Teatro

FIT – Spazio 1929, Janeck Turkowski è un archeologo gentiluomo in “Margarete”

Margarete, Janeck Turkowski. ©Vergyasi Levente.

Qualche anno fa, Janeck Turkowski si trovava in villeggiatura nel nord est della Germania, nella cittadina di Greifswald. Il caso lo portò a curiosare in un mercatino delle pulci, dove acquistò per soli venti euro un proiettore 8mm, insieme a una valigetta piena di vecchi filmati privati, girati nella Germania dell’est durante gli anni ‘60.

Margarete, la performance audio-visiva che Turkowski ha ricavato da questa esperienza, è il risultato di questo ritrovamento casuale, di questo incontro che il film-maker ha fatto con le immagini della vita di qualcun altro, e del suo tentativo di onorare questa vita riportando al pubblico le sue storie, inventandone alcune, ma sempre con grande sensibilità e rispetto.

Una performance leggera, senza pretese, impostata come una visione casalinga delle diapositive delle vacanze. Una gentile signora ci offre del the all’ingresso, le sedie sono comode e raccolte intorno al piccolo proiettore da cui vengono immagini traballanti che parlano di un blocco sovietico che non c’è più, di parate, viaggi aziendali organizzati, giochi all’aria aperta: “il buon vecchio divertimento socialista”, così lo definisce Turkoswki nella sua narrazione sempre ironica.

Il pubblico ride, si raccoglie intorno al cantastorie che si è fatto archeologo di una società ormai lontana e di cui però rimangono le immagini filtrate attraverso lo sguardo di Margarete, la protagonista dei filmati ritrovati. Una storia come quella di tante vite, eppure unica, come tutte le vite. La Storia e le storie si rincorrono nella ricostruzione di Turkowski, voyeur gentile e rispettoso che intesse e disfa trame che parlano di spionaggio usando la cortina di ferro come invisibile sfondo, e la curiosità del pubblico come deus ex machina. Quella che in fondo propone è un’esperienza teatrale dove non c’è palco, non c’è proscenio, non c’è platea, e che si muove sulle corde dell’empatia per srotolare una piccola gemma di archeologia umana e presentarla al pubblico, accompagnata solo dal ticchettio di un vecchio proiettore trovato per caso.

Silvia Villa

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