In Lo specchio americano (Mondadori 2026), Simone Pieranni sostiene che per decenni la Cina ha osservato gli Stati Uniti con fascinazione. Sospesa tra desiderio e senso di inferiorità. L’America non era soltanto partner o avversario, ma uno specchio attraverso cui la Cina cercava di comprendere il proprio futuro. Oggi questo scenario è mutato. Negli ultimi vent’anni, il sentimento cinese verso gli Stati Uniti è profondamente cambiato. L’autore racconta di aver trovato, in passato, non un Paese impermeabile al soft power americano, ma un contesto in cui gli USA venivano descritti come qualcosa di straordinario, irraggiungibile. La Cina osservava e studiava gli Stati Uniti con un’attenzione capillare, che non è mai stata reciproca. Ha assimilato elementi della cultura americana, dal cibo alla musica, all’intrattenimento. Non è stato il capitalismo in sé a esercitare fascino, ma un’attrazione più antica fatta di ammirazione e invidia.
«L’America resta lo specchio in cui cercarsi», osserva Pieranni. Parallelamente alla diffusione dell’intrattenimento, cresce anche l’ammirazione per il successo economico e lo spirito imprenditoriale. Nel 1987, a Qianmen, vicino a Tiananmen, apre il primo KFC più grande del mondo. L’arrivo della letteratura americana produce un forte impatto culturale. Opere della beat generation come Sulla strada vengono lette come espressioni di libertà spirituale. Autori come Henry Miller e Vladimir Nabokov rompono i tabù. Alcuni scrittori cinesi iniziano a citare Walt Whitman al posto di Karl Marx, attratti dalla dimensione di libertà. Questa apertura è anche il risultato di una scelta politica. Studiare il nemico per trasformarlo in modello, secondo una linea promossa da Deng Xiaoping. Dopo il 1979 e l’avvio delle riforme, la Cina comprende che la rappresentazione maoista dell’America come tigre di carta non è più utile. Per modernizzarsi, occorre guardare agli Stati Uniti con pragmatismo.
Nel 1981 nasce così un Istituto di studi americani, un think tank incaricato di analizzare non solo l’economia. Ma anche la società e la cultura statunitense, includendo temi come costituzionalismo e libertà. Il rapporto con l’America resta oscillante, tra fascinazione e diffidenza, alimentato anche dalla cultura pop, dalle serie televisive alla NBA. La repressione di piazza Tiananmen segna però una rottura. La Cina si isola e l’Occidente rivede le proprie aspettative. L’illusione di una convergenza si interrompe, ma viene presto superata dall’avanzare della globalizzazione. L’economia cinese cresce rapidamente, con un aumento degli investimenti esteri e l’arrivo di marchi come Starbucks e McDonald’s, mentre si diffonde lo studio dell’inglese commerciale. A differenza della Cina, gli Stati Uniti non sviluppano una conoscenza approfondita del loro interlocutore, convinti che l’integrazione nel mercato globale basti a trasformarlo. La Cina, invece, studia attentamente il proprio rivale.
Jiang Zemin adotta una “diplomazia del sorriso”, volta a modificare l’immagine del Paese dopo Tiananmen. L’illusione che la cultura condivisa possa attenuare le tensioni geopolitiche accompagna l’ingresso della Cina nel WTO nel 2001. Anche Mao Zedong, pur nella sua retorica antiamericana, osservava gli Stati Uniti. Con Xi Jinping, il sentimento cambia ancora, tornando a forme di ostilità. Il progetto politico di Xi è collettivo: l’obiettivo è evitare il modello individualista americano e rafforzare l’autosufficienza. «La Cina può resistere all’America solo attraverso l’indipendenza e l’autosufficienza, diventando forte. Il concetto è semplice: l’individualismo radicale e il nichilismo culturale hanno mangiato l’anima degli Stati Uniti», secondo Pieranni. Che evidenzia come iniziative come la BRI e la «comunità umana dal destino condiviso» rappresentino un modello alternativo di sviluppo. Per la Cina, l’attuale fase di instabilità globale non segna una fine, ma l’inizio di una trasformazione.
Il tentativo di comprendere gli Stati Uniti è sempre stato legato anche a una riflessione interna. Cioè migliorare la Cina. L’obiettivo non è distruggere l’avversario, ma conviverci. Il concetto chiave diventa quello di “pace calda”, una competizione intensa, ma gestita, in cui il conflitto non sfocia necessariamente nella guerra. «Quello specchio bifronte tra Cina e America non smette di proiettare immagini e ombre, forse non smetterà mai. Quello che conta è ciò che vedranno riflesso le leadership dei due Paesi», conclude Pieranni. Oggi la Cina tende a rielaborare elementi nati in Occidente per integrarli nel proprio contesto. Un esempio su tutti? «Gli Stati Uniti vedono l’intelligenza artificiale come un’ennesima occasione di profitto, un’opportunità per le Big Tech di dominare il mercato, concentrandosi su applicazioni per i consumatori. La Cina, invece, la vive come il motore di una trasformazione totale della società, un’infrastruttura di base per tutta la nazione».
Amedeo Gasparini
In Lo specchio americano (Mondadori 2026), Simone Pieranni sostiene che per decenni la Cina ha osservato gli Stati Uniti con fascinazione. Sospesa tra desiderio e senso di inferiorità. L’America non era soltanto partner o avversario, ma uno specchio attraverso cui la Cina cercava di comprendere il proprio futuro. Oggi questo scenario è mutato. Negli ultimi vent’anni, il sentimento cinese verso gli Stati Uniti è profondamente cambiato. L’autore racconta di aver trovato, in passato, non un Paese impermeabile al soft power americano, ma un contesto in cui gli USA venivano descritti come qualcosa di straordinario, irraggiungibile. La Cina osservava e studiava gli Stati Uniti con un’attenzione capillare, che non è mai stata reciproca. Ha assimilato elementi della cultura americana, dal cibo alla musica, all’intrattenimento. Non è stato il capitalismo in sé a esercitare fascino, ma un’attrazione più antica fatta di ammirazione e invidia.
«L’America resta lo specchio in cui cercarsi», osserva Pieranni. Parallelamente alla diffusione dell’intrattenimento, cresce anche l’ammirazione per il successo economico e lo spirito imprenditoriale. Nel 1987, a Qianmen, vicino a Tiananmen, apre il primo KFC più grande del mondo. L’arrivo della letteratura americana produce un forte impatto culturale. Opere della beat generation come Sulla strada vengono lette come espressioni di libertà spirituale. Autori come Henry Miller e Vladimir Nabokov rompono i tabù. Alcuni scrittori cinesi iniziano a citare Walt Whitman al posto di Karl Marx, attratti dalla dimensione di libertà. Questa apertura è anche il risultato di una scelta politica. Studiare il nemico per trasformarlo in modello, secondo una linea promossa da Deng Xiaoping. Dopo il 1979 e l’avvio delle riforme, la Cina comprende che la rappresentazione maoista dell’America come tigre di carta non è più utile. Per modernizzarsi, occorre guardare agli Stati Uniti con pragmatismo.
Nel 1981 nasce così un Istituto di studi americani, un think tank incaricato di analizzare non solo l’economia. Ma anche la società e la cultura statunitense, includendo temi come costituzionalismo e libertà. Il rapporto con l’America resta oscillante, tra fascinazione e diffidenza, alimentato anche dalla cultura pop, dalle serie televisive alla NBA. La repressione di piazza Tiananmen segna però una rottura. La Cina si isola e l’Occidente rivede le proprie aspettative. L’illusione di una convergenza si interrompe, ma viene presto superata dall’avanzare della globalizzazione. L’economia cinese cresce rapidamente, con un aumento degli investimenti esteri e l’arrivo di marchi come Starbucks e McDonald’s, mentre si diffonde lo studio dell’inglese commerciale. A differenza della Cina, gli Stati Uniti non sviluppano una conoscenza approfondita del loro interlocutore, convinti che l’integrazione nel mercato globale basti a trasformarlo. La Cina, invece, studia attentamente il proprio rivale.
Jiang Zemin adotta una “diplomazia del sorriso”, volta a modificare l’immagine del Paese dopo Tiananmen. L’illusione che la cultura condivisa possa attenuare le tensioni geopolitiche accompagna l’ingresso della Cina nel WTO nel 2001. Anche Mao Zedong, pur nella sua retorica antiamericana, osservava gli Stati Uniti. Con Xi Jinping, il sentimento cambia ancora, tornando a forme di ostilità. Il progetto politico di Xi è collettivo: l’obiettivo è evitare il modello individualista americano e rafforzare l’autosufficienza. «La Cina può resistere all’America solo attraverso l’indipendenza e l’autosufficienza, diventando forte. Il concetto è semplice: l’individualismo radicale e il nichilismo culturale hanno mangiato l’anima degli Stati Uniti», secondo Pieranni. Che evidenzia come iniziative come la BRI e la «comunità umana dal destino condiviso» rappresentino un modello alternativo di sviluppo. Per la Cina, l’attuale fase di instabilità globale non segna una fine, ma l’inizio di una trasformazione.
Il tentativo di comprendere gli Stati Uniti è sempre stato legato anche a una riflessione interna. Cioè migliorare la Cina. L’obiettivo non è distruggere l’avversario, ma conviverci. Il concetto chiave diventa quello di “pace calda”, una competizione intensa, ma gestita, in cui il conflitto non sfocia necessariamente nella guerra. «Quello specchio bifronte tra Cina e America non smette di proiettare immagini e ombre, forse non smetterà mai. Quello che conta è ciò che vedranno riflesso le leadership dei due Paesi», conclude Pieranni. Oggi la Cina tende a rielaborare elementi nati in Occidente per integrarli nel proprio contesto. Un esempio su tutti? «Gli Stati Uniti vedono l’intelligenza artificiale come un’ennesima occasione di profitto, un’opportunità per le Big Tech di dominare il mercato, concentrandosi su applicazioni per i consumatori. La Cina, invece, la vive come il motore di una trasformazione totale della società, un’infrastruttura di base per tutta la nazione».
Amedeo Gasparini