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Gildo non era un gatto. Era il tuttofare della casa, in particolare si occupava del giardino. Alto, segaligno, sempre un po’ imbronciato, di maniere brusche, solitario e di poche parole, sembrava uscito da un romanzo russo. Faceva paura ai bambini e, per colmo, odiava i gatti che scavavano buche ovunque e gli rovinavano le piantine. Cercava di scacciarli, e se poteva li innaffiava con la canna che usava per bagnare il prato e i fiori. Ma aveva anche gesti spontanei di gentilezza, quando ad esempio sul davanzale metteva un pacchetto di sigarette per la madre fumatrice. E assumeva un’aria di contrizione quando doveva annunciare la morte di un gatto. Sempre in giro con la sua bicicletta fin dall’alba, infatti era anche il messaggero di sventura, il primo a scorgere sul ciglio del marciapiede il corpo di un gatto investito dalle auto, era questo purtroppo il destino di molti di loro, il rischio e il prezzo della libertà.
E si dava da fare nelle emergenze.
La famiglia era svegliata al mattino presto da un miagolio insistente e penoso, un richiamo d’aiuto. La casetta aveva un tetto piatto sul quale sporgevano i rami del grosso ulivo, uno dei due che si trovavano nel giardino, l’ideale per scorribande feline. Solo che i più giovani e inesperti facevano presto ad arrampicarsi e a saltare sul tetto e poi non sapevano più come cavarsela per tornare. Così, ad ogni nuova nidiata, ad un certo punto c’era la “prova” del tetto. Il rituale era sempre lo stesso. Gildo arrivava con la sua lunga scala e si arrampicava; figuriamoci se il gattino si sarebbe fidato di quell’omaccio. La bambina, con il suo animo di “girlscout” era eccitata e prima che la madre potesse avanzare qualsiasi obiezione si trovava già in cima alla scala, veloce come… un gatto. Una volta raggiunto il tetto, il problema era convincere lo spaventatissimo felino a farsi prendere per riportarlo giù. Di sotto si erano radunati tutti, la famiglia e i vicini, ad assistere… Lo si sapeva e gli umani stupidotti ci cascavano sempre, lasciandosi intenerire da quel miagolio che come il pianto disperato di un bambino si diffondeva per il quartiere. Ma dopo molti tentativi di persuasione, quando appena lei era riuscita ad allungare una mano per raggiungere e afferrare il malcapitato, ecco che quello in un balzo saltava sul ramo e scendeva a precipizio lungo il tronco, dileguandosi e beffando tutti quelli che avevano speso ore nell’impegno di salvarlo!
Manuela Camponovo
(7. Continua)