Cinema

I giorni del destino

È partito dalle Marche, Emanuele Marini, trovando a Torino l’humus ideale per iniziare a filmare. Sulla scia di quella scuola – che va da Gaglianone ai De Serio, ringraziati nei titoli di coda – che ha fatto del sociale non una confortevole categoria di dibattito, ma una diversa prospettiva dello sguardo, entro la quale i soggetti ripresi diventano anche i principali autori del racconto della loro marginalità. Presentato al Torino Film Festival al concorso TFFdoc/italiana, I giorni del destino è così il primo lungometraggio di Marini, ma anche il primo film di Paolo Poma, del quale si seguono i passi, dal suo habitat naturale, il labirinto carnevalesco del Balon, il mercato delle pulci di Torino, fino a un bianco ricovero ospedaliero.

“Riprendi di qua”, dice subito Paolo a Emanuele: è infatti l’uomo inquadrato – un volto scolpito dagli errori inferti e subiti, su cui si accendono, quasi beffardi, due piccoli occhi fiammeggianti – a guidare la mano del regista e a indirizzare la sua piccola videocamera Sony verso ciò che per lui ha significato. Anzitutto le luminarie natalizie, l’abito a festa di Torino, perché Paolo nella sua vita da vagabondo è stato letteralmente assorbito dalla città, arrivando a vivere e a respirare con lei, sentendo con una profondità sconosciuta al perimetro delle zone residenziali i suoi cambiamenti e il suo tempo. È lui, infatti, con gli sfollati contemporanei che lo accompagnano, l’ultimo depositario della ciclicità delle stagioni, ascoltata con attenzione nei pochi eventi naturali ancora percepibili, dal fiorire di una magnolia all’arrivo della neve.

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