Intervista

Gli artisti dei Laghi e la chiesa di San Carlo a Lugano

Fa parte di una delle cinque confraternite del centro città luganese ed alle spalle ha venti generazioni di persone che nel tempo l’hanno sostenuta: la Confraternita di S. Carlo Borromeo – il cui punto di riferimento è la chiesa di S. Carlo in via Nassa a Lugano – festeggia quest’anno i suoi 400 anni di vita. Per l’occasione, lo scorso venerdì 25 ottobre si è tenuta, nella chiesa di San Carlo, la presentazione del n. 14 della rivista Arte e Cultura. Il volume, dedicato proprio all’edificio, ha visto la partecipazione dell’on. Roberto Badaracco Municipale alla cultura, sport ed eventi della Città di Lugano; del priore della Confraternita di San Carlo, Guido Baumann; del direttore della rivista, Giorgio Mollisi e di Andrea Spiriti, professore di Arte Moderna all’Università degli Studi dell’Insubria.

Professor Spiriti, in cosa consiste l’arte degli “artisti dei Laghi”, che lei ha definito, “un’arte consapevole del barocco” e la cui impronta è evidentemente presente nella chiesa di S. Carlo? Che caratteristiche presenta?

“Il concetto di artisti dei Laghi è una categoria critica che dall’Alto Medioevo – sebbene conosciuta con altri nomi, pensiamo ai Maestri comacini – arriva fino al XXI secolo e contraddistingue non tanto un gruppo di artisti legati da un’appartenenza territoriale, bensì un modo tipico di lavorare, dal punto di vista artistico e artigianale. Gli artisti appartenenti a questa categoria, infatti, sono spesso inseriti in una forte e robusta struttura famigliare e presentano una precoce vocazione emigratoria, il che favorisce il loro costante aggiornamento artistico, l’implemento del loro know how. Lo si vede anche dalla loro competenza ad utilizzare, nelle costruzioni, macchinari complessi. Da ultimo, questi artisti offrono molto spesso un prodotto artistico complesso: oltre alla costruzione, si incaricano della sua decorazione. La categoria degli artisti dei Laghi riunisce ad oggi un’enorme quantità di personaggi originali, non solo a livello europeo, ma presenti in tutte le parti del mondo.

Lei durante la sua relazione ha parlato di due caratteristiche principali della chiesa di S. Carlo: la stratificazione degli interventi di restauro e il fatto di essere una chiesa aperta a molteplici devozioni, epitome ideale della Chiesa stessa. Potrebbe tornare velocemente su questi due punti, indicandoci alcune coordinate per inquadrarli meglio?

“La stratificazione devozionale entro la chiesa di S. Carlo è particolarmente evidente. Chi varca la sua soglia può incontrare una forte devozione mariana, ma anche una serie di dipinti che rimandano a S. Nicola da Tolentino, S. Francesco Saverio, S. Espedito, S. Francesco d’Assisi e tanti altri. La soppressione ottocentesca dei conventi fa sì che le opere d’arte di quel periodo si ritrovino a confluire nella chiesa di S. Carlo, suscitando un’ondata devozionale che rende la chiesa repositorio delle memorie sacre luganesi. È da questi stessi flussi devozionali che molto spesso dipendono anche gli interventi architettonici assommatisi nel tempo. Inoltre, riscontriamo in alcuni casi, soprattutto nelle cappelle laterali, una certa volontà di unificazione lessicale per quanto riguarda gli stucchi. Può così capitare che uno stucco antico venga ricostruito e rimodellato secondo uno stile barocco, in un processo al limite del mimetismo. La Chiesa postridentina, infatti, si identificava fortemente nel Barocco”.

Interno della chiesa di San Carlo a Lugano.

Cosa potrebbe aver spinto l’omonima Confraternita a costruire la chiesa?

Ritratto del cardinale Borromeo, opera di Ambrogio Figino, presso il Museo diocesano di Milano.

“In terra elvetica S. Carlo ha goduto subito di una fama singolare: a fronte di un vescovo di Como, spesso impossibilitato, per questioni diplomatiche, a raggiungere e visitare la regione elvetica, San Carlo, invece, come legato pontificio, godeva di molta più libertà di movimento, il che ha notevolmente favorito i suoi contatti con la Svizzera. Da qui l’idea che S. Carlo sia stato un grande sostenitore del cattolicesimo elvetico. A Milano, del resto, fondò il Collegio elvetico, simbolo di questi scambi. La beatificazione del 1603 e la canonizzazione del 1610 concorsero quindi a tradurre l’affetto dei cittadini elvetici in una devozione codificata”.

Laura Quadri 

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