione e scienza per una comune salvaguardia della Vita.

Ma non è neanche di altri déjà dits che si intende dilungarsi qui, perché anche quando Camus stesso avesse scritto il suo romanzo con l’intento d’incriminare, in modo letterariamente engagé, la politica nazista, o ne avesse approfittato per difendersi dall’accusa di scrittore désengagé, ciò non toglie che non abbia assolutamente posto limiti al lavoro che compete al lettore; infatti, in una sua lettera aperta con la quale risponde a Roland Barthes, che nel febbraio 1955 in un suo articolo di critica letteraria su La Peste, qualifica il riferimento al contesto della seconda guerra mondiale come un “malinteso”, si esprimerà in questi termini: «La Peste, che ho voluto si leggesse su diversi piani, ha tuttavia come contenuto evidente la lotta della resistenza europea contro il nazismo»Camus, non refuta dunque niente, ma in quell’incisa, in modo discreto, chiede al lettore di entrare in dialettica con la sua opera, di riflettere oltre quegli aspetti della peste che sono o potrebbero apparire tra i più evidenti.

Già il titolo dell’opera di Camus, per la sua morfosintassi, apre la lettura con un’ottica relazionale diversa da quello di La Fontaine. Qui le domande alle quali rispondere saranno: Cos’è la peste? Perché la peste? La peste prenderà nuovi aspetti astratti e allegorici istaurando con i vari personaggi, tutti emblematici, un rapporto singolare all’interno di una costruzione narrativa enigmatica e multi focalizzata; saranno tutti messi alle strette da essa e, svelando sé stessi e la loro vita, sveleranno la vera e multiforme natura della peste.

Perciò per uscire dal seminato, portando l’opera fuori dal discorso intellettuale bipolare che la squarta tra religione e politica, varrebbe la pena di prendere in considerazione alcuni personaggi che, tralasciati abitualmente dalla critica perché considerati secondari, si riveleranno a dir poco singolari.

Per esempio, i topi o ratti che siano. Sono personaggi? Sono importanti. No, non perché sono loro a portare, a dare la peste agli uomini, come si potrebbe comunemente pensare, non sono i famosi colpevoli; infatti, cominciano a morire prima degli uomini, sono solo degli annunciatori per poi essere speculari agli ammalati umani e in effetti ritrovano la salute come loro nello stesso tempo, aprendo e chiudendo lo stesso percorso. Di loro dopo l’inizio della narrazione non si è più parlato perché sono stati utili per esporre una tragedia con una similitudine illustrativa nota: morire come topi. Tra l’altro la retorica camusiana legata al mondo animale ne La Peste sarebbe un aspetto da analizzare con attenzione. Non ci sarebbe quindi da stupirsi se Camus strizzasse qui l’occhio a La Fontaine.

Ritorniamo ai personaggi veri e propri, detti secondari ma ora da noi messi in primo piano: il primo è il vecchio asmatico e l’altro è la madre del medico Bernard Rieux. Dapprima, il vecchio asmatico. Bizzarro, quasi un matto per i suoi gesti tipici di chi è affetto da demenza senile. Invece è l’occhio attento fin dall’inizio degli avvenimenti ed è colui che innesca la riflessione dialettica con il dottor Rieux sull’apparizione dei topi morti per poi concluderla quando, alla fine della pestilenza, vede i topi di nuovo vivi. Egli darà in modo sibillino a Rieux, in conclusione a tutta la mala vicenda, la sua interpretazione della peste, che non ne esclude nessun’altra, come si può intendere dalle parole che usciranno dalla sua bocca, parole di un vecchio folle che spesso nella storia troviamo piene di verità (Basti pensare all’idiota di Dostoevskij e al suo discorso sulla bellezza salvatrice del mondo, continuamente ripreso ancora oggi dai più giovani dei nostri pensatori), parole che non hanno alcun bisogno di essere spiegate né interpretate:

– E ché ne è del vostro collega,? […]

– È morto […] Di peste […]

– Sì, riconobbe il vecchio, dopo un istante, i migliori se ne vanno. È la vita. […] Era un uomo che sapeva quel che voleva.

– Perché dice questo? disse il dottore riponendo il suo stetoscopio.

– Perché non parlava se non aveva qualcosa da dire. Insomma, a me, piaceva […]. Gli altri dicono: “È la peste, abbiamo avuto la peste.” Quasi quasi vorrebbero essere decorati. Ma cosa significa, la peste? È la vita, e basta.

Käthe Kollwitz (1867-1945), Madre che protegge i suoi figli, litografia.

Anche il personaggio della madre è degno di particolare attenzione. Chiamata nella città dove scoppierà la peste per prendere in casa il posto della moglie di suo figlio, il dottor Rieux. La donna, allontanata perché ammalata, ma non di peste, per andare a curarsi in un altro luogo, morirà quando invece la pestilenza è giunta alla fine. Partendo aveva espresso il desiderio di poter ricominciare il loro rapporto di coppia, ma non sarà dato loro. La madre, venuta nella città che presto soccomberà alla peste, non sarà toccata dal male anzi assisterà un malato in fin di vita, l’amico del figlio, Tarrou, cui appare come la madre da tanto perduta.

Il ruolo di questa madre è rafforzato da quello del mare (nella narrazione in francese la mère e la mer si pronunciano nello stesso modo e sono entrambi nomi femminili). Il mare, con l’allegoria di cui è spesso enfatizzato nella narrazione e con la potenza catartica della sua acqua, si oppone alla città dove vivono rinchiusi gli ammalati presi nel fuoco della peste. Le scene del bagno di amicizia nel mare o la quieta meditazione di Rieux assieme a Tarrou mentre guardano il mare, fanno di questo elemento un alter ego della madre con il suo continuo, ripetuto e instancabile flusso e riflusso alla stregua di un cuore umano, materno, che culla pazientemente dando serenità. E la madre del dottor Rieux, come il mare nel suo ripetuto ondeggiare, è lì, presente, sferruzza un lavoro a maglia ripetendo i suoi gesti all’infinito. La sua presenza è silente, di paziente attesa. Sta lì la solidità di questo personaggio, pietra miliare su cui trova riposo la stanchezza di un figlio, medico, che esce per combattere il male oscuro che sta annientando la città; infatti, Tarrou dirà di lei:

[…] uno sguardo in cui si leggeva così tanta bontà sarebbe sempre più forte della peste.

L’opera di Camus non intende esaurire il significato della Peste – come si è cercato di dimostrare – e non basterebbero neanche miliardi di capri espiatori asinini per farla scomparire, come ci ha lasciato intendere in modo ironico Jean de La Fontaine. La Peste, cioè il Male, sarà dunque sempre inerente alla Vita: fisicamente o moralmente. Ed è ancora al personaggio di Tarrou che daremo la parola per completare il discorso del vecchio asmatico sul significato della peste: «So con assoluta certezza (sì, Rieux, so tutto della vita, lo vede) che ognuno la porta in sé, la peste, poiché nessuno, no nessuno al mondo ne è indenne. E che bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere portati in un attimo di distrazione, a respirare al viso di un altro e a incollargli l’infezione. È il batterio che è naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se vuole, è un effetto della volontà, e di una volontà che non deve mai fermarsi».

Ma, obbligati a concludere, diremo che alla tenacia della volontà bisogna aggiungere un vero antidoto e lo si ritrova appunto nell’atteggiamento di una madre che l’opera di Camus ha voluto esemplare:

[…] dalla cantina alla soffitta, una decina di topi erano disseminati sulle scale. Le pattumiere delle case vicine ne erano piene. La madre del dottore apprese la notizia senza stupirsi.

– Sono cose che capitano.

– Era una piccola donna dai capelli argentei, dagli occhi neri e dolci.

– Sono felice di rivederti, Bernard, diceva. I topi non hanno nessun potere su questo.

Le citazioni, tradotte dall’autrice, sono tratte da Albert Camus, “La Peste”, Folio Gallimard, 1947, riedizione 2016.

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