Letture manzoniane

Corrado Bologna e la botanica allegorica di Manzoni

Un episodio a prima vista marginale, come quello della vigna di Renzo descritto nel trentatreesimo capitolo dei Promessi Sposi, è stato l’occasione per apprendere come dal più minuto dettaglio possa ramificarsi una complessa rete di significati. A svelare il fine gioco allegorico e metaletterario impiegato da Alessandro Manzoni nel suo romanzo è stato il Prof. Corrado Bologna, nell’ambito di Quel ramo del lago di Como, il ciclo di conferenze promosse dall’Istituto di studi italiani dell’USI.

Nell’illustrazione di Francesco Gonin vediamo Renzo, di spalle, che osserva la sua vigna, e poggia una mano sul muro che la circonda: sta per addentrarvisi? Per ora lasciamo la domanda in sospeso. Quel che è certo è che vi è una «marmaglia» di piante abbandonate e un «guazzabuglio» di steli: viti, gelsi, fichi, peschi, ciliegi, susini, ortiche, felci, gramigne… Vengono nominate e descritte una trentina di specie diverse. Si potrebbe ridurre questo aspetto a un mero sfoggio di bravura descrittiva ma, come ha avvertito Bologna, la precisione botanica di Manzoni nasconde una sottile allegoria etico-politica. L’ingegnosa volontà espressiva è finemente segnalata dalle ricorrenti anafore («era una marmaglia … era un guazzabuglio») e dall’elenco – scandito dal ricorso di vocaboli chiave – che talvolta si risolve in rima («di radicchielle, d’acetoselle, di panicastelle»), manifestando una evidente attenzione musicale.

Un ulteriore elemento determinante è la conclusione ironica dell’episodio: «Ma questo [Renzo] non si curava d’entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo pò di schizzo». Ecco allora che non è Renzo a descriverci la vigna, ma lo stesso autore, che nasconde in questa “enumeración caótica” delle precise spie linguistiche: la «marmaglia», che qui designa in particolare le ortiche, nel dodicesimo capitolo connota i mercanti; il «guazzabuglio» di steli, nel decimo capitolo è quello del «cuore umano» della Monaca di Monza, termine che ricorrerà anche nel quattordicesimo, quando si dice che un amico di Renzo lascia lui fare «un guazzabuglio d’istanze e di rimproveri».

L’intento morale è invece più palese; quando lo scrittore descrive i fusti della zucca che si ancorano a quelli di una vite, che «cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci», con il risultato che «si tiravan giù, pure a vicenda», afferma chiaramente che lo stesso «accade spesso ai deboli che si prendon l’uno con l’altro per appoggio». Espressione, questa, che come ha fatto notare il filologo, sembra riprendere quella proposta nel terzo capitolo, ove si afferma che Renzo, impugnando delle galline «faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura». Lo scrittore milanese anticipa il Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels, ha detto provocatoriamente il relatore, precisando che Manzoni è uno dei primi scrittori – secondo forse solo al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani – ad occuparsi della massa, della folla, e del potere del capitale.

L“enumeración caótica” diviene ékphrasis del caos anche nell’episodio dell’orto di don Abbondio, raccontato nel trentesimo capitolo dei Promessi Sposi. «Non c’era nulla d’intero; ma avanzi e frammenti di quel che c’era stato, lì e altrove, se ne vedeva in ogni canto», premette l’autore, per poi descrivere il “guazzabuglio” che i due ritrovano in casa, devastata dai paesani: piume e penne delle galline, pezzi di biancheria, fogli dei calendari, cocci di pentole e piatti, tizzoni spenti, un bracciolo di seggiola…. L’elenco è anche qui occasione di un’amara meditazione sul Male che prende corpo nella peste, ma soprattutto nella violenza della guerra e nell’odio fra gli uomini. Anche in questo caso l’illustrazione di Gonin non ha un mero ruolo accessorio, ma è parte integrante del testo, assumendo una precisa funzione didascalica; don Abbondio e Perpetua, andando a verificare (invano) se vi era ancora il denaro che avevano seppellito nell’orto, si accusano vicendevolmente: «Don Abbondio cominciò a prendersela con Perpetua, che non avesse nascosto bene: pensate se questa rimase zitta: dopo ch’ebbero ben gridato, tutt’e due col braccio teso, e con l’indice appuntato verso la buca, se ne tornarono insieme, brontolando».

 

Lucrezia Greppi

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