Commento

Giovinezza e fine della guerra nelle pagine di Ingeborg Bachmann

Diario di guerra (Adelphi 2025) di Ingeborg Bachmann raccoglie testimonianze in prosa diretta sulla fine della Seconda Guerra Mondiale viste attraverso lo sguardo di una giovane ragazza austriaca innamorata. La generazione dei padri emerge nella sua dimensione distruttiva nelle pagine della futura scrittrice. «L’allarme continua ormai da cinque ore. I russi sono a Vienna e probabilmente già da qualche parte in Stiria», scrive. Nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà, se verranno lasciati lì o deportati in Siberia. Bachmann ricorda la Lega delle Giovani Tedesche, osservando come molti neghino di averne fatto parte o affermino di esservi stati costretti. «Certo che voglio andarmene, ma per studiare, e non intendo affatto sposarmi», commenta. I riferimenti culturali della giovane Ingeborg includono Thomas Mann, Stefan Zweig, Arthur Schnitzler e Hugo von Hofmannsthal. «Sono così confusa e felice», scrive

«Studierò, lavorerò, scriverò! Perché sono viva, viva. Oh Dio, essere libera e vivere, anche senza scarpe, senza pane e burro, senza calze, senza … Macché, sono tempi magnifici». Nella postfazione Hans Höller ricostruisce tutto il contesto. All’inizio di giugno del 1945 la diciottenne Bachmann conosce un soldato dell’Ottava Armata britannica e s’illude leggendo Rainer Maria Rilke e Charles Baudelaire. È in figure come lei, capaci di prendere distanza dalla cultura precedente e di ascoltare nuove narrazioni, che i sopravvissuti della Shoah ripongono speranze dopo il 1945. Nel luglio 1946 Jack Hamesh lascia la Carinzia per dirigersi in Palestina passando per Napoli. Il trauma della perdita della patria resta centrale. Hamesh descrive la nostalgia come «totale sradicamento» e «mancanza di appigli», una «catastrofe» personale vissuta «solo come mai prima d’ora». La seconda parte del diario raccoglie le lettere di Bachmann e di Hamesh, che scrive da un campo di smobilitazione a Villach.

Da Tel Aviv il soldato afferma che lei sarà «Una grande donna, Una geniale studiosa, e una madre ideale». Ma la solitudine accomuna entrambi. «Entrambi siamo soli, i motivi saranno pure diversi, ma le conseguenze sono le stesse … Io ho vissuto per vent’anni a Vienna, l’amavo e la sentivo», scrive Hamesh. E ancora: «Fa sorgere nuovi ponti perché la mia strada conduce a te cara Inge e per favore non scrivermi più che essere liberi rende felici». Ogni parola diretta rafforza il senso di vicinanza. «Voglio unirmi alla tua fiducia e sperare con te», scrive ancora Hamesh. Rimane l’idea che valga la pena vivere, lottare e sperare. «Il soldato in me è morto. Forse non lo sono mai stato davvero». La Palestina è descritta come un paese nuovo, in risveglio. Rappresenta un’ultima possibilità per gli ebrei, almeno finché non verrà superato l’odio nei loro confronti.

Amedeo Gasparini

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