
Alessia Cerletti
Una folla commossa nella chiesa di S. Lucia a Massagno si è unita alla famiglia per l’addio a Alessia Cerletti, mancata improvvisamente l’11 settembre scorso a 56 anni. Qui di seguito il ricordo della defunta.
Sono solo pensieri in successione affollata, che non riescono a trovare risposta e non si sa come ordinare in idee: questo si prova quando piomba addosso la notizia del prematuro vuoto lasciato da Alessia Cerletti. Ogni giorno, aprendo i notiziari, ci troviamo confrontati con notizie drammatiche, in una scia di “perché”, dall’insensatezza della morte al mistero della vita. Ci si interroga angosciati sul senso dell’umana esistenza, cercando di elaborare un lutto ritenuto impossibile. Anche la fede, di cui Alessia era abbondantemente munita, in certi momenti resta incrinata. Nell’immagine di David Maria Turoldo “la morte è come varcare la soglia e uscire al sole”: è la visione di Dio in cui Alessia credeva e insegnava a credere. Lo faceva e lo ha fatto fino a questa estate anche nei campi scout, dove la figlia Lisa è attiva nella storica “Tre Pini” di Massagno. Lei stessa era cresciuta alla scuola di Baden Powell, aderendovi appieno e divenendone coerente educatrice nel trasmettere quei valori.
Alessia aveva un orizzonte sereno della vita, che spalancava anche nella sua quotidianità di donna, moglie e mamma e nella sua professione, in quel mondo della finanza e dell’economia che esige continuo aggiornamento, efficienza nella variabilità dei mercati, prontezza operativa e, in parallelo, la fiducia richiesta da chi affida la gestione dei propri risparmi. Dava sicurezza: misurata, controllata, prudente nelle scelte, chiara nell’esposizione e nella finalizzazione. Aveva innato e coltivato rispetto per chi le stava di fronte e faceva capo alla sua esperienza che è figlia della capacità. C’è una frase di Vasilij Grossman in Vita e destino appropriata per Alessia: “Solo quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé, la persona assapora la gioia della libertà e della bontà”. Che è quanto Alessia aveva appreso in famiglia, poi negli studi – era giunta a Lugano da Tortona, ospite delle Teresine in Via Nassa dalle medie fino all’American School – quindi alla laurea in economia, master alla Bocconi, con la carriera che s’era poi costruita con la sua intelligenza, volontà e bravura. Aveva formato la sua famiglia, s’era sposata con Marco, mamma di Lisa, che è liceale a Lugano, s’era stabilita a Bissone e svolgeva la sua attività in una finanziaria di Mendrisio, benvoluta e circondata da meritata stima.
Lo spartiacque interiore in addii come questo è angustiato tra il credere o non credere, il rinchiudersi e lo sperare in quell’«oltre» in cui Alessia aveva fede. Leggendo la frase nel suo profilo WA, vien quasi da pensare che avesse in qualche modo presagito l’umana fragilità che è di ciascuno e che lei percepiva forse con la sua non comune sensibilità. Traducendo, queste le parole: «Non tenere da parte le cose belle per un futuro, non rimandare continuamente il viaggio; non tenere la tua vita per un “poi”: il “poi” non è garantito, adesso è tutto ciò che hai». È una riflessione che dispensa da altre parole, se non la condivisione con la mamma Franca, il marito Marco, la figlia Lisa e i parenti tutti.
Giuseppe Zois