Gli ultimi giorni di Ingeborg (Adelphi 2026) di Fleur Jaeggy rievoca con asciuttezza e dolore gli ultimi momenti dell’amica Ingeborg Bachmann ed inaugura la nuova collana Microgrammi. Tre momenti di un’amicizia durata una vita e il racconto laconico, rarefatto, lacerante. Una sorta di breve diario, fatto di annotazioni sul dolore, sulla malattia e sulla morte. Si tratta, in fondo, di un lungo articolo racchiuso in un libricino minuscolo: perfetto nella sua essenzialità, come spesso accade nei volumi della casa editrice che fu tra le prime a dare voce in Italia tanto alla scrittrice austriaca quanto a quella svizzera. Fleur Jaeggy rievoca attraverso ricordi frammentari, immagini, dettagli. «Via da Roma, non pensare a niente, niente lettere, telefonate e dover rispondere». Ingeborg Bachmann nuotava benissimo. Venne a trovarle Italo Calvino. Insieme andarono a Vienna, poi a Klagenfurt. Nella pasticceria Musil, ricorda Jaeggy, le paste sembravano piccoli parrucchini.
Poi arriva una telefonata da Zurigo. «Ingeborg hat sich verbrannt». Ingeborg si è bruciata. La scrittrice viene ricoverata al centro grandi ustionati di Roma. È in coma. Jaeggy prende immediatamente un aereo per raggiungerla. Il racconto si fa sempre più scarno e doloroso. La scrittrice svizzera annota ciò che vede senza alcuna concessione al sentimentalismo. Stava all’entrata dell’obitorio, sulla strada. «La vidi passare su una barella – nuda – nessuno ha avuto pietà (carità) – di coprirla». Sono forse le pagine più strazianti del libro. A volte Bachmann è lucida, soffre. Poi perde nuovamente conoscenza. Nessuna enfasi, nessun abbellimento letterario. Solo la realtà del corpo che si spegne e dell’amicizia che assiste impotente. In appena poche pagine, Fleur Jaeggy riesce a costruire un piccolo monumento funebre. Fino all’ultima frase, semplice e definitiva, che contiene forse tutto il senso del libro: «L’ho amata».
Amedeo Gasparini
Gli ultimi giorni di Ingeborg (Adelphi 2026) di Fleur Jaeggy rievoca con asciuttezza e dolore gli ultimi momenti dell’amica Ingeborg Bachmann ed inaugura la nuova collana Microgrammi. Tre momenti di un’amicizia durata una vita e il racconto laconico, rarefatto, lacerante. Una sorta di breve diario, fatto di annotazioni sul dolore, sulla malattia e sulla morte. Si tratta, in fondo, di un lungo articolo racchiuso in un libricino minuscolo: perfetto nella sua essenzialità, come spesso accade nei volumi della casa editrice che fu tra le prime a dare voce in Italia tanto alla scrittrice austriaca quanto a quella svizzera. Fleur Jaeggy rievoca attraverso ricordi frammentari, immagini, dettagli. «Via da Roma, non pensare a niente, niente lettere, telefonate e dover rispondere». Ingeborg Bachmann nuotava benissimo. Venne a trovarle Italo Calvino. Insieme andarono a Vienna, poi a Klagenfurt. Nella pasticceria Musil, ricorda Jaeggy, le paste sembravano piccoli parrucchini.
Poi arriva una telefonata da Zurigo. «Ingeborg hat sich verbrannt». Ingeborg si è bruciata. La scrittrice viene ricoverata al centro grandi ustionati di Roma. È in coma. Jaeggy prende immediatamente un aereo per raggiungerla. Il racconto si fa sempre più scarno e doloroso. La scrittrice svizzera annota ciò che vede senza alcuna concessione al sentimentalismo. Stava all’entrata dell’obitorio, sulla strada. «La vidi passare su una barella – nuda – nessuno ha avuto pietà (carità) – di coprirla». Sono forse le pagine più strazianti del libro. A volte Bachmann è lucida, soffre. Poi perde nuovamente conoscenza. Nessuna enfasi, nessun abbellimento letterario. Solo la realtà del corpo che si spegne e dell’amicizia che assiste impotente. In appena poche pagine, Fleur Jaeggy riesce a costruire un piccolo monumento funebre. Fino all’ultima frase, semplice e definitiva, che contiene forse tutto il senso del libro: «L’ho amata».
Amedeo Gasparini