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Hammershøi, a Zurigo il pittore danese del suono silenzioso

Entrare nell’universo di Vilhelm Hammershøi significa abituare lo sguardo a una luce che non illumina, ma trattiene. Aperta fino al 25 ottobre, la Kunsthaus di Zurigo dedica al danese la prima mostra museale completa mai realizzata in Svizzera. Il sottotitolo, “Maler des stillen Klangs” (“Il pittore del suono silenzioso”) anticipa già il percorso espositivo. È piuttosto un’indagine sulla percezione, sull’atmosfera, sulle tensioni sottili tra spazio e oggetti. L’esposizione nasce dalla collaborazione tra la Kunsthaus e il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid. Riunisce un corpus tanto ampio del lavoro dell’artista. Hammershøi è un pittore che si riconosce immediatamente. Le sue tele si sottraggono alla narrazione. Stanze vuote, porte socchiuse, figure riprese di spalle. Non raccontano una storia. Costruiscono una concentrazione. Gli spazi appaiono insieme familiari e distanti, mentre la luce si sposta lungo le pareti e gli oggetti affermano una presenza silenziosa che diventa quasi fisica.

Gli interni restano spesso cupi, la luce intensa, ma circoscritta, a porzioni precise del dipinto, mai distribuita uniformemente. Le porte rimangono socchiuse, la costruzione geometrica sfiora il riflessivo. Le figure, quando compaiono, si piegano in posizioni remissive, quasi in ascolto di qualcosa che lo spettatore non può sentire. La tavolozza di Hammershøi è limitata. Un nero smorzato, un bianco impuro, un marrone tenue … Con scale di grigio. Colori accesi non ne trovano quasi mai, se non nei rari lavori accademici giovanili, quando lo stile del danese non aveva ancora trovato la propria misura. Sono proprio le minime variazioni all’interno di motivi ricorrenti ad affilare lo sguardo e a spostare il centro dell’attenzione dalla scena raffigurata all’atto stesso del percepire. È un procedimento quasi musicale, fatto di ripetizioni. Forse è questa la ragione per cui il titolo della mostra allude a un legame tra pittura e musica.

Pianoforti, violini e violoncelli compaiono in diversi quadri. La musica ebbe un peso reale nella vita dell’artista: Hammershøi stesso suonava il violoncello. Il silenzio che le sue opere evocano non è assenza, quanto attesa. Una tensione sottile, vicina al momento che precede l’inizio di un concerto, quando la sala è già raccolta, ma nessuna nota è ancora stata suonata. La sua ricerca dialoga con i movimenti internazionali del tempo. La parentela con James McNeill Whistler emerge nelle composizioni ridotte e nell’attenzione quasi ossessiva agli aspetti formali della tela, più che al soggetto in sé. La mostra zurighese colloca inoltre Hammershøi in una sorta di storia dell’arte del silenzio più ampia, mettendolo in dialogo con Jacobus Vrel, Adolf Menzel e Michaël Borremans. Pittori lontani per epoca e geografia, ma accomunati da un’analoga sensibilità nel restituire atmosfere sospese. L’esposizione alla Kunsthaus non si limita ai celebri interni.

Comprende ritratti meno noti, paesaggi e vedute urbane, restituendo un quadro più ampio e meno prevedibile del lavoro dell’artista. Anche gli esterni delle grandi architetture di Copenaghen condividono questa stessa assenza di presenza umana, quasi che l’uomo, per Hammershøi, appartenesse solo allo spazio domestico mai a quello pubblico. Le figure viste di spalle proiettano comunque un’aria di leggera tensione e mistero. Per chi ha studiato la sua opera, la capacità di questi interni di colpire risiede proprio nell’atmosfera che l’artista costruisce tela dopo tela, variazione dopo variazione. Le opere giovanili, semplici, capaci di registrare la vita quotidiana, raccolsero un consenso critico immediato. Artisti e intellettuali dell’epoca lo cercarono. Tra loro Emil Nolde e Rainer Maria Rilke, entrambi colpiti dal suo carattere schivo e dalla riluttanza a parlare. Dopo un viaggio a Parigi il suo lavoro si fece però più minuzioso, quasi eccessivo nella cura del dettaglio.

La formazione di Hammershøi fu precoce e tutt’altro che lineare. Cominciò a disegnare da bambino, studiò all’Accademia Reale Danese di Belle Arti e frequentò poi la scuola indipendente di P.S. Krøyer. Nel 1885 esordì con un ritratto della sorella Anna Hammershøi, che non ottenne il Premio Neuhausen. Un’altra bocciatura, pochi anni dopo, contribuì alla nascita nel 1891 della Den Frie Udstilling, alternativa al sistema espositivo ufficiale. Nello stesso anno Hammershøi sposò Ida Ilsted, sorella del pittore Peter Ilsted. È la signora, tranquilla e discreta, destinata a diventare la presenza più riconoscibile dei suoi interni. Dal 1898 al 1909 i due abitarono al numero 30 di Strandgade, a Christianshavn. Quelle stanze, scelte anche per la loro atmosfera e la qualità della luce, divennero uno dei veri laboratori della sua pittura. Ida vi compare spesso di spalle, trasformata da figura familiare in presenza quasi anonima nello spazio domestico.

Il riconoscimento, però, non fu affatto immediato né unanime. Il suo stesso maestro Krøyer liquidò alcuni disegni con giudizi corrosivi. E, quella qualità rarefatta che oggi appare così moderna veniva talvolta percepita come freddezza o incompletezza. Decisivo fu allora il sostegno di Alfred Bramsen, dentista, collezionista e promotore dell’artista, che acquistò numerose opere e contribuì a farle conoscere fuori dalla Danimarca. Nel 1890 il critico francese Théodore Duret, arrivato nella capitale danese per studiare la pittura danese, rimase colpito al punto da considerare Hammershøi il pittore locale con le maggiori possibilità di attirare l’attenzione internazionale. Va detto che anche il carattere quasi fotografico delle composizioni suscitava perplessità. Ciò che allora poteva sembrare un limite – immobilità, tagli insoliti, assenza narrativa – è diventato col tempo uno degli elementi più riconoscibili della sua modernità.

Oggi Vilhelm Hammershøi è tra gli artisti più noti della Scandinavia, con retrospettive che ne hanno consolidato la reputazione al Musée d’Orsay e al Solomon R. Guggenheim Museum. Nel 2008 la Royal Academy of Arts di Londra gli dedicò la prima grande mostra britannica, “Vilhelm Hammershøi: The Poetry of Silence”. L’unico suo dipinto esposto stabilmente nel Regno Unito resta “Interior”, alla National Gallery. Nel 1997 la Danimarca gli dedicò persino un francobollo, segno di un riconoscimento entrato nell’immaginario nazionale. Restano, a chiudere il cerchio, le parole di Rilke, scritte nel 1905: «Hammershøi non è uno di quelli di cui si possa parlare in fretta. La sua opera è vasta e profonda. E in qualunque momento la si comprenda, offrirà sempre l’occasione per parlare di ciò che è importante ed essenziale nell’arte». Parole che, davanti alle sale silenziose di Zurigo, sembrano scritte apposta per questa mostra.

Amedeo Gasparini

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