Commento

Desiderio, amicizia, emancipazione nel romanzo perduto di Maria Lazar

Per oltre mezzo secolo Maria Lazar è caduta completamente nell’oblio. Il suo nome era assente dalle storie della letteratura e dalle antologie del Novecento austriaco. Ora Quattro volte me (Adelphi 2026) permette di entrare in contatto con un’autrice che, in un breve romanzo, ripercorre storie, passioni ed avventure di quattro ragazze nel tramonto dell’Impero asburgico. Nessuno aveva messo alla berlina con una lingua tanto spietata e caustica il moralismo dell’alta borghesia viennese prima della fine degli Asburgo, come scrive nella postfazione Albert C. Eibl. Nemmeno Karl Kraus. Che in fondo non abbandonò mai del tutto le convenzioni della borghesia conservatrice che voleva demolire. Al centro del romanzo di Lazar c’è la narratrice senza nome che osserva le altre e sé stessa. Il racconto assume la forma di una confessione. Non mancano riferimenti all’erotismo, al desiderio, ai corpi, al piacere.

«In realtà non sono niente. E il fatto è proprio questo. È la ragione per cui scrivo questi appunti, forse ne uscirà un libro, una confessione, Dio solo sa che cosa». La storia della sua vita sembra inizialmente non esistere. «Non c’è nessuna storia», afferma. Eppure, il romanzo è attraversato da passioni, ossessioni e desideri. L’io narrante registra continuamente le proprie emozioni e il proprio smarrimento. «Le gambe mi si fecero rigide e fredde sotto al banco. Non sentivo più le scarpe. Sono matta, certamente matta, neanche questo libro può essermi d’aiuto». La solitudine è una presenza costante. «Verso Sud, al mare. Ero sola, terribilmente sola». Le quattro amiche diventano adulte quasi all’improvviso. «Eravamo diventate grandi, di colpo, in un giorno. Avevamo imparato a non prendere sul serio l’amore. Noi quattro. Grete, Ulla, Anette e io». Protagoniste molto diverse tra loro.

Grete è la bella, inavvicinabile figlia di un professore universitario. Anette è sfacciata, sensuale e anticonformista. Ulla è poco attraente, ma dotata di un’intelligenza acuta e corrosiva. La narratrice, invece, è la più vulnerabile e ipersensibile. Grete occupa una posizione privilegiata per l’io narrante. È l’oggetto di un’ammirazione. «Grete è sempre stata la più preziosa tra noi. Grete era venuta al mondo sotto una luce di latte». Quando entra in scena Hans Jürgen, con una cicatrice che attraversa la guancia, la vita di Grete prende una nuova direzione. Una notte partorisce un bambino. Poi arriva una seconda gravidanza. Ma «le donne come Grete non dovrebbero sposarsi. Dovrebbero entrare in convento, essere scolpite come vergini del cielo». Anette rappresenta il polo opposto rispetto a Grete. Fin da bambina non ha mai avuto soldi in tasca. È il personaggio più libero e più esposto ai giudizi della società.

Ulla è magrissima, quasi inquietante. «La pelle bianca come porcellana aveva preso una sfumatura giallastra». È intelligente, provocatoria, irriducibile. «Ulla è sfrontata. Non vuol farsi comprare. Va in giro a cercarsi gli uomini, begli uomini alti e sani, sanissimi – è proprio una spudorata». Ulla non è mai stata sedotta perché non ha mai accettato di interpretare il ruolo della vittima. Accanto alle quattro amiche compaiono anche personaggi secondari memorabili, come Horky e Bea. Ma la figura più enigmatica resta l’Estranea. Che «non è mai stata una di noi quattro. Si è sempre tenuta in disparte, ha sempre solo osservato». La sua presenza assume quasi una funzione simbolica. Compare nei momenti decisivi del romanzo. Quando Grete è ormai vicina alla fine, la narratrice racconta: «Fui ai piedi del letto di Grete. All’improvviso vidi davanti a me, fredda e immobile, l’Estranea. Mi si fermò il cuore».

Alla fine, la narratrice dichiara che sposerà Axel. Ma il vero centro del romanzo resta la trasformazione delle ragazze e il modo in cui ciascuna costruisce la propria identità in un mondo che offre alle donne pochissime possibilità di scelta. Difficile dire quanto ci sia di autobiografico in questo romanzo. Maria Lazar utilizza il romanzo anche come strumento di critica sociale. «È assurdo che non si impari già a scuola qual è la situazione delle donne. Sarebbe materia da lezione di Storia». Una frase che sintetizza bene l’intero progetto dell’autrice. Eibl firma un ampio omaggio biografico dell’autrice, nata nel 1895 come ultima figlia di una ricca famiglia ebrea di Vienna. Frequentò la Schwarzwaldschule in Franziskanerplatz, dove insegnavano figure come Adolf Loos, Arnold Schönberg e Oskar Kokoschka, che nel 1916 la ritrasse nel dipinto “Dame mit Papagei”.

Studiò storia e filosofia a Vienna e pubblicò oltre cento articoli culturali, interventi politici e recensioni. Nel 1923 sposò il giornalista Friedrich Strindberg, figlio di Frank Wedekind. Ma il matrimonio durò poco. Con l’ascesa del nazismo fu costretta alla fuga. Nel 1933 trovò rifugio sull’isola danese di Thurø insieme con Bertolt Brecht e Helene Weigel, amica fin dalla giovinezza. Nel 1939 si trasferì in Svezia. Nel 1948, dopo una lunga malattia e amareggiata dall’insuccesso delle proprie opere, si tolse la vita. La riscoperta dell’autrice è recentissima. Quattro volte me, scritto alla fine degli anni Venti, non riuscì mai a trovare editori. Maria Lazar tentò inutilmente di pubblicarlo presso case editrici svizzere e la Zsolnay di Vienna. Lo presentò perfino con uno pseudonimo dall’apparenza scandinava, Esther Grenen. Senza successo. Oggi appare invece come una delle opere più sorprendenti della letteratura austriaca del periodo tra le due guerre.

Amedeo Gasparini

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