Ombre folli (Adelphi 2026) raduna una scelta delle più belle lettere tra Joseph Roth e Stefan Zweig, dal 1927 al 1938. Con la prefazione di Ada Vigliani, che ne è stata anche la traduttrice, il volume gode della postfazione di Heinz Lunzer. Uscito nel 2011 per Wallstein Verlag, rispetto alla mole dell’opera originale si è cercato di snellire il volume. Di Roth e Zweig due insieme c’è un’unica fotografa: quella ad Ostenda che apre il volume. Tuttavia, i due si scrissero infinite e lettere. «L’amicizia è la vera patria», scrisse Roth. Molte lettere di Zweig sono andate perdute – a causa dell’errare di Roth, il dissennato, che non le conservava. Le lettere del galiziano sono più numerose ed occupano il centro del carteggio. A Zweig, il responsabile, è assegnata la parte dell’ascoltatore. Scriveva per vivere; Roth per sopravvivere – «Vivo con la sensazione di continuare a lavorare inutilmente», scrisse Roth nel 1931.
Entrambi ebrei, ma con origini diverse. Zweig nacque a Vienna nel 1881, in una famiglia benestante, mentre Roth venne al mondo tredici anni dopo a Brody, in Galizia, da una modesta famiglia di Ostjuden. Di fronte alla guerra, i due presero strade opposte. Roth si arruolò volontario e combatté sotto la bandiera dell’Impero asburgico. Zweig manifestò una profonda avversione per il militarismo, abbracciò il pacifismo e coltivò una solida amicizia con Romain Rolland. Zweig si affermò come scrittore e saggista di grande successo, mentre Roth costruì la sua carriera come giornalista itinerante. Il primo contatto tra i due avvenne nel 1927, quando Zweig ricevette una copia di Ebrei erranti. Dopo averlo letto, scrisse a Roth per congratularsi. Da quel momento il ghiaccio si ruppe. Roth comprese per tempo che l’Austria sarebbe caduta nelle mani dei suoi nemici. Zweig non riusciva a immaginare di lasciare il Paese e il suo pubblico.
Scelse così di trasferirsi per lunghi periodi a Londra, con grande amarezza di Roth, che avrebbe preferito averlo al suo fianco a Parigi. Per oltre dieci anni Roth e Zweig si confidarono molti dei loro personali affanni, molte delle loro riflessioni sulla politica e sul destino dell’Europa. Zweig era giunto all’apice della sua popolarità di scrittore. Roth, pur essendo uno scrittore stimato, era convinto che agli occhi degli altri apparisse come un uomo misero. Come osserva Lützner, i due reagirono in maniera differente alla minaccia nazista. Roth si mostrò subito intransigente, pronto a dare battaglia attraverso i giornali e il dibattito pubblico. Zweig preferiva che la sua voce si esprimesse esclusivamente attraverso la letteratura, lontano da qualsiasi presa di posizione pubblica. Il problema di Roth però non è solo l’atteggiamento troppo disinvolto con il denaro, ma l’alcol. Zweig (lo «stimatissimo, caro Stephan Zweig», con “ph”), lo esorta alla disintossicazione.
Ma Roth ha bisogno della bottiglia come dell’aria. Senza alcol non può scrivere. Il 27 maggio 1939, Zweig riceve a Londra con un telegramma la notizia che, a quarantaquattro anni, Roth è morto. Scrive a Rolland. «L’ho amato come un fratello». In appendice ci sono diverse estrapolazioni di altre lettere che Zweig ha scritto ad altre persone su Roth. Per esempio ad Antonina Vallentin-Luchaire: «è di un’intelligenza straordinaria. Non c’è somma con cui poterlo aiutare durevolmente, anzi dandogli troppo gli si nuoce soltanto […]. L’alcol lo scava dentro, quell’uomo vede ovunque nemici, impostori». Alla moglie Friederike Maria Zweig: «Roth purtroppo è un matto, anche se sa farsi voler bene». Allegato al libro anche il necrologio per il Sunday Times nel quale Zweig celebra le opere più note di Roth, come La marcia di Radetzky e La cripta dei cappuccini – «ineguagliati affreschi della vecchia Austria nell’epoca tragica della sua dissoluzione morale».
Per Roth scrivere romanzi richiedeva molto più tempo di quanto ne disponesse. Anche Zweig lavorava molto, ma dei due pareva il più organizzato. Tra il 1933 e il 1939, i problemi di denaro aumentarono per Roth. Cominciò a scrivere freneticamente e a domandare anticipi alle case editrici tedesche, con conseguenze per lui disastrose sul piano esistenziale. Dal marzo 1934 presero a susseguirsi richieste a Zweig in tal senso. Nel 1936 Zweig trascorse qualche tempo in Belgio, invitò Roth a Ostenda e gli mise a disposizione del denaro per i mesi successivi. Nel maggio del 1937 erano entrambi a Salisburgo, ma Zweig fece in modo di evitare l’incontro. L’episodio mandò in collera Roth e segnò una cesura definitiva nel loro rapporto. Lo scambio di idee ruotò spesso intorno alle loro opere e ai progetti che non furono realizzati. Roth scriveva meglio di Zweig, ma non fu mai uno scrittore difficile.
Dal profilo politico, Roth è stato capace di una visione e di un’analisi cristalline delle tendenze della destra tedesca. Zweig, dal canto suo, nel 1932 aveva ritenuto improbabile che un governo guidato dai nazionalsocialisti potesse. Naturalmente, i libri di Zweig, come quelli di Roth, rientravano fra le opere messe al bando, rimosse dalle biblioteche tedesche e distrutte a scopo dimostrativo, in quanto espressione dello “spirito” non tedesco. Zweig non voleva assumere iniziative politiche individuali. La prima lettera è di Roth, da Glion, 8 settembre 1927. «Desidero moltissimo incontrarmi con Lei. Io però sono sempre in giro, non ho un indirizzo fisso», scrisse Roth. L’intestazione delle lettere cambia spesso per l’erratico: Francoforte, Leopoli, Varsavia, Marsiglia, Parigi, Versailles, Berlino, Antibes, Rapperswil, Ascona, Amburgo, Nizza, Londra. Nelle conversazioni emergono i pareri su Sigmund Freud, Carl von Ossietzky, Heinrich Mann, Arnold Zweig, Kurt Tucholsky, Jacob Wassermann, Herbert Marcuse.
Su Thomas Mann: «Quel suo starsene sospeso a dieci centimetri da terra non mi è mai piaciuto», scrisse Roth. E Alfred Döblin, «d’altronde è sempre stato un attaccabrighe». I temi delle lettere sono i più diversi all’inizio. Poi assumono un tono politico ed infine, una buona metà rappresenta i tentativi di Roth di sopravvivere presso gli editori a cui chiede regolarmente degli anticipi. «Il mio rapporto con la letteratura è davvero singolare. Da giovane cominciai a scrivere per ambizione, per il gusto del gioco intellettuale […]. Poi, dopo la guerra, i miei libri cominciarono ad avere una ricezione più ampia […] e ciò mi infastidiva più che rendermi felice», risponde in una lettera del 1929 Zweig all’amico galiziano. Roth in questo senso era più riservato, anche perché non aveva la facilità di scrittura di Zweig. Sin da subito, nel carteggio, emergono i problemi di Roth.
«Ho così poco denaro», a non si spinge a chiederlo subito – si firma addirittura «il Suo sventurato e triste» o «il Suo vecchio». «Quasi mi vergogno di fronte a Lei, per questa mia vita che scorre liscia, nel profondo della quale io non solo non provo angoscia, ma coltivo invece un arcano desiderio di tragici sconvolgimenti» – implora nel 1929, prima di ricevere il Fouché. Di converso, «i miei libri non sono comunque destinati alla popolarità», ammette, mentre è alle prese con Giobbe. «La Sua amicizia è da qualche mese l’unico conforto che mi sia dato provare». Parla della sua immutata amicizia, spesso per poi procedere con «mi permetta di elencarle uno per uno tutti i guai che mi affliggono». L’edizioni Kiepenheuer «mi scongiura di chiederLe il favore di scrivere di Suo pugno una recensione alla Marcia e di adoperarsi anche con Otto Zarek […] affinché “non mi stronchi”».
Roth riconosce che non può continuare a fare il vagabondo. «Nelle condizioni in cui mi trovo adesso, non posso farmi vedere da Lei». Riconosce la grandezza dell’amico e gli giura che non lo dimenticherà mai. «Lei è uomo di grande acutezza, ma la Sua umanità Le impedisce di “vedere” il male, Lei vive di fede e di bontà». A metà febbraio 1933 Roth mostra già un’acuta visione del destino dell’Europa. «Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita. Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa». In marzo: «Il mondo è ancora più tetragono che nel 1914 […]. Nel 1914 tutte le parti cercavano di spiegare la bestialità invocando ragioni e pretesti di carattere umano. Oggi invece alla bestialità si forniscono […] giustificazioni bestiali, che sono ancora più raccapriccianti degli stessi atti di bestialità».
All’inizio 1933, scrive Roth: «Per noi il lavoro di tutta una vita è stato – sul piano concreto – perfettamente inutile. Non La confondono con quell’altro perché si chiama Zweig, ma perché Lei è un ebreo, un esponente del bolscevismo culturale, un pacifista un letterato cosmopolita, un liberale». A fine mese: «Abbiamo tutti sopravvalutato il mondo: l’ho fatto persino io, che pure sono un incorreggibile pessimista. Il mondo è molto, molto stupido, è bestiale […]. I Suoi libri sono stati bruciati a Breslavia. […] Pubblicherò un opuscolo a favore degli Asburgo. Sono un vecchio ufficiale austriaco. […] Voglio di nuovo la Monarchia e voglio dirlo». Roth supplica l’amico in una lunga lettera del novembre 1933: «Caro, carissimo amico, Lei deve assolutamente adoperarsi per l’Austria con tutto il peso della Sua personalità. […] In Austria abbiamo bisogno di un Romain Rolland. E Lei lo è».
Roth riconosce anche che «Lei ha molto da perdere: non solo la Sua personale dignità, ma anche la Sua dignità letteraria, di fama mondiale […]. Questa, questa è l’ora della decisione. Ancor più che durante la guerra. Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata […]. Lei deve chiudere o con il Terzo Reich o con me». Categorico Roth, che fa sottintendere un problema comune tra gli scrittori he esitarono a schierarsi contro il Nazionalsocialismo sin dall’inizio: la paura di perdere mercato – Mann in testa. Esplicito, da Marsiglia, nel giugno 1934 Roth scrive: «La prego, La supplico, faccia questo sforzo! Mi sfili il cappio dal collo, mi sta strozzando! Per favore, per favore! Cerchi di capirmi! Sto affondando. Sono invischiato in ogni sorta di lordure […]. Lavoro come un mulo. Sono carico di preoccupazioni e sto male. La prego, mi procuri la libertà».
«Le scrivo in uno stato di emergenza gravissima. Parli con gli editori […]. Ho chiesto denaro in prestito ai soggetti più inverosimili. E in tali occasioni ho disprezzato e maledetto me stesso […]. Sento la necessità di mostrarmi davanti a Lei […] in tutta la mia nudità […]. Da mesi, da mesi ormai, il cappio mi stringe il collo – e se non sono ancora soffocato è perché trovo ogni volta una persona di buon cuore che mi permette di infilare un dito fra la corda e il collo». La risposta di Zweig: «La scongiuro, in queste condizioni non faccia nulla, non spedisca lettere […]. La scongiuro: si calmi! Non beva. È l’alcol […]. Bevendo Lei non ruba la Sua ombra, ma diventa Lei stesso un’ombra, il contrario di se stesso – La prego […] accolga […] la mia offerta, una cura di quattro settimane e sotto stretta, implacabile sorveglianza».
Risposta di Roth: «La ringrazio sentitamente per la salvezza del mio onore. Non resta ora che salvare la vita […]. Lei è un uomo assennato. Io non lo sono». Ancora Zweig: «Mi creda, mi sto rompendo il capo per cercare di aiutarLa […], Lei deve rinunciare a quei gesti che La distruggono, che Le rendono insostenibile la vita!». Ma Roth fa promesse da alcolista: «Non pratico l’autodistruzione: solo che nel mio caso l’autodistruzione equivale a un tentativo di autoconservazione […]. Non posso uccidermi – ma morirò». Nel novembre 1935: «La prego di non angustiarsi per il fatto che bevo. Bere mi mantiene in vita, molto più di quanto non mi mandi in rovina». Roth supplica l’amico di vederlo. Zweig ha altri programmi. Secca la risposta di Zweig: «La prego, non accusi sempre i tempi e la malvagità umana, ammetta di essere anche Lei responsabile del Suo stato e ci aiuti ad aiutarLa».
Amedeo Gasparini
Ombre folli (Adelphi 2026) raduna una scelta delle più belle lettere tra Joseph Roth e Stefan Zweig, dal 1927 al 1938. Con la prefazione di Ada Vigliani, che ne è stata anche la traduttrice, il volume gode della postfazione di Heinz Lunzer. Uscito nel 2011 per Wallstein Verlag, rispetto alla mole dell’opera originale si è cercato di snellire il volume. Di Roth e Zweig due insieme c’è un’unica fotografa: quella ad Ostenda che apre il volume. Tuttavia, i due si scrissero infinite e lettere. «L’amicizia è la vera patria», scrisse Roth. Molte lettere di Zweig sono andate perdute – a causa dell’errare di Roth, il dissennato, che non le conservava. Le lettere del galiziano sono più numerose ed occupano il centro del carteggio. A Zweig, il responsabile, è assegnata la parte dell’ascoltatore. Scriveva per vivere; Roth per sopravvivere – «Vivo con la sensazione di continuare a lavorare inutilmente», scrisse Roth nel 1931.
Entrambi ebrei, ma con origini diverse. Zweig nacque a Vienna nel 1881, in una famiglia benestante, mentre Roth venne al mondo tredici anni dopo a Brody, in Galizia, da una modesta famiglia di Ostjuden. Di fronte alla guerra, i due presero strade opposte. Roth si arruolò volontario e combatté sotto la bandiera dell’Impero asburgico. Zweig manifestò una profonda avversione per il militarismo, abbracciò il pacifismo e coltivò una solida amicizia con Romain Rolland. Zweig si affermò come scrittore e saggista di grande successo, mentre Roth costruì la sua carriera come giornalista itinerante. Il primo contatto tra i due avvenne nel 1927, quando Zweig ricevette una copia di Ebrei erranti. Dopo averlo letto, scrisse a Roth per congratularsi. Da quel momento il ghiaccio si ruppe. Roth comprese per tempo che l’Austria sarebbe caduta nelle mani dei suoi nemici. Zweig non riusciva a immaginare di lasciare il Paese e il suo pubblico.
Scelse così di trasferirsi per lunghi periodi a Londra, con grande amarezza di Roth, che avrebbe preferito averlo al suo fianco a Parigi. Per oltre dieci anni Roth e Zweig si confidarono molti dei loro personali affanni, molte delle loro riflessioni sulla politica e sul destino dell’Europa. Zweig era giunto all’apice della sua popolarità di scrittore. Roth, pur essendo uno scrittore stimato, era convinto che agli occhi degli altri apparisse come un uomo misero. Come osserva Lützner, i due reagirono in maniera differente alla minaccia nazista. Roth si mostrò subito intransigente, pronto a dare battaglia attraverso i giornali e il dibattito pubblico. Zweig preferiva che la sua voce si esprimesse esclusivamente attraverso la letteratura, lontano da qualsiasi presa di posizione pubblica. Il problema di Roth però non è solo l’atteggiamento troppo disinvolto con il denaro, ma l’alcol. Zweig (lo «stimatissimo, caro Stephan Zweig», con “ph”), lo esorta alla disintossicazione.
Ma Roth ha bisogno della bottiglia come dell’aria. Senza alcol non può scrivere. Il 27 maggio 1939, Zweig riceve a Londra con un telegramma la notizia che, a quarantaquattro anni, Roth è morto. Scrive a Rolland. «L’ho amato come un fratello». In appendice ci sono diverse estrapolazioni di altre lettere che Zweig ha scritto ad altre persone su Roth. Per esempio ad Antonina Vallentin-Luchaire: «è di un’intelligenza straordinaria. Non c’è somma con cui poterlo aiutare durevolmente, anzi dandogli troppo gli si nuoce soltanto […]. L’alcol lo scava dentro, quell’uomo vede ovunque nemici, impostori». Alla moglie Friederike Maria Zweig: «Roth purtroppo è un matto, anche se sa farsi voler bene». Allegato al libro anche il necrologio per il Sunday Times nel quale Zweig celebra le opere più note di Roth, come La marcia di Radetzky e La cripta dei cappuccini – «ineguagliati affreschi della vecchia Austria nell’epoca tragica della sua dissoluzione morale».
Per Roth scrivere romanzi richiedeva molto più tempo di quanto ne disponesse. Anche Zweig lavorava molto, ma dei due pareva il più organizzato. Tra il 1933 e il 1939, i problemi di denaro aumentarono per Roth. Cominciò a scrivere freneticamente e a domandare anticipi alle case editrici tedesche, con conseguenze per lui disastrose sul piano esistenziale. Dal marzo 1934 presero a susseguirsi richieste a Zweig in tal senso. Nel 1936 Zweig trascorse qualche tempo in Belgio, invitò Roth a Ostenda e gli mise a disposizione del denaro per i mesi successivi. Nel maggio del 1937 erano entrambi a Salisburgo, ma Zweig fece in modo di evitare l’incontro. L’episodio mandò in collera Roth e segnò una cesura definitiva nel loro rapporto. Lo scambio di idee ruotò spesso intorno alle loro opere e ai progetti che non furono realizzati. Roth scriveva meglio di Zweig, ma non fu mai uno scrittore difficile.
Dal profilo politico, Roth è stato capace di una visione e di un’analisi cristalline delle tendenze della destra tedesca. Zweig, dal canto suo, nel 1932 aveva ritenuto improbabile che un governo guidato dai nazionalsocialisti potesse. Naturalmente, i libri di Zweig, come quelli di Roth, rientravano fra le opere messe al bando, rimosse dalle biblioteche tedesche e distrutte a scopo dimostrativo, in quanto espressione dello “spirito” non tedesco. Zweig non voleva assumere iniziative politiche individuali. La prima lettera è di Roth, da Glion, 8 settembre 1927. «Desidero moltissimo incontrarmi con Lei. Io però sono sempre in giro, non ho un indirizzo fisso», scrisse Roth. L’intestazione delle lettere cambia spesso per l’erratico: Francoforte, Leopoli, Varsavia, Marsiglia, Parigi, Versailles, Berlino, Antibes, Rapperswil, Ascona, Amburgo, Nizza, Londra. Nelle conversazioni emergono i pareri su Sigmund Freud, Carl von Ossietzky, Heinrich Mann, Arnold Zweig, Kurt Tucholsky, Jacob Wassermann, Herbert Marcuse.
Su Thomas Mann: «Quel suo starsene sospeso a dieci centimetri da terra non mi è mai piaciuto», scrisse Roth. E Alfred Döblin, «d’altronde è sempre stato un attaccabrighe». I temi delle lettere sono i più diversi all’inizio. Poi assumono un tono politico ed infine, una buona metà rappresenta i tentativi di Roth di sopravvivere presso gli editori a cui chiede regolarmente degli anticipi. «Il mio rapporto con la letteratura è davvero singolare. Da giovane cominciai a scrivere per ambizione, per il gusto del gioco intellettuale […]. Poi, dopo la guerra, i miei libri cominciarono ad avere una ricezione più ampia […] e ciò mi infastidiva più che rendermi felice», risponde in una lettera del 1929 Zweig all’amico galiziano. Roth in questo senso era più riservato, anche perché non aveva la facilità di scrittura di Zweig. Sin da subito, nel carteggio, emergono i problemi di Roth.
«Ho così poco denaro», a non si spinge a chiederlo subito – si firma addirittura «il Suo sventurato e triste» o «il Suo vecchio». «Quasi mi vergogno di fronte a Lei, per questa mia vita che scorre liscia, nel profondo della quale io non solo non provo angoscia, ma coltivo invece un arcano desiderio di tragici sconvolgimenti» – implora nel 1929, prima di ricevere il Fouché. Di converso, «i miei libri non sono comunque destinati alla popolarità», ammette, mentre è alle prese con Giobbe. «La Sua amicizia è da qualche mese l’unico conforto che mi sia dato provare». Parla della sua immutata amicizia, spesso per poi procedere con «mi permetta di elencarle uno per uno tutti i guai che mi affliggono». L’edizioni Kiepenheuer «mi scongiura di chiederLe il favore di scrivere di Suo pugno una recensione alla Marcia e di adoperarsi anche con Otto Zarek […] affinché “non mi stronchi”».
Roth riconosce che non può continuare a fare il vagabondo. «Nelle condizioni in cui mi trovo adesso, non posso farmi vedere da Lei». Riconosce la grandezza dell’amico e gli giura che non lo dimenticherà mai. «Lei è uomo di grande acutezza, ma la Sua umanità Le impedisce di “vedere” il male, Lei vive di fede e di bontà». A metà febbraio 1933 Roth mostra già un’acuta visione del destino dell’Europa. «Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita. Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa». In marzo: «Il mondo è ancora più tetragono che nel 1914 […]. Nel 1914 tutte le parti cercavano di spiegare la bestialità invocando ragioni e pretesti di carattere umano. Oggi invece alla bestialità si forniscono […] giustificazioni bestiali, che sono ancora più raccapriccianti degli stessi atti di bestialità».
All’inizio 1933, scrive Roth: «Per noi il lavoro di tutta una vita è stato – sul piano concreto – perfettamente inutile. Non La confondono con quell’altro perché si chiama Zweig, ma perché Lei è un ebreo, un esponente del bolscevismo culturale, un pacifista un letterato cosmopolita, un liberale». A fine mese: «Abbiamo tutti sopravvalutato il mondo: l’ho fatto persino io, che pure sono un incorreggibile pessimista. Il mondo è molto, molto stupido, è bestiale […]. I Suoi libri sono stati bruciati a Breslavia. […] Pubblicherò un opuscolo a favore degli Asburgo. Sono un vecchio ufficiale austriaco. […] Voglio di nuovo la Monarchia e voglio dirlo». Roth supplica l’amico in una lunga lettera del novembre 1933: «Caro, carissimo amico, Lei deve assolutamente adoperarsi per l’Austria con tutto il peso della Sua personalità. […] In Austria abbiamo bisogno di un Romain Rolland. E Lei lo è».
Roth riconosce anche che «Lei ha molto da perdere: non solo la Sua personale dignità, ma anche la Sua dignità letteraria, di fama mondiale […]. Questa, questa è l’ora della decisione. Ancor più che durante la guerra. Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata […]. Lei deve chiudere o con il Terzo Reich o con me». Categorico Roth, che fa sottintendere un problema comune tra gli scrittori he esitarono a schierarsi contro il Nazionalsocialismo sin dall’inizio: la paura di perdere mercato – Mann in testa. Esplicito, da Marsiglia, nel giugno 1934 Roth scrive: «La prego, La supplico, faccia questo sforzo! Mi sfili il cappio dal collo, mi sta strozzando! Per favore, per favore! Cerchi di capirmi! Sto affondando. Sono invischiato in ogni sorta di lordure […]. Lavoro come un mulo. Sono carico di preoccupazioni e sto male. La prego, mi procuri la libertà».
«Le scrivo in uno stato di emergenza gravissima. Parli con gli editori […]. Ho chiesto denaro in prestito ai soggetti più inverosimili. E in tali occasioni ho disprezzato e maledetto me stesso […]. Sento la necessità di mostrarmi davanti a Lei […] in tutta la mia nudità […]. Da mesi, da mesi ormai, il cappio mi stringe il collo – e se non sono ancora soffocato è perché trovo ogni volta una persona di buon cuore che mi permette di infilare un dito fra la corda e il collo». La risposta di Zweig: «La scongiuro, in queste condizioni non faccia nulla, non spedisca lettere […]. La scongiuro: si calmi! Non beva. È l’alcol […]. Bevendo Lei non ruba la Sua ombra, ma diventa Lei stesso un’ombra, il contrario di se stesso – La prego […] accolga […] la mia offerta, una cura di quattro settimane e sotto stretta, implacabile sorveglianza».
Risposta di Roth: «La ringrazio sentitamente per la salvezza del mio onore. Non resta ora che salvare la vita […]. Lei è un uomo assennato. Io non lo sono». Ancora Zweig: «Mi creda, mi sto rompendo il capo per cercare di aiutarLa […], Lei deve rinunciare a quei gesti che La distruggono, che Le rendono insostenibile la vita!». Ma Roth fa promesse da alcolista: «Non pratico l’autodistruzione: solo che nel mio caso l’autodistruzione equivale a un tentativo di autoconservazione […]. Non posso uccidermi – ma morirò». Nel novembre 1935: «La prego di non angustiarsi per il fatto che bevo. Bere mi mantiene in vita, molto più di quanto non mi mandi in rovina». Roth supplica l’amico di vederlo. Zweig ha altri programmi. Secca la risposta di Zweig: «La prego, non accusi sempre i tempi e la malvagità umana, ammetta di essere anche Lei responsabile del Suo stato e ci aiuti ad aiutarLa».
Amedeo Gasparini