Arti figurative

“Caravaggio 1951”: un libro rievoca la grande mostra a Milano a Palazzo Reale

Un libro rievoca a quasi settant’anni di distanza la grande mostra del 1951 a Milano, Palazzo Reale

Caravaggio, il pittore col diavolo in corpo

 

Allestimento della “Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi”: Milano, Palazzo Reale, 1951.

Caravaggio 1951. Un nome e una data che ricorrono tuttora nella storia dell’arte. Il 21 aprile 1951 nelle sale di Palazzo Reale s’inaugurò a Milano la celebre Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi. Suscitò interesse anche in Ticino, come conferma la lettera di Felice Filippini, al tempo responsabile del Servizio parlato della Radio della Svizzera italiana, al Comitato organizzatore. Quasi settant’anni dopo, il volumetto di Patrizio Aiello, edito da Officina Libraria, ne rispolvera la memoria restituendo il contesto storico e culturale che coinvolse anche gli ambienti ticinesi della cultura e dell’arte, attenti a questi eventi come, due anni più tardi, lo saranno per la grande mostra dedicata a Picasso, sempre a Palazzo Reale. Il libro di Patrizio Aiello sviluppa attorno alla mostra una serie di riflessioni, grazie anche agli autorevoli contributi di apertura e chiusura di Giovanni Agosti Jacopo Stoppa.

 

Una sala della “Mostra del “Caravaggio e dei caravaggeschi”. 

La mostra del ’51 su Caravaggio costituì un evento non solo culturale, visto che alla testa dell’affollato Comitato d’onore stava il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi affiancato da un nugolo di politici (tra cui il giovane sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti), uomini di cultura ed esponenti religiosi. Ma sicuramente rappresentò un momento culminante negli studi caravaggeschi della prima metà del XX secolo, grazie in particolare alla veemente iniziativa di Roberto Longhi, che ne era il “commissario esecutivo” e che si destreggiò da par suo tra originali, attribuzioni, copie, scuole, anonimi e seguaci. Imponente la bibliografia, partendo dallo studio dell’olandese Karel Van Mander nel 1603 per giungere alla monografia di Bernard Berenson stampata a Firenze nel 1950.

 

La mostra segnò uno spartiacque nella storia critica del grande artista grazie appunto a Longhi, affiancato da una “commissione per la scelta delle opere” formata da studiosi del calibro di Giulio Carlo Argan, Paolo D’Ancona, Rodolfo Pallucchini, Mario Salmi, Edoardo Arslan, Lionello Venturi. Insomma quella prima grande mostra monografica dedicata a Caravaggio era maturata lungo un approfondito e tortuoso percorso di studi e ricerche, che avevano continuamente rivoluzionato la figura del pittore.

 

Locandina della mostra. 

La mostra rimase aperta tre mesi, attirando su Milano un interesse internazionale. Le opere esposte erano 193, a partire da una piccola sezione dedicata ai precaravaggeschi lombardi: Antonio e Vincenzo Campi e Simone Peterzano, di cui si può ammirare una magnifica tela nella parrocchiale di Bioggio. Seguiva la sezione dedicata a Michelangelo Merisi (il “Caravaggio”) introdotta da un già cospicuo regesto biografico. Partendo dal celeberrimo Bacco e dal Ragazzo con canestro di frutta, snocciolava una serie di capolavori come la Conversione di San Paolo, La vocazione di San Matteo, la Crocefissione di San Pietro, il San Gerolamo scrivente, naturalmente la Cena in Emmaus, l’Adorazione dei pastori, Santa Caterina d’Alessandria, lo “scandaloso” Amore vincitore fino al Narciso e tanti altri come non s’erano mai visti (e più succederà) insieme. Tra copie e opere attribuite, questa sezione riuniva 61 dipinti, ognuno corredato d’una breve descrizione. Seguivano le opere dei seguaci, da Baglione a Borgianni, Caracciolo, Cerquozzi, Elsheimer, Spadarino, Genovesino, Gherardo delle Notti, Gramatica, Pieter van Lear, i Gentileschi, Manfredi, Preti, Rubens, Saraceni, l’asconese Serodine con il sempre più celebrato San Pietro in carcere oggi alla Züst di Rancate, Valentin de Boulogne ed altri per concludersi con Rembrandt, Velasquez, Vermeer e Simon Vouet.

 

Uno scorcio della “Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi”.

Come ben ricorda il volumetto dell’Aiello, il saggio introduttivo di Longhi nel catalogo tracciava le linee guida dell’impressionante esposizione. Intanto per la messa a fuoco del personaggio e della sua rivoluzionaria pittura (“Giunto a Roma con quel diavolo in corpo della “pittura naturale”; se ora pensiamo che ostacoli gli toccò girare…”), poi perché ampliava il termine “caravaggesco” a quei pittori delle generazioni successive che, più o meno consapevolmente, da lui avevano tratto ispirazione. La mostra travalicava i termini monografici per tracciare, anche se con pochi esempi, i precedenti del Caravaggio, tema caro a Longhi, per inseguire e rintracciare il segno che il pittore lasciò sui suoi successori.

 

 

Una sala della “Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi”.

È noto che il segreto della «rivoluzione poetica» del Caravaggio risiede nella gestione della luce e dell’ombra. Caravaggio, affermava Longhi, «crea il lume particolare, particolare d’inclinazione e di effetto». Per i caravaggeschi, Longhi utilizzava il termine “cerchia” piuttosto che “scuola”, trattandosi non di un’adesione organizzata, ma di un gruppo aperto di maestri che avevano liberamente seguito il suo stile. Lo scopo era di segnalare come e quanto s’era diffuso lo stile caravaggesco e a tal fine la successione delle opere seguiva strettamente l’ordine cronologico per decenni. Si potevano confrontare dunque quelle opere realizzate quando il maestro era ancora vivente con quelle successive alla sua morte. La conclusione del libro è la stessa di Roberto Longhi. Ossia che “il Caravaggio, in luogo dell’ultimo pittore del Rinascimento, sarà piuttosto il primo dell’età moderna”. Conclusione: “Il pubblico cerchi dunque di leggere “naturalmente” un pittore che ha cercato di essere “naturale”, comprensibile; umano più che umanistico; in una parola, popolare”.

 

Patrizio Aiello, “Caravaggio 1951″, ed. Officina Libraria, Milano 2019. 

Dalmazio Ambrosioni

 

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