Il suo astro ha brillato come cantautore, scrittore e attore, libero però dagli schemi condizionanti della modernità tecnologica e della ribalta, radicato nella civiltà del “suo” Appennino.

Francesco Guccini. © Isabella Perugini
Francesco Guccini era un’infinità di cose, di tratti, di aspetti, di folgoranti uscite, di battute che facevano ridere, ma anche riflettere. Idealista, sognatore, di rara intelligenza creativa nei molti campi che ha coltivato, dalla canzone ai libri, al cinema. Soprattutto un uomo che ha vissuto a modo suo, come voleva, libero, critico, pungente, sarcastico e una lunga serie di aggettivi che a lui si confanno, ma anche un personaggio sempre intrigante nella conversazione, uno che amava la convivialità vera e trasmetteva la dimensione umana in cui credeva, testimoniandola. Ha affrontato percorsi controcorrente, scomodi, sui quali molti preferiscono discese a slalom. Lui sincero e mai compiacente, anche sui grandi temi del vivere, del credere, della coerenza e ancor più delle diffuse incoerenze e molte propensioni a disinvolti compromessi. Sicuramente non ipocrita o tartufesco. Basta scorrere l’elenco della sua miniera di titoli. Uno in particolare che scosse all’uscita: “Dio è morto”, di riferimento nietzschiano con il clamoroso paradosso della RAI che deteneva il monopolio dell’informazione in Italia e ne censurò la diffusione, capolavoro invece trasmesso sulle onde della Radio Vaticana per la forza del contenuto.
L’esistenza di Guccini è stata così. Fuori dagli schemi, appartato, allergico ai riflettori e a certo prorompente bisogno di visibilità, perché oggi o se Uno o sei nessuno. E anche nel modo di andarsene l’eclettico intellettuale, che se ne fregò anche del conseguimento della laurea (“pezzo di carta”) è stato unico, con il suo addio in forma privata.
Alcuni passaggi da una lunga conversazione scambiata a Bellinzona, collateralmente a un concerto, frizzante come il Lambrusco che s’era portato sul palcoscenico, aiutano a cogliere – da quella voce così inconfondibile – alcuni lineamenti del suo essere e sentire, anche con un “dietro le quinte” dell’attore Francesco. Questo nome, altro particolare interessante, aveva portato un altro originalissimo collega come Battiato, ad accorciare lo stesso nome in Franco per evitare rischi di confusione per omonimia (comunque improbabili). Entrambi da antologia senza limiti di tempo.
“Amo i panni del montanaro”
Compositore di canzoni, scrittore, attore: quale il genere espressivo preferito da Francesco Guccini?
Sono soprattutto uno scrittore. Che sia poi di libri o di canzoni, c’è poca differenza.
Guccini è di una popolarità radicale. Massima genuinità, canzoni che interpretano l’animo della gente. Se Gaber era metropolitano, lei è “campagnolo”. Come si vede allo specchio?
Preferisco vedermi nei panni del montanaro. Uno dell’Appennino. Sono attaccato alle mie radici. È un imprinting che ho avuto da piccolo, anche se non nato in montagna bensì in pianura. Sono arrivato in montagna che avevo pochi mesi e qui ho imparato a mangiare, a camminare, a parlare. Molto legato, a vita, ai posti di questo mio Appennino. La mia cultura di base è stata e rimane quella lì. Sono rimasto legato moltissimo a questo modo di vedere le cose.
Quanto può servire la canzone a veicolare messaggi?
Non ho mai voluto lanciare messaggi. La canzone è un tramite per lanciare le idee, che poi possono essere interpretate in maniera diversa. Non è detto che il pensiero dell’autore sia quello giusto, quello fondamentale. È un modo di narrare quello che si sente e si pensa.
Come la mettiamo con le fonti di ispirazione, ora che la vita s’è omogeneizzata?
Non lo so. Sono lampi improvvisi che ti possono arrivare. Sono idee che ti capitano magari mentre non ci pensi. A volte un granello che, a forza di pensarci, diventa un qualcosa di più, prende spessore.

Francesco Guccini a Sconfinare Festival nel 2023. (© Michela Locatelli – Photolocatelli)
“Sono fatto così, vivo così”
La sua musica, i testi delle sue canzoni, i suoi libri infiammano intere generazioni: quale la formula vincente nel trovare sempre la chiave giusta per comunicare con i giovani?
“Auschwitz”, che ho scritto nel 1964 – interpretata prima dall’Equipe 84 nel 1966 poi l’anno dopo da me – è un motivo che ancor oggi ha delle cose da dire. Ci sono canzoni che attraverso il tempo non hanno perso il loro significato. Poi credo anche la mia personalità: che non è un’invenzione ad uso della stampa. Io sono fatto così, vivo così. Si vede che posso piacere sia ai giovani sia ai meno giovani.
Internet, e-mail, cellulari, social hanno avvicinato le persone o le hanno allontanate tra loro? Come concilia le sue abitudini con le nuove tecnologie?
Non ne voglio sapere nulla. Io ho un computer e lo adopero per scrivere e basta. Non voglio sapere niente di internet, di poste elettroniche, di telefonini. Non ho il cellulare e non me ne importa niente. Non ho neppure la patente di guida, anche se mi servo dell’auto. Sono rimasto alla prima metà del secolo scorso.
“Il mio traguardo: accontentarsi”
Ha dei rimpianti, dei rimorsi? E quali attese eventualmente?
Rimorsi, direi di no; rimpianti, chi non ne ha? Ma tutto sommato, per usare un modo di dire emiliano, se deve andar male, che vada così. Il mio traguardo fisso resta uno solo: sapersi accontentare.
La speranza tiene vivi i nostri giorni e scalda il cuore. Come la respira Guccini?
La speranza la vedo come una domanda che ciascuno si pone continuamente, sapendo benissimo che la risposta non ci sarà, ma sapendo altrettanto benissimo che bisogna continuare a farsela.
Giuseppe Zois
![]()
Il Guccini attore, barista accanto al Ligabue
Stadi gremiti, folle puntuali ad ascoltare Guccini come straordinario cantautore; molti hanno avvicinato Guccini in pagina, come scrittore di successo. Ma Guccini è stato anche un bravo attore. Ha fatto parte, per esempio, del cast che diede vita al film di Ligabue intitolato “Radiofreccia” nel quale interpretava il ruolo di un barista. Il tema del film è incentrato sulla nascita delle radio private in Italia. Radiofreccia, la radio, prendeva il nome da un ragazzo chiamato Freccia per una “voglia” (una macchia) sulla fronte è morto di overdose. Freccia è uno dei protagonisti del film, con un ragazzo disadattato che non tollerava il matrimonio della madre, dopo la morte del padre, e ha trovato nella droga la scappatoia al suo dolore.
Com’è nata la collaborazione con Ligabue, cantante rock, quindi uno con un diverso modo di fare musica?
È una storia di qualche anno fa, nata ad un concerto rock per il 1° maggio a Roma. Sai come partono alcune storie: tu canti rock, anch’io sono nato come cantante rock, e via. Lui mi ha poi chiamato per interpretare una parte nel suo film.
La telecamera come altro mezzo di comunicazione. Perché ha deciso di fare l’attore? C’è un rapporto tra il palco, uno studio di registrazione e un set cinematografico?
Sicuramente. Intanto però, quello con Ligabue non è stato il primo film e nemmeno l’ultimo. Lo sanno in pochi, ma… Ne ho fatti quattro prima del Liga.
Vogliamo ricordare i loro titoli?
Qui cominciano le difficoltà della memoria. Il primo era un film su Bologna, nel 1975. Poi facevo me stesso in un film di Pietrangeli, altro cantautore e regista (fa il regista al Maurizio Costanzo Show). Ho interpretato un’altra parte nel film “Ombre lunghe”, un’altra ancora con Dario Fo e Paolo Rossi. Dopo Ligabue, mi sono calato nei panni di un bandito bolognese. Io preferisco però l’ambiente del teatro, della musica, perché il mondo del cinema non è propriamente congeniale alle mie abitudini. Bisogna alzarsi molto presto alla mattina, e già questo mi blocca. Poi bisogna aspettare ore e ore, che mettano apposto le luci, poi prove e riprove. A me piace sentirmi libero di fare quel che mi va (in un “fuorionda”, mi disse che non fosse stato quel che è stato, gli sarebbe piaciuto fare l’insegnante o il giornalista).
(gi. zo.)