I fantasmi del presente (Feltrinelli 2025) di Wolfram Eilenberger ricostruisce le vite intrecciate di quattro pensatori del secondo Novecento – Theodor W. Adorno, Susan Sontag, Michel Foucault e Paul Feyerabend – nel trentennio che va dal secondo Dopoguerra al 1984. Sullo sfondo, la Guerra Fredda e il Sessantotto. A Parigi, sotto la guida di Daniel Cohn-Bendit e del giovane André Glucksmann, il maggio 1968 punta a seminare il caos, innescando disordini che rasentano la guerra civile in nome di una maggiore partecipazione democratica. Adorno fa ritorno in Europa nel 1949, insieme a un’ondata di intellettuali reduci dall’esilio nella Germania. Tra questi, Hannah Arendt, Ernst Bloch, Ludwig Marcuse, Thomas Mann. Rivedendo Francoforte devastata, Adorno la descrive nel diario come un luogo irreale, mostruoso. Il mondo, scrive, è crollato, mentre intorno a lui il fantasma del nazismo sembra, almeno per il momento, sconfitto.
Nata Susan Lee Rosenblatt, Sontag vive un’adolescenza che Eilenberger descrive come una condanna. Dopo il trasloco a LA, riesce ad incontrare Mann in casa sua. Nel maggio 1949, appena iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia a Berkeley, attraversa quella che l’autore paragona a un risveglio religioso, annotando sul taccuino la parola “rinata”. Rivendica la propria bisessualità come pienezza dell’individuo e il desiderio di vivere intensamente, senza lasciarsi dominare dall’intelletto. Le sue nuove affinità letterarie non sono più Jean-Paul Sartre o Sigmund Freud, ma Rainer Maria Rilke e Søren Kierkegaard. Sposata giovanissima con il marito Philip Rieff e madre del piccolo David Rieff, da studentessa a Harvard si sente prigioniera delle proprie scelte passate. Trasferitasi a New York, si mantiene insegnando alla Columbia University. Poi pubblica Notes on “Camp”, che anticipa la disgregazione di un certo consenso culturale.
Dopo il suicidio dell’amica Susan Taubes passano vent’anni prima che pubblichi un altro romanzo. Nel 1978 Foucault, divenuto collaboratore del Corriere della Sera, le propone di tornare in Vietnam. Quando Sulla fotografia esce nel 1977, viene accolto come la nascita di una nuova disciplina. Ambiziosa fino alla fine, negli anni Ottanta, da presidente del PEN America, incontra la fotografa Annie Leibovitz, sua compagna per il resto della vita. Nell’estate del 1993, in piena guerra di Bosnia, mette in scena Aspettando Godot di Samuel Beckett in una Sarajevo assediata. Muore di leucemia il 28 dicembre 2004. Quanto a Foucault, egli è guidato dalla speranza di trovare una nuova, più solida interiorità. Ossessionato, in particolare, dall’idea del suicidio dopo la lettura de Il mito di Sisifo di Albert Camus. Eilenberger ricorda anche la posizione opposta di Emil Cioran, per cui la vita non varrebbe abbastanza da giustificare il costo di togliersela.
Incoraggiato da Louis Althusser, Foucault si disintossica dall’alcol e aderisce al PCF. Nel 1948 si laurea in Psicologia, insegna a Lille. Ma si stanca della vita accademica e si trasferisce in Svezia, alla Maison de France di Uppsala. Coltiva un’immagine da dandy tenebroso. Non ha ancora portato a termine un libro, ma firma una prefazione di centoventi pagine al saggio Sogno ed esistenza di Ludwig Binswanger, criticando la psicoanalisi freudiana e sostenendo che il suicidio sia la più alta forma di autoaffermazione liberatoria. La sua prima “storia della follia”, che intreccia filosofia, storia della scienza e letteratura, viene però respinta da un editore per il suo stile troppo libero e saggistico. Più tardi, tra Parigi e Clermont-Ferrand, sceglie di trasferirsi a Tunisi. Poi si stabilisce al Collège de France pubblicando poi Sorvegliare e punire. Muore di AIDS il 25 giugno 1984.
Il ventiduenne Feyerabend arriva a Vienna e trova sintonia con Karl Popper. Durante una conferenza incontra anche il teologo Karl Rahner e l’economista Friedrich von Hayek, che si era battuto per la pubblicazione della Società aperta e i suoi nemici in Inghilterra e aveva invitato Popper a insegnare alla LSE. Attratto dal pensiero di Ludwig Wittgenstein, dopo un dottorato conseguito con il massimo dei voti ottiene dal relatore Victor Kraft una lettera di raccomandazione per una borsa di studio in Inghilterra. Feyerabend arriva Bristol, dove viene etichettato come discepolo di Popper, di cui pure traduce in tedesco, il primo volume della Società. Eppure, osserva Eilenberger, non è mai stato un buon popperiano. Dopo un anno a Oxford, nel 1975 è ancora professore di Filosofia della scienza a Berkeley quando proclama la propria rivoluzione intellettuale grazie all’influenza del mentore Imre Lakatos. Feyerabend muore l’11 febbraio 1994.
Amedeo Gasparini
I fantasmi del presente (Feltrinelli 2025) di Wolfram Eilenberger ricostruisce le vite intrecciate di quattro pensatori del secondo Novecento – Theodor W. Adorno, Susan Sontag, Michel Foucault e Paul Feyerabend – nel trentennio che va dal secondo Dopoguerra al 1984. Sullo sfondo, la Guerra Fredda e il Sessantotto. A Parigi, sotto la guida di Daniel Cohn-Bendit e del giovane André Glucksmann, il maggio 1968 punta a seminare il caos, innescando disordini che rasentano la guerra civile in nome di una maggiore partecipazione democratica. Adorno fa ritorno in Europa nel 1949, insieme a un’ondata di intellettuali reduci dall’esilio nella Germania. Tra questi, Hannah Arendt, Ernst Bloch, Ludwig Marcuse, Thomas Mann. Rivedendo Francoforte devastata, Adorno la descrive nel diario come un luogo irreale, mostruoso. Il mondo, scrive, è crollato, mentre intorno a lui il fantasma del nazismo sembra, almeno per il momento, sconfitto.
Nata Susan Lee Rosenblatt, Sontag vive un’adolescenza che Eilenberger descrive come una condanna. Dopo il trasloco a LA, riesce ad incontrare Mann in casa sua. Nel maggio 1949, appena iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia a Berkeley, attraversa quella che l’autore paragona a un risveglio religioso, annotando sul taccuino la parola “rinata”. Rivendica la propria bisessualità come pienezza dell’individuo e il desiderio di vivere intensamente, senza lasciarsi dominare dall’intelletto. Le sue nuove affinità letterarie non sono più Jean-Paul Sartre o Sigmund Freud, ma Rainer Maria Rilke e Søren Kierkegaard. Sposata giovanissima con il marito Philip Rieff e madre del piccolo David Rieff, da studentessa a Harvard si sente prigioniera delle proprie scelte passate. Trasferitasi a New York, si mantiene insegnando alla Columbia University. Poi pubblica Notes on “Camp”, che anticipa la disgregazione di un certo consenso culturale.
Dopo il suicidio dell’amica Susan Taubes passano vent’anni prima che pubblichi un altro romanzo. Nel 1978 Foucault, divenuto collaboratore del Corriere della Sera, le propone di tornare in Vietnam. Quando Sulla fotografia esce nel 1977, viene accolto come la nascita di una nuova disciplina. Ambiziosa fino alla fine, negli anni Ottanta, da presidente del PEN America, incontra la fotografa Annie Leibovitz, sua compagna per il resto della vita. Nell’estate del 1993, in piena guerra di Bosnia, mette in scena Aspettando Godot di Samuel Beckett in una Sarajevo assediata. Muore di leucemia il 28 dicembre 2004. Quanto a Foucault, egli è guidato dalla speranza di trovare una nuova, più solida interiorità. Ossessionato, in particolare, dall’idea del suicidio dopo la lettura de Il mito di Sisifo di Albert Camus. Eilenberger ricorda anche la posizione opposta di Emil Cioran, per cui la vita non varrebbe abbastanza da giustificare il costo di togliersela.
Incoraggiato da Louis Althusser, Foucault si disintossica dall’alcol e aderisce al PCF. Nel 1948 si laurea in Psicologia, insegna a Lille. Ma si stanca della vita accademica e si trasferisce in Svezia, alla Maison de France di Uppsala. Coltiva un’immagine da dandy tenebroso. Non ha ancora portato a termine un libro, ma firma una prefazione di centoventi pagine al saggio Sogno ed esistenza di Ludwig Binswanger, criticando la psicoanalisi freudiana e sostenendo che il suicidio sia la più alta forma di autoaffermazione liberatoria. La sua prima “storia della follia”, che intreccia filosofia, storia della scienza e letteratura, viene però respinta da un editore per il suo stile troppo libero e saggistico. Più tardi, tra Parigi e Clermont-Ferrand, sceglie di trasferirsi a Tunisi. Poi si stabilisce al Collège de France pubblicando poi Sorvegliare e punire. Muore di AIDS il 25 giugno 1984.
Il ventiduenne Feyerabend arriva a Vienna e trova sintonia con Karl Popper. Durante una conferenza incontra anche il teologo Karl Rahner e l’economista Friedrich von Hayek, che si era battuto per la pubblicazione della Società aperta e i suoi nemici in Inghilterra e aveva invitato Popper a insegnare alla LSE. Attratto dal pensiero di Ludwig Wittgenstein, dopo un dottorato conseguito con il massimo dei voti ottiene dal relatore Victor Kraft una lettera di raccomandazione per una borsa di studio in Inghilterra. Feyerabend arriva Bristol, dove viene etichettato come discepolo di Popper, di cui pure traduce in tedesco, il primo volume della Società. Eppure, osserva Eilenberger, non è mai stato un buon popperiano. Dopo un anno a Oxford, nel 1975 è ancora professore di Filosofia della scienza a Berkeley quando proclama la propria rivoluzione intellettuale grazie all’influenza del mentore Imre Lakatos. Feyerabend muore l’11 febbraio 1994.
Amedeo Gasparini