Crescere, la guerra (Einaudi 2026) di Francesca Mannocchi interroga la poesia, si legge nella presentazione, «nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere». Ne nasce una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, quanto come condizione del corpo e della memoria. Francesca Mannocchi collabora da anni con numerose testate giornalistiche e ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Yemen, Afghanistan, Ucraina e Palestina. Dalla Siria all’Afghanistan, dalla Palestina ai campi profughi, ciò che emerge non è una cronaca, ma un’etica dello sguardo. Le voci delle vittime raccolte nel libro, si legge, «non chiedono rappresentazione né compassione: chiedono esattezza». Ogni parola è chiamata a misurarsi con ciò che resta quando la casa è perduta, il nome incrinato, il volto reso invisibile. La memoria «non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere».
La poesia diventa così soglia. Il luogo in cui il dolore, si legge ancora, «non viene spiegato, ma custodito. Non redento, ma assunto come responsabilità». Mannocchi intreccia voci e testimonianze raccolte nelle guerre di cui è stata testimone diretta, affidando alla poesia, spiega, «un compito necessario e scomodo: tenere aperta la domanda sull’umano» quando indifferenza o facili semplificazioni tendono a ignorarla. Il libro si apre con un prologo e si sviluppa in undici capitoli, ciascuno costruito attorno a una voce o a una figura specifica incontrata nei reportage dell’autrice: “Le rose e le spine”, “Fahim, il corpo della reputazione”, “Il volto e l’invisibilità”, “Samya, figlia senza infanzia”, “La teologia del mattatoio”, “La soglia senza casa”, “Abitare”, “Semi, per voce di Madre, per voce di Padre”, “Parole senza destino”, “La nonna di Jenin”, “La voce del non salvato”, per chiudersi con l’epilogo “Memoria/Oblio”.
I titoli restituiscono la geografia del libro (Libano, Siria …) – e i temi che lo attraversano. L’esilio, la reputazione perduta di chi fugge, la prigionia e la tortura, la fame come arma, l’abitare come forma di resistenza, la memoria trasmessa da una generazione all’altra. In questi ambienti la poesia non consola. Ma chiede al lettore di prendere posizione e di sostenere lo sguardo dell’altro. Perché «ciò che ferisce è ciò che ci mantiene desti». Forse il verso più significativo è quello che chiude la raccolta, per la sua intensità. «La memoria / è scegliere la fatica / al posto della serenità. / Perché / ciò che ferisce / è ciò che ci mantiene desti. / Memoria / sia allora ciò che ferisce e punge. / Perché, / se non impariamo a custodire la spina, / le rose / saranno soltanto / ornamento per i morti».
Amedeo Gasparini
Crescere, la guerra (Einaudi 2026) di Francesca Mannocchi interroga la poesia, si legge nella presentazione, «nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere». Ne nasce una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, quanto come condizione del corpo e della memoria. Francesca Mannocchi collabora da anni con numerose testate giornalistiche e ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Yemen, Afghanistan, Ucraina e Palestina. Dalla Siria all’Afghanistan, dalla Palestina ai campi profughi, ciò che emerge non è una cronaca, ma un’etica dello sguardo. Le voci delle vittime raccolte nel libro, si legge, «non chiedono rappresentazione né compassione: chiedono esattezza». Ogni parola è chiamata a misurarsi con ciò che resta quando la casa è perduta, il nome incrinato, il volto reso invisibile. La memoria «non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere».
La poesia diventa così soglia. Il luogo in cui il dolore, si legge ancora, «non viene spiegato, ma custodito. Non redento, ma assunto come responsabilità». Mannocchi intreccia voci e testimonianze raccolte nelle guerre di cui è stata testimone diretta, affidando alla poesia, spiega, «un compito necessario e scomodo: tenere aperta la domanda sull’umano» quando indifferenza o facili semplificazioni tendono a ignorarla. Il libro si apre con un prologo e si sviluppa in undici capitoli, ciascuno costruito attorno a una voce o a una figura specifica incontrata nei reportage dell’autrice: “Le rose e le spine”, “Fahim, il corpo della reputazione”, “Il volto e l’invisibilità”, “Samya, figlia senza infanzia”, “La teologia del mattatoio”, “La soglia senza casa”, “Abitare”, “Semi, per voce di Madre, per voce di Padre”, “Parole senza destino”, “La nonna di Jenin”, “La voce del non salvato”, per chiudersi con l’epilogo “Memoria/Oblio”.
I titoli restituiscono la geografia del libro (Libano, Siria …) – e i temi che lo attraversano. L’esilio, la reputazione perduta di chi fugge, la prigionia e la tortura, la fame come arma, l’abitare come forma di resistenza, la memoria trasmessa da una generazione all’altra. In questi ambienti la poesia non consola. Ma chiede al lettore di prendere posizione e di sostenere lo sguardo dell’altro. Perché «ciò che ferisce è ciò che ci mantiene desti». Forse il verso più significativo è quello che chiude la raccolta, per la sua intensità. «La memoria / è scegliere la fatica / al posto della serenità. / Perché / ciò che ferisce / è ciò che ci mantiene desti. / Memoria / sia allora ciò che ferisce e punge. / Perché, / se non impariamo a custodire la spina, / le rose / saranno soltanto / ornamento per i morti».
Amedeo Gasparini