Commento

Giorgio Dell’Arti racconta tutta la storia degli Stati Uniti

America nuda e cruda (Garzanti 2026) di Giorgio Dell’Arti racconta come si arriva dai Padri Pellegrini a Donald Trump. Tutto comincia con il tabacco della Virginia, la scoperta degli schiavi e la prevalenza dei puritani nelle prime tredici colonie. Il Massachusetts viene trasformato da colonia inglese a protettorato del re. Gli inglesi escono vittoriosi da una guerra costosa. E decidono di tassare le colonie per ripianare i debiti. Le colonie si ribellano. Già nel 1754 Benjamin Franklin propone un governo unificato, ma le tredici colonie sono tutt’altro che unite. Il 18 aprile 1775 comincia la Guerra d’Indipendenza: i coloni, scrive Dell’Arti, non si sentono più inglesi, ma americani. Nella Dichiarazione d’Indipendenza – che elenca tra i diritti la vita, la libertà e la ricerca della Felicità – compariva in origine anche un passaggio di condanna dello schiavismo. John Adams e Franklin lo cancellano, per non rischiare i voti del Sud.

La Dichiarazione, del resto, non rende ancora le colonie indipendenti. È solo un annuncio ufficiale. Vinta una guerra che sembrava impossibile, resta da capire che tipo di istituzione dare al nuovo paese. Una monarchia? Una repubblica? Il Congresso nato dalla prima Costituzione lascia agli Stati, nonostante il titolo di “Unione Perpetua”, il diritto di recedere in ogni momento. Servono due anni di trattative per arrivare alla pace e un’altra Costituzione con dieci emendamenti che garantiscono libertà di parola, di stampa, di religione, il diritto di portare armi, il divieto di alloggiare soldati in tempo di pace, di perquisizioni senza mandato, di processi ripetuti per lo stesso reato, di autoincriminazione, di requisizione di proprietà senza compenso, nonché il diritto a processi rapidi con giuria imparziale e senza pene crudeli o inusuali. C’erano però gli indiani, disposti alla pace se gli americani si fossero ritirati oltre il fiume Ohio.

Gli americani costruirono invece diciassette riserve e ce li chiusero dentro. Non è quasi mai accaduto che un bianco fosse condannato per aver ucciso un indiano. Anche molti storici, scrive Dell’Arti, negano che quelle riserve possano essere accostate ai campi di concentramento. Nel frattempo, Napoleone Bonaparte si è messo in testa di arricchire la Francia con lo zucchero di Haiti, la colonia più ricca del mondo. Per tenersela, intima agli spagnoli di restituirgli la Louisiana, che dovrebbe sfamare i lavoratori haitiani. Gli spagnoli, che l’avevano ricevuta dai francesi per evitare che finisse agli inglesi, gliela restituiscono. Ma la febbre gialla stermina quarantamila dei cinquantamila soldati che Napoleone manda a Haiti. E senza l’isola quella Louisiana lontana e costosa smette di interessargli. La vende agli Stati Uniti. Il primo presidente è George Washington, che ebbe come avversario l’avvocato Adams – poi suo vice.

Al giuramento aggiunse di sua iniziativa quattro parole non previste: «So help me God». Alto quasi un metro e novanta in mezzo a uomini che in media arrivavano a uno e sessantotto, giocava ai cavalli e scommetteva, predicava moderazione nel bere pur possedendo a Mount Vernon una distilleria. Considerava i partiti una iattura. Tuttavia, i partiti nacquero comunque. I federalisti volevano un governo centrale forte e gli antifederalisti di Thomas Jefferson lo volevano debole. Washington sperò invano che lavorare insieme ne stemperasse le divergenze e Alexander Hamilton e Jefferson arrivarono quasi a venire alle mani. La Costituzione non vietava un terzo mandato. E un presidente rieletto avrebbe potuto restare in carica a vita. Ma Washington, nella sua lettera d’addio, fece capire che restare oltre otto anni sarebbe stato pericoloso. I suoi successori rispettarono questa norma non scritta fino a Franklin Delano Roosevelt.

Il secondo presidente fu Adams. Washington D.C. venne progettata dall’rchitetto francese, Pierre Charles L’Enfant. Il terzo presidente fu Jefferson, antifederalista. Che si professava antischiavista pur possedendo seicento schiavi, non liberati nemmeno per testamento. Alla domanda sul perché non credesse in Dio rispose: «Credo in Dio, ma credo che si faccia gli affari suoi». Parlava italiano e si era anche composto un Vangelo personale, cancellando ogni riferimento a miracoli, angeli e santi. Un secolo e mezzo prima che il motto ufficiale degli Stati Uniti diventasse, dal 1956, «In God We Trust», pensato contro l’ateismo sovietico, al posto del precedente «E Pluribus Unum». Comprò la Louisiana, benché la Costituzione non prevedesse che un presidente potesse acquistare territori. Nella sua smania di creare un’America di agricoltori aveva anche progettato di regalare cinquanta acri a ogni nullatenente. Non ci riuscì.

Seguì James Madison, malaticcio e malinconico, autore del “Bill of Rights”, sotto il quale scoppiò anche la guerra del 1812 contro inglesi e messicani e in cui Andrew Jackson si fece perseguitare degli indiani. Fu poi il turno di James Monroe, che nel 1823 enunciò la famosa dottrina dell’isolazionismo: «L’America agli americani». Con Jackson, irrequieto, appassionato, generoso, ricco, fondatore del Partito Democratico, la storia americana prende una piega più cupa. Massone, punta a cancellare il debito pubblico americano e per farlo serve vendere ai coloni le terre oltre gli Appalachi e il Mississippi. Un solo problema: lì vivono gli indiani. La cancellazione del debito, scrive Dell’Arti, finisce così per legarsi alla cancellazione degli indiani. Restano tre modi per farlo: ammazzarli, affamarli, deportarli – far loro guerra costerebbe troppo. Nel 1830, il Congresso approva l’Indian Removal Act.

La marcia dei Cheroke, decisa da Jackson, viene eseguita dal successore Martin Van Buren. Uccisi in quindicimila per fame, freddo, malattie. “King Andrew”, scrive Dell’Arti, un “dittatore in potenza”. Sotto di lui, il Texas diventa americano. Nel 1844 il dem James Polk diventa presidente e, dopo un incidente al confine col Messico in cui vengono massacrati soldati americani, dichiara guerra: «È stato versato sangue americano sul suolo americano». Il generale Zachary Taylor, futuro dodicesimo presidente, guida gli americani alla vittoria a Palo Alto e Resaca de la Palma. Cade Città del Messico e il trattato di Guadalupe Hidalgo chiude il conflitto e costringe i messicani a cedere California, New Mexico e la costa del Pacifico. Sulla schiavitù, il Sud produce schiavi da vendere tanto che la Virginia viene definita “slave-breeding State”. Esistono così Stati liberi e Stati schiavisti. E tra i pochi antischiavisti bianchi si contano i quaccheri.

Il Fugitive Slave Act del 1850 obbliga anche gli Stati liberi a dar la caccia agli schiavi in fuga. Entro il 1855 arrivano in America tre milioni di disperati, irlandesi in fuga dalla carestia e tedeschi dalle persecuzioni dei re. Si moltiplicano i movimenti antiimmigrati e antipapisti. Tuttavia, la vera discriminante, scrive Dell’Arti, resta sempre il colore della pelle. Nel 1849 viene eletto il whig Taylor, segno che la tendenza è ormai avere un partito pro-schiavi e uno anti-schiavi. Solo che quest’ultimo ancora non esiste. Nasce allora, nel 1854, il Partito Repubblicano. Il programma è limitato: fermare l’espansione della schiavitù nei nuovi territori senza toccare quella del Sud, favorire le industrie del Nord, promuovere i piccoli agricoltori nel West. Le presidenziali del 1856 le vince il dem James Buchanan. E non è che gli antischiavisti fossero meno razzisti: gli Stati liberi avevano molte leggi contro i neri liberi.

Il conflitto, spiega Dell’Arti, è anche una guerra tra due capitalismi. Il Nord vuole infrastrutture pagate dal governo federale e guarda agli schiavi liberati come futuri consumatori. Il Sud, che non compra nulla dal Nord ed è già gravato dai dazi doganali, si sente sfruttato per finanziare l’industria nordista. Abraham Lincoln, whig e abolizionista, non vuole intromettersi nella vita degli schiavisti del Sud. Ma si batte perché lo schiavismo non dilaghi a Ovest. Considera l’emancipazione degli schiavi inevitabile e diventa l’uomo forte dell’Illinois, proprio quando il Whig scompare e confluisce nel Partito Repubblicano. La sua vittoria nel 1860, favorita dalla spaccatura dei voti democratici tra due candidati, viene letta al Sud come l’ultima goccia. La Convenzione di Charleston vota la secessione della Carolina del Sud, seguita da altre sei. Il presidente Buchanan non fa nulla, convinto che la Costituzione non gli permetta di intervenire militarmente.

Gli Stati sudisti ne approfittano per impadronirsi di forti, arsenali e dogane. La maggior parte dei militari americani è meridionale. E al Sud si crede che il Nord non vorrà farsi nemici inglesi e francesi bisognosi di cotone. Lincoln prova a rassicurare il Sud con un discorso prudente: «Non ho alcun motivo di interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati in cui esiste […] nessuno Stato può legalmente uscire dall’Unione […]. Noi non siamo nemici, ma amici». Alle 4:30 del mattino del 12 aprile 1861 i sudisti sparano per primi. Il Nord conta ventidue milioni di abitanti, il Sud nove – quasi la metà neri e inutilizzabili per la guerra. Il novanta per cento della produzione manifatturiera e il settantacinque delle ferrovie stanno al Nord, mentre il Sud è tormentato dall’inflazione, ricostruisce Dell’Arti. Il generale confederato Robert E. Lee respinge l’offerta di Lincoln e si mette a combatterlo.

I meridionali smettono persino di esportare cotone, sperando che gli europei facciano pressione sul Nord perché rinunci all’abolizione. A Gettysburg restano settemila cadaveri. Lincoln vi arriva in treno, pallidissimo, febbricitante di un principio di vaiolo. «Four score and seven years …», un discorso di appena tre minuti – il più importante della storia americana – che definisce la democrazia «governo del popolo, dal popolo, per il popolo». È Ulysses S. Grant a piegare Lee, mentre il presidente confederato Jefferson Davis, in fuga verso Sud, è catturato. Grant offre ai sudisti una resa generosa e onorevole. Con settecentomila soldati morti – più al Nord che al Sud – la Guerra di Secessione resta la più sanguinosa della storia americana. Forse più della somma di tutte le altre guerre americane insieme. Il Sud sconfitto viene costretto a adottare la moneta del Nord, che ne esce più forte e organizzato che mai.

L’idea di Lincoln era lavorare per una riconciliazione, offrendo agli Stati ribelli la possibilità di rientrare nell’Unione tramite il suo Proclama di Amnistia e Ricostruzione. Gli Stati del Sud si convincono a ratificare il tredicesimo emendamento – «Né schiavitù né servitù involontaria». Lincoln viene ucciso il 14 aprile 1865 alle 22:15 da John Wilkes Booth, ventiseienne razzista e schiavista. Forse, riflette Dell’Arti, i sudisti sbagliarono a staccarsi, ma forse anche Lincoln sbagliò a fargli guerra. Sarebbe forse bastato aspettare l’arrivo della Modernità: comincia così l’Atto Secondo dell’industrializzazione. Dopo Lincoln vengono eletti sette presidenti, di cui uno solo democratico. Il Partito Repubblicano, un tempo partito dei diritti civili e dei neri, si trasforma nel partito del Nord, dei banchieri, degli speculatori, dei potenti. I democratici restano il partito dei contadini e il Sud si organizza per segregare i neri nei ristoranti e sui treni.

C’è il caso di Henry Ford. C’è soprattutto John D. Rockefeller, padrone della Standard Oil e dunque del petrolio americano. Nessuno, scrive Dell’Arti, fu mai più implacabile, astuto e ingannatore di lui negli affari. Finanzia i repubblicani, ma la sua corruzione attiva non si può provare anche se tutti sanno. Il presidente William McKinley, borghesissimo, ha un solo vizio, i sigari, una ventina al giorno. Viene assassinato nel 1901 da un giovane anarchico figlio di polacchi emigrati, Leon Czolgosz, mentre la folla vorrebbe linciarlo. Morente, McKinley mormora: «Non fategli del male». Gli succede il vice Theodore Roosevelt, già governatore di New York, quarantaduenne. È il presidente più giovane della Storia. Aveva perso madre e moglie lo stesso giorno, il 14 febbraio 1884. Un cowboy colto: scrive trentacinque libri, legge un libro al giorno, non beve, non fuma. Caffè a litri ed incorruttibile.

È lui a orchestrare la secessione di Panama dalla Colombia – voluta dai ricconi panamensi in cerca dei profitti – assicurandosi il diritto di costruirlo in cambio di un affitto di 250mila dollari l’anno, una miseria. Woodrow Wilson vince le elezioni del 1912 grazie alla spaccatura dei repubblicani tra il presidente William Howard Taft e lo stesso Roosevelt. Che arriva a fondare un partito proprio pur di contrastarlo. Nel 1913 firma l’atto di nascita della Federal Reserve. Promette che gli Stati Uniti non entreranno mai nella Grande Guerra, giacché intervenire metterebbe gli immigrati tedeschi e irlandesi contro quelli inglesi e italiani. L’affondamento del Lusitania, 1198 morti, cambia tutto. Lo scambio di note dure tra Washington e Berlino dà torto a Washington, perché quella nave fungeva anche da nave da guerra. Nascondeva, ricorda Dell’Arti, soldati canadesi in abiti civili ed esplosivo passato in dogana come formaggio e grasso animale.

Gli Stati Uniti, con un esercito di appena 160mila soldati, istituiscono la leva obbligatoria. Ne mobilitano quattro milioni e ne spediscono metà in Europa, ufficialmente per difendere la democrazia. Nessun presidente americano era mai venuto in Europa. Wilson sbarca a Brest nel dicembre 1918 con geografi, storici, linguisti e disegnatori al seguito. E con sé i “Fourteen Points” – autodeterminazione dei popoli, rimozione dei dazi, uno Stato polacco indipendente, un’associazione delle nazioni. La sua vera forza, a Versailles, sta però nel credito: dieci miliardi da incassare. Georges Clemenceau, David Lloyd George e Vittorio Emanuele Orlando provano a scamparla ricordando i sacrifici di Francia, Inghilterra e Italia. Ma devono rassegnarsi: la colpa, dicono, è tedesca, facciamoglieli pagare. Il Senato boccia poi l’adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni.

Wilson, unico presidente con un dottorato, ex rettore a Princeton, è anche razzista. Loda pubblicamente il film “Nascita di una nazione”. Malato, tormentato da micro-ictus fino a quello definitivo, gli succede Warren Harding, allegro repubblicano tutto poker e whisky, sotto il quale il Congresso approva il XIX emendamento sul voto alle donne. Il Volstead Act introduce poi il proibizionismo, il cui effetto è trasformare la criminalità da fatto di cronaca cittadina a fenomeno dell’economia nazionale, tra navi, camion, magazzini e corruzione sistematica di polizia e politici. Il cinema, inventato da Thomas Edison col suo Kinetoscope, produce pilastri come Samuel Goldwyn – futuro fondatore della MGM – e dal 1929 Walt Disney. Sono gli Anni Ruggenti. Frigoriferi, lavatrici, automobili a rate, con grande scandalo dei benpensanti. Ogni americano indebitato quattro volte, per l’auto, la radio, il frigo. Joseph Kennedy, biondino irlandese dai legami con la malavita, fa fortuna anche col contrabbando di alcolici.

Wall Street comincia a scendere il 4 settembre 1929, ma i broker continuano a vendere. Herbert Hoover è convinto che lo Stato non debba intervenire sui mercati né aiutare i poveri. Farlo indebolirebbe il carattere degli americani. Il martedì 29 ottobre, il “martedì nero”, si vendono 650mila azioni della Steel nel primo minuto di contrattazioni. Wall Street continuerà a precipitare per tre anni. Le aziende perdono l’ottantanove per cento del loro valore. Falliscono cinquemila banche. Anche chi non aveva mai messo un centesimo in Borsa perde tutto. I comunisti organizzano brigate di resistenza, felici di poter dire che a Mosca non ci sono crolli di Borsa, né licenziamenti, né sfratti. Arriva FDR, newyorkese, ricco. A trentanove anni un tuffo in acque inquinate del Maine gli lascia la poliomielite – paralizzato dalle gambe in giù. Ma non si fa abbattere. Batte Hoover conquistando quarantadue Stati su quarantotto.

Il suo New Deal nasce per tentativi: «Dobbiamo provare qualcosa, e se questo qualcosa non funziona, proveremo qualche altra cosa». L’obiettivo dichiarato sono i “forgotten men”, gli ultimi, in un paese dove da Jefferson in poi era rimasto il concetto che ci si dovesse arrangiare da sé senza aspettare lo Stato federale. Sigle su sigle riversano soldi pubblici sull’economia. L’Agricultural Adjustment Act paga i contadini per produrre meno. Il Civilian Conservation Corps assume 300mila giovani disoccupati per piantare alberi e arginare fiumi. Lla Tennessee Valley Authority costruisce dighe nel Sud povero. Nasce anche la SEC, la Securities and Exchange Commission. Il primo atto di FDR è cancellare il proibizionismo – l’unico emendamento della storia a cancellarne uno precedente – togliendo così un intero mercato ai gangster e rendendolo tassabile. Il capo dell’FBI J. Edgar Hoover, che lo considera comunista, comincia a schedarlo.

FDR ritiene il New Deal un tentativo di superare l’economia liberale e corre per un terzo mandato. Convinto che il Giappone, dopo aver invaso la Cina, punterebbe a India e Australia sottraendo agli Stati Uniti un futuro mercato, congela tutti i beni giapponesi negli Stati Uniti – da cui proveniva l’ottanta per cento del petrolio del Giappone. Ai giapponesi restano due strade: ritirarsi dalla Cina o fare guerra, commenta Dell’Arti. L’ammiraglio Isoroku Yamamoto sceglie la seconda. Spedisce una flotta fantasma nel Pacifico. A Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, muoiono 2403 americani. Gli Stati Uniti entrano in guerra e raggiungono la piena occupazione. Con gli inglesi tarderanno a sbarcare in Normandia, lasciando il tempo a russi e tedeschi di massacrarsi. A Teheran, mentre Winston Churchill considera già Stalin e il comunismo i nemici di domani, Roosevelt – in fin di vita – crede sul serio che in un’URSS democratica.

Pur di fondare l’ONU, gli lascia tutta l’Europa centrorientale, mentre l’impero britannico è ormai finito e gli Stati Uniti in mano a un moribondo. Gli succede Harry Truman, che pure eredita il Progetto Manhattan. Sotto Robert Oppenheimer, a Los Alamos, dove prima non c’era che una scuola, vengono investiti due miliardi di dollari per un’intera città di centotrentamila persone, con divieto di inserirla nelle mappe o spiegare ai lavoratori cosa stessero costruendo. A Hiroshima settantamila persone vengono vaporizzate all’istante. Altre settantamila muoiono nei giorni successivi per le radiazioni. Quando Stalin dichiara guerra al Giappone, quest’ultimo non intende arrendersi. Truman, per non far intervenire i russi nella resa, ordina anche Nagasaki, altri quarantamila morti sul colpo. L’imperatore Hirohito, mai udito prima in pubblico, costringe il paese alla resa via radio. Segue il Piano Marshall, tredici miliardi da distribuire per ricostruire l’Europa. Ma è ancora guerra: qualche anno dopo la Corea.

Douglas MacArthur, forte delle vittorie nel Pacifico, chiede a Truman la bomba atomica per vaporizzare Pechino e Shanghai. Ma Truman rifiuta, non volendo una Terza Guerra Mondiale. Anche i russi hanno dal 1949 la loro bomba. L’equilibrio del terrore, lo chiama Dell’Arti. Il licenziamento del popolarissimo MacArthur fa crollare i consensi di Truman e apre la strada a Dwight Eisenhower. Che si sceglie come vice Richard Nixon, avvocato, deputato e poi senatore della California. Con John Fitzgerald Kennedy, presidente anche grazie ai maneggi paterni, il mondo si innamora di uno slogan. Ignora l’abbronzatura frutto di farmaci e malattia e il cocktail di antibiotici, antispastici, metanfetamine, placenta, midollo osseo e steroidi che gli montano la libidine. Sullo sfondo resta la questione dei missili a Cuba. J. Edgar Hoover non vede l’ora che i Kennedy si tolgano di mezzo per far posto all’amico Lyndon B. Johnson.

LBJ lancia Great Society: Medicare per gli anziani, Medicaid per i poveri, lotta alla segregazione, scuole. Ma la guerra in Vietnam si finanzia stampando moneta, cioè a colpi d’inflazione. E le strade si riempiono di ragazzi con i capelli lunghi e ragazze in minigonna che protestano. L’America, scrive Dell’Arti, «produce e alimenta l’odio verso sé stessa». Nel 1969 l’uomo sbarca sulla Luna, anche se sarebbe dovuto scendere per primo Buzz Aldrin, non fosse stato che Neil Armstrong sedeva a sinistra, vicino al portellone. Nixon, alla Casa Bianca nel 1968, affida a Henry Kissinger la spola tra le capitali arabe durante la crisi Opec. Lo stesso Nixon rassicura Chiang Kai-shek sull’alleanza con Taiwan. Ma non sta nella pelle all’idea dell’invito di Zhou Enlai in Cina, mentre la CIA stringe legami con le dittature militari sudamericane.

Cresciuto tra povertà e preghiere, ossessionato dal successo e dal timore del fallimento, instancabile lavoratore, cade nel 1974 travolto dal Watergate, rivelato da Gola Profonda – il vicedirettore dell’Fbi Mark Felt. Il fondo segreto del Comitato per la sua rielezione, pieno di denaro illegale, era servito a spiare, corrompere, sabotare. Nixon si dimette. Nel 1979, lo scià Reza Pahlavi, che in America contava su David Rockefeller, arriva negli Stati Uniti. Ruhollah Khomeini e i suoi seguaci lo interpretano come la prova di un colpo di stato. Gli studenti danno l’assalto all’ambasciata americana a Teheran. Il presidente Jimmy Carter, che ha smesso di comprare petrolio iraniano e congelato otto miliardi di beni senza alcun effetto, progetta un intervento militare. Khomeini, pur di non far incassare a Carter il merito della liberazione, aspetta che giuri il nuovo presidente, il 20 gennaio 1981. La prigionia nel compound è durata 444 giorni.

Ronald Reagan nel 1983 annuncia la Strategic Defense Initiative, lo “scudo stellare”: una cupola di cristallo capace di intercettare le testate atomiche sovietiche. Una balla colossale che però costringe Mosca, già impegnata nella guerra afghana col petrolio a dieci dollari, a spese di difesa oltre il venti per cento del Pil. Agli afghani gli americani forniscono gli Stinger e tecnici che insegnano a usarli, mentre dalla stessa guerra tornano in Russia bare di zinco sigillate, con il divieto di aprirle o di scrivere sulle lapidi altro che “morto nell’adempimento del dovere”. Finché Mikhail Gorbaciov non tenta di rifare da cima a fondo il sistema sovietico. Governatore della California dal 1967 al 1975, dove aveva messo fine a manganellate alle proteste di Berkeley, Reagan sopravvive nel 1981 a un attentato. Scherzando coi medici: «Spero che siate tutti repubblicani». Battuta che lo consacra eroe nazionale.

La Reaganomics, fatta di tagli alle tasse coperti a debito e investiti in armamenti per spaventare i russi – la spesa per la Difesa arriva al sette per cento del Pil – porta gli Stati Uniti a diventare, dal 1985, Stato debitore invece che creditore del mondo. Nel frattempo, l’Aids dilaga tra gli americani, mentre Reagan, scrive Dell’Arti, «fa finta di niente perché l’Aids contraddice troppo il radioso mattino reaganiano». Il punto in cui la morale conservatrice di Reagan mostra il suo limite più tragico. C’è anche, sullo sfondo, la crescente epidemia americana di obesità, mentre Reagan resta straordinario in tv. Nel 1990 apre a Mosca, sulla piazza Puškin, il primo McDonald’s russo. L’URSS, con debiti insostenibili, ha ormai voglia d’Occidente, tanto che i petrolieri americani estraggono per anni il petrolio russo gratis, rifacendosi sui crediti che vantavano.

George H. W. Bush nel 1991 costruisce un’alleanza di trenta paesi, tra cui Egitto e Arabia Saudita, autorizzata dall’Onu per fermare Saddam Hussein in Kuwait, temendo che altrimenti punterebbe anche sull’Arabia Saudita ridisegnando la mappa del Medio Oriente. La Prima Guerra del Golfo lo costringe a tornarsene a casa. Ma Bush, pur potendo, non marcia su Baghdad, incerto su cosa accadrebbe dopo la caduta di Saddam. Incoraggia però curdi e sciiti a ribellarsi, promettendo aiuto americano che non arriverà mai. Saddam li avvelenerà. Con Bill Clinton arrivano il Nafta – in risposta all’unità europea – e la New Economy, oltre allo scandalo Lewinsky, che porta al secondo impeachment della storia americana dopo quello di Andrew Johnson, successore di Lincoln. Il Congresso non trova comunque la maggioranza dei due terzi per cacciarlo. Il 6 agosto 2001 la Cia presenta a George W. Bush un rapporto che ipotizza un attacco di al-Qaeda all’America.

L’11 settembre 2001, con obiettivi le due Torri Gemelle, il Pentagono e la Casa Bianca, muoiono 2977 persone. Bush, convinto che Osama bin Laden si nasconda in Afghanistan protetto dai talebani, intima loro di consegnarlo. E invade il paese con l’operazione “Enduring Freedom”. Gli americani vi resteranno fino al 2021, spendendo migliaia di miliardi e migliaia di vite, prima che Kabul torni ai talebani. Nel 2003, senza prove, Bush accusa l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa e legami coi terroristi, invade il paese arrivando fino a Baghdad e cattura Saddam, che verrà impiccato. Il Patriot Act allarga i poteri di sorveglianza del governo, permettendo di intercettare e spiare i cittadini. Nel settembre 2007 il mercato immobiliare crolla. La crisi si risolve alla meno peggio lasciando fallire Lehman Brothers.

Alla Casa Bianca arriva Barack Obama: la copertura sanitaria per venti milioni di americani, la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, l’uccisione di bin Laden. Il 16 giugno 2015, Trump annuncia la propria candidatura nell’atrio della Trump Tower. Forte della lezione di vita impartitagli in gioventù dall’avvocato Roy Cohn, già braccio destro di Joseph McCarthy nella caccia ai comunisti: attacca, attacca, attacca; non ammettere mai nulla; dichiarati vincitore anche quando hai perso. Donald si atterrà a questi tre comandamenti per tutta la vita. Smette di frequentare Cohn non appena seppe che aveva l’Aids. I sondaggi del 2016 dicono che la maggioranza degli americani non sopporta né Trump, né Hillary Clinton. Che prenderà tre milioni di voti in più di Trump, ma saranno decisivi proprio gli Stati in cui lui l’ha battuta di un soffio. La Duma saluta la sua vittoria con un lunghissimo applauso.

Amedeo Gasparini

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