Commento

Dubbi sulla storia dei ruteni filorussi di Nicolai Lilin

Non sarà un filo-Cremlino – come dice nel volume – ma quando si legge Nicolai Lilin e il suo La guerra e l’odio (Piemme 2023) si ha la sensazione che l’autore manipoli gli eventi e si distingua per la scarsa accuratezza storica. L’uso di storie poco documentate, ma certamente usate per provare anche in maniera forzata le proprie tesi, esaminate dall’autore non hanno a che vedere oltremodo con l’attuale guerra russa in Ucraina. Il focus storico del libro è sul genocidio dei ruteni consumatosi tra il 1914 e il 1917, di cui c’è scarsa traccia storica. Sembrerebbe quasi che Lilin volesse spiegare l’astio degli ucraini contro russi e minoranze russe in Ucraina tramite gli odi antichi nella regione. Il testo inizia con una bella riflessione introduttive sulla politica e l’odio. Poi evolve in un lungo case study sul campo di internamento Thalerhof, dove vennero rinchiusi alcuni ruteni della Galizia e della Bucovina.

Secondo Nicolai Lilin, il conflitto in Ucraina getta le radici nelle complesse e dolorose vicissitudini di una regione soggetta a diverse dominazioni, passando sotto il controllo di vari gruppi etnici che l’hanno conquistata e popolata. «Ogni conflitto che insorge tra gli uomini è dovuto principalmente a tre ordini di cause, che rimangono costanti nel corso della storia: il controllo del territorio, gli interessi economici e l’odio reciproco». L’odio «rappresenta il motore autentico della guerra, poiché infiamma gli animi, innescando una deflagrazione infernale, spingendo le masse e i singoli individui alle azioni più atroci». Inoltre, l’odio permette «di giustificare qualunque tipo di crimine». Esso è «una fra le principali cause scatenanti di ogni conflitto e con lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione il suo potere è aumentato a dismisura». Le parole di Nicolai Lilin sembrano applicarsi a qualsiasi contesto di guerra.

L’autore narra delle ingiustizie subite dai galiziani e dai ruteni sotto l’Austria-Ungheria. A Vienna e Budapest, i vertici della corona asburgica nutrivano diffidenza nei loro confronti, nonostante questi mostrassero un forte attaccamento all’Impero. Entro il 1914, la situazione era cambiata, con la maggioranza di essi che aveva sviluppato una simpatia verso la Russia. Questo cambiamento di atteggiamento fu influenzato dalla consapevolezza delle motivazioni etniche alla base delle repressioni austriache. Prima della Grande Guerra, la popolazione rutena della Galizia austriaca s’identificava come russa, sottolinea l’autore. Prospettiva, questa, condivisa anche dalle autorità austriache. Che a causa della loro persecuzione, accrebbero nei ruteni la speranza di unirsi alla Russia. L’entusiasmo per i notevoli successi delle truppe russe nella battaglia di Galizia nel 1914 fu accolto dai ruteni. Secondo Lilin, la popolazione rutena della Galizia si divise tra chi si considerava russo e chi culturalmente legato all’Impero austro-ungarico, identificandosi come ucraini.

Le autorità austriache mostrarono zelo nel tentativo di sradicare la cultura russa. I ruteni furono internati nei campi di concentramento. Essi subirono esecuzioni sommarie sulla base di denunce o sospetti. Complessivamente, le loro sofferenze nella regione furono immense, come ricorda Lilin. Si giunge all’oggi: e si ha la conferma che il prologo sottintendeva la crudeltà ucraina e il vittimismo russo. «L’odio antirusso e la politica nazionalista che caratterizzano lo Stato ucraino, la sua propensione a giustificare il nazismo e il collaborazionismo sono diventati sempre più evidenti e hanno causato la crescente indignazione e il rifiuto di quella parte della popolazione del paese che si sente russa». L’autore parla di genocidio dei russi da parte degli ucraini. L’Ucrainismo è diventato sinonimo di crimini contro i russi, dice Lilin. Che ascrive l’odierna guerra in Ucraina «ben oltre la dialettica semplicisticamente riduttiva di “invasore-invaso” su cui insistono i propagandisti dell’atlantismo».

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

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