Commento

I moniti del liberale sui generis Gobetti sulla democrazia

A cura di Pietro Polito, La democrazia del fare (Einaudi 2026) di Piero Gobetti raccoglie una serie di scritti del giovane pensatore torinese, a un secolo dalla sua scomparsa. Si tratta in particolare di testi composti subito prima e dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, alcuni tra i più rilevanti per la cultura politica italiana: “Democrazia”; “Illuminismo”; “Guerra e pace”; “Il nostro protestantismo”; “Difesa storica della proporzionale”. Il punto di riferimento di Gobetti è anzitutto quello delle “democrazie protestanti”, le “nascenti democrazie produttrici”. “Democrazia da fare”: questa è l’espressione che conia Gobetti e che diventa l’idea centrale del programma dei Gruppi della Rivoluzione Liberale. Ad oggi, il richiamo all’opera del giovane di una rivoluzione liberale visionaria e incompiuta può costituire una chiave feconda per interrogarci sulla contemporaneità o meno dei valori democratici. «Il fascismo ha vinte le democrazie senza combatterle», sostiene in apertura Gobetti.

«La democrazia nascerà in Italia come conseguenza della maturazione capitalistica e della lotta dei partiti politici. Oggi possono lavorare per prepararla i partiti che combattono senza tregua il fascismo per seppellirlo». Strenuo difensore della cultura popolare, Gobetti sosteneva che «Bisognerebbe educare, insegnare la solidarietà con le biblioteche e le università popolari». L’analisi di Gobetti è lucida e scomoda. «L’individualismo italiano non ha fiducia in se stesso; non ha il coraggio delle affermazioni estreme». E ancora: «Il pauperismo italiano giustifica il sovversivismo delle plebi e l’equilibrismo filisteo e cortigiano delle élites». A proposito della rivoluzione liberale, vera e propria ossessione, aspetto contraddittorio di Gobetti, l’autore precisa che le organizzazioni devono formarsi nel modo più rapido possibile. A tal fine, è necessario creare una nuova classe dirigente sulla base delle proprie premesse e delle proprie soluzioni. Il programma è netto ed è articolato in punti.

Il primo: «L’opposizione contro il fascismo perciò deve poter contare, specialmente nell’Italia settentrionale, sulla formazione di un’economia moderna forte di un’industria libera da ogni protezionismo e da ogni paternalismo di Stato e di una classe proletaria politicamente intransigente che nell’educazione della fabbrica impara il senso della libera vita sociale». Punto secondo: «La formazione di questa economia moderna nel Nord non deve avvenire a detrimento del Sud storicamente agricolo […]. Gruppi della Rivoluzione Liberale nel Sud devono condurre la battaglia contro le oligarchie industriali che proteggono le cricche locali». E punto terzo: «L’eliminazione dei governi personali e la loro sostituzione con un regime di moderna democrazia diretta laica». Di grande valore è anche il testo sull’individualismo: «Il capitalismo nasce da questa rivoluzione individualistica delle coscienze educate alla responsabilità personale, al gusto per la proprietà, al calore della dignità».

Scrive Polito che Gobetti e Matteotti rappresentano due esempi di resistenza e di critica al potere nel loro scontro fatale con il fascismo. Tuttavia, Gobetti critica l’Aventinismo, adottato dalla maggior parte delle opposizioni. Avvertiva che il fascismo si “liquiderà” con la formazione di una classe dirigente sicura e moderna, la ripresa operaia, il miglioramento della classe capitalistica. Polito spiega che l’ispirazione principale del pensiero di Piero Gobetti è di matrice liberale. Eppure, si tratta di un liberale sui generis. Non possono non colpire negli scritti il ricorso continuo a espressioni come antagonismo, contrasto, lotta, lotta politica, lotta di classe, tutte riconducibili alla più ampia nozione di conflitto. Da liberale egli individua nel conflitto, nel dissenso. A Gobetti si deve la celebre interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione». Il fascismo non è una malattia improvvisa in un corpo sano: esso è l’espressione dei mali della storia italiana.

Amedeo Gasparini

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