Era nata il 16 aprile 1917 a Berlino in una famiglia ebraica e benestante, Charlotte Salomon. Ma crebbe in una Germania che scivolava verso uno dei periodi più bui della sua Storia. Il padre era un chirurgo stimato, la madre proveniva da un ambiente borghese raffinato e sensibile alle arti. L’infanzia della giovane, almeno in apparenza, fu protetta e ordinata. Ma quando aveva solo nove anni la madre si tolse la vita gettandosi dalla finestra. Alla bambina fu raccontato che era morta di una malattia improvvisa. La verità, troppo dolorosa, fu taciuta per anni. Dopo la perdita, il padre, emotivamente distante e assorbito dal lavoro, affidò l’educazione della figlia a istitutrici, lasciando Charlotte in una solitudine che avrebbe segnato profondamente il suo carattere. Solo anni dopo il nonno materno rivelò a Charlotte il suicidio della madre e quello di altre donne della famiglia.
La giovane sentì di appartenere a una stirpe segnata da una maledizione. Il retaggio di dolore pesò enormemente sulla sua psiche. La bambina soffrì infatti di gravi crisi depressive, accompagnate da una costante paura di perdere il controllo. Ma proprio in questo abisso emotivo, l’arte fu per lei una forma di àncora … Un mezzo per restare aggrappata alla vita. Il talento per il disegno si manifestò presto. E Charlotte riuscì a essere ammessa all’Accademia di Belle Arti di Berlino. Un risultato eccezionale per una giovane donna ebrea negli anni Trenta. Sin da subito, il suo stile si caratterizzava per colori intensi, figure semplificate, narrazioni visive tra realtà e immaginazione. L’influenza dell’espressionismo era evidente. Così come una certa affinità con il linguaggio visionario di Marc Chagall. Ma la giovane non si limitava a imitare: usava la pittura come un diario emotivo, quando le leggi razziali entrarono nella sua vita.
All’Accademia le vennero progressivamente negate opportunità e riconoscimenti. Il padre fu privato del diritto di esercitare la professione medica. Nel 1936 Albert Salomon fu internato a Sachsenhausen, a Nord di Berlino. Charlotte riuscì a lasciare la Germania e a raggiungere i nonni materni nel Sud della Francia, nella luminosa Villefranche-sur-Mer. Un luogo apparentemente lontano dalla violenza del Reich, ma che non riuscì a proteggerla dal peso della memoria. Proprio qui il passato tornò a imporsi con forza quando il paese fu invaso dai nazisti. Nel 1940 la nonna tentò di togliersi la vita e ci riuscì. Poco dopo, Charlotte e il nonno furono internati a Gurs dalle autorità francesi, che trattavano i rifugiati ebrei come stranieri indesiderati. La detenzione fu breve, a causa delle condizioni di salute dell’anziano. Ma lasciò in Charlotte una profonda sensazione di abbandono.
A Nizza, sola e psicologicamente provata, si trovò davanti a un bivio: lasciarsi travolgere dal dolore o trasformarlo in qualcosa di diverso. Fu in questo stato di urgenza vitale che nacque la sua opera monumentale. Tra il 1940 e il 1942, in diciotto mesi di lavoro, Charlotte realizzò oltre mille fogli dipinti accompagnati da testi e indicazioni musicali. Di questi, 769 costituiscono l’opera Leben? oder Theater?. Un lavoro senza precedenti. Che sfugge a ogni classificazione tradizionale: autobiografia, teatro dipinto, romanzo grafico, partitura visiva. Charlotte Salomon raccontò tutta la propria vita, dall’infanzia agli anni della persecuzione, utilizzando alter ego, nomi fittizi e una struttura teatrale che le permetteva di prendere distanza dalla tragedia pur immergendovisi completamente. Le indicazioni musicali trasformano l’opera in uno spettacolo totale, dove immagine, parola e suono convivono in un flusso continuo.
Nel raccontare la propria storia Charlotte non si pose mai come vittima passiva. La sua opera è attraversata da una straordinaria energia vitale, da ironia, da momenti di leggerezza che convivono con l’orrore. L’arte divenne una forma di resistenza, un modo per affermare la propria identità di donna e di artista in un mondo che cercava di annientarla. A questa produzione si aggiunge un capitolo ancora più oscuro, emerso solo nel 2015. In una lunga lettera di confessione, segreta per decenni, Charlotte raccontò di aver avvelenato il nonno, ormai malato e ossessionato dalla morte. Un gesto estremo, spaventoso. Che testimonia il livello di disperazione ed isolamento in cui si trovava la giovane. Nel 1943, consapevole del pericolo imminente, Charlotte affidò tutte le sue opere a un medico amico a Villefranche. Poi sposò Alexander Nagler, anch’egli rifugiato tedesco. Ma il matrimonio durò pochissimo.
Arrestati dalla Gestapo nel settembre dello stesso anno, furono deportati. La giovane, incinta di cinque mesi, fu inviata ad Auschwitz e uccisa dal gas probabilmente il giorno stesso dell’arrivo, il 10 ottobre 1943. Aveva solo ventisei anni. Dopo la guerra l’opera di Charlotte Salomon sopravvisse a lei al Museo Storico Ebraico di Amsterdam. Da allora il suo lavoro è riconosciuto come una delle testimonianze artistiche più potenti del Novecento. A Berlino, il 21 aprile 2012, davanti alla sua ex abitazione in Wielandstraße 15, nell’elegante quartiere di Charlottenburg, si trova una pietra d’inciampo alla sua memoria e una targa commemorativa sulla palazzina la ricorda. Dal 2006 una strada a Berlino-Rummelsburg reca il suo nome. E dal 1990 una scuola elementare berlinese è intitolata a Charlotte Salomon. Quasi a testimoniare che finché esiste l’arte, la vita può resistere anche di fronte all’orrore.
Amedeo Gasparini
Era nata il 16 aprile 1917 a Berlino in una famiglia ebraica e benestante, Charlotte Salomon. Ma crebbe in una Germania che scivolava verso uno dei periodi più bui della sua Storia. Il padre era un chirurgo stimato, la madre proveniva da un ambiente borghese raffinato e sensibile alle arti. L’infanzia della giovane, almeno in apparenza, fu protetta e ordinata. Ma quando aveva solo nove anni la madre si tolse la vita gettandosi dalla finestra. Alla bambina fu raccontato che era morta di una malattia improvvisa. La verità, troppo dolorosa, fu taciuta per anni. Dopo la perdita, il padre, emotivamente distante e assorbito dal lavoro, affidò l’educazione della figlia a istitutrici, lasciando Charlotte in una solitudine che avrebbe segnato profondamente il suo carattere. Solo anni dopo il nonno materno rivelò a Charlotte il suicidio della madre e quello di altre donne della famiglia.
La giovane sentì di appartenere a una stirpe segnata da una maledizione. Il retaggio di dolore pesò enormemente sulla sua psiche. La bambina soffrì infatti di gravi crisi depressive, accompagnate da una costante paura di perdere il controllo. Ma proprio in questo abisso emotivo, l’arte fu per lei una forma di àncora … Un mezzo per restare aggrappata alla vita. Il talento per il disegno si manifestò presto. E Charlotte riuscì a essere ammessa all’Accademia di Belle Arti di Berlino. Un risultato eccezionale per una giovane donna ebrea negli anni Trenta. Sin da subito, il suo stile si caratterizzava per colori intensi, figure semplificate, narrazioni visive tra realtà e immaginazione. L’influenza dell’espressionismo era evidente. Così come una certa affinità con il linguaggio visionario di Marc Chagall. Ma la giovane non si limitava a imitare: usava la pittura come un diario emotivo, quando le leggi razziali entrarono nella sua vita.
All’Accademia le vennero progressivamente negate opportunità e riconoscimenti. Il padre fu privato del diritto di esercitare la professione medica. Nel 1936 Albert Salomon fu internato a Sachsenhausen, a Nord di Berlino. Charlotte riuscì a lasciare la Germania e a raggiungere i nonni materni nel Sud della Francia, nella luminosa Villefranche-sur-Mer. Un luogo apparentemente lontano dalla violenza del Reich, ma che non riuscì a proteggerla dal peso della memoria. Proprio qui il passato tornò a imporsi con forza quando il paese fu invaso dai nazisti. Nel 1940 la nonna tentò di togliersi la vita e ci riuscì. Poco dopo, Charlotte e il nonno furono internati a Gurs dalle autorità francesi, che trattavano i rifugiati ebrei come stranieri indesiderati. La detenzione fu breve, a causa delle condizioni di salute dell’anziano. Ma lasciò in Charlotte una profonda sensazione di abbandono.
A Nizza, sola e psicologicamente provata, si trovò davanti a un bivio: lasciarsi travolgere dal dolore o trasformarlo in qualcosa di diverso. Fu in questo stato di urgenza vitale che nacque la sua opera monumentale. Tra il 1940 e il 1942, in diciotto mesi di lavoro, Charlotte realizzò oltre mille fogli dipinti accompagnati da testi e indicazioni musicali. Di questi, 769 costituiscono l’opera Leben? oder Theater?. Un lavoro senza precedenti. Che sfugge a ogni classificazione tradizionale: autobiografia, teatro dipinto, romanzo grafico, partitura visiva. Charlotte Salomon raccontò tutta la propria vita, dall’infanzia agli anni della persecuzione, utilizzando alter ego, nomi fittizi e una struttura teatrale che le permetteva di prendere distanza dalla tragedia pur immergendovisi completamente. Le indicazioni musicali trasformano l’opera in uno spettacolo totale, dove immagine, parola e suono convivono in un flusso continuo.
Nel raccontare la propria storia Charlotte non si pose mai come vittima passiva. La sua opera è attraversata da una straordinaria energia vitale, da ironia, da momenti di leggerezza che convivono con l’orrore. L’arte divenne una forma di resistenza, un modo per affermare la propria identità di donna e di artista in un mondo che cercava di annientarla. A questa produzione si aggiunge un capitolo ancora più oscuro, emerso solo nel 2015. In una lunga lettera di confessione, segreta per decenni, Charlotte raccontò di aver avvelenato il nonno, ormai malato e ossessionato dalla morte. Un gesto estremo, spaventoso. Che testimonia il livello di disperazione ed isolamento in cui si trovava la giovane. Nel 1943, consapevole del pericolo imminente, Charlotte affidò tutte le sue opere a un medico amico a Villefranche. Poi sposò Alexander Nagler, anch’egli rifugiato tedesco. Ma il matrimonio durò pochissimo.
Arrestati dalla Gestapo nel settembre dello stesso anno, furono deportati. La giovane, incinta di cinque mesi, fu inviata ad Auschwitz e uccisa dal gas probabilmente il giorno stesso dell’arrivo, il 10 ottobre 1943. Aveva solo ventisei anni. Dopo la guerra l’opera di Charlotte Salomon sopravvisse a lei al Museo Storico Ebraico di Amsterdam. Da allora il suo lavoro è riconosciuto come una delle testimonianze artistiche più potenti del Novecento. A Berlino, il 21 aprile 2012, davanti alla sua ex abitazione in Wielandstraße 15, nell’elegante quartiere di Charlottenburg, si trova una pietra d’inciampo alla sua memoria e una targa commemorativa sulla palazzina la ricorda. Dal 2006 una strada a Berlino-Rummelsburg reca il suo nome. E dal 1990 una scuola elementare berlinese è intitolata a Charlotte Salomon. Quasi a testimoniare che finché esiste l’arte, la vita può resistere anche di fronte all’orrore.
Amedeo Gasparini