Commento

Il mito asburgico: la lunga strada di Magris al Corriere

Con prefazione di Antonio Troiano e curatela di Maddalena Longo, Dura un attimo il giorno (Garzanti 2025) di Claudio Magris presenta tutte le passioni di tutta una vita dello scrittore triestino. Che aspira ad offrire una sorta di inventario degli interessi coltivati nel suo lungo percorso intellettuale, animato da un’incrollabile fiducia nella scrittura come strumento con cui dominare il caos del mondo. Il volume raccoglie una ricca selezione degli interventi apparsi sul Corriere della Sera dal 2017 al 2025. La firma è quella di un intellettuale mitteleuropeo, un vero e proprio mito asburgico, come il titolo del suo famoso primo libro che ha incanalato tutta la sua brillante carriera. Testi di ampio respiro su letteratura, etica, politica. Ma anche istantanee su costume, società, bizzarrie della Storia ed ambiguità dell’esistenza, in cui Magris si conferma osservatore acuto. Ma soprattutto straordinario testimone e maestro del nostro tempo.

I grandi temi al centro della produzione narrativa e saggistica hanno trovato uno sbocco divulgativo negli articoli. Un impegno assiduo, una sfida, largamente vinta, a rendersi comprensibili senza troppe concessioni al gusto dominante. Magris scrisse sul Corriere il suo primo articolo il 15 settembre 1967. Una vita fa. Ad oggi si parla di circa 1800 articoli. Sin da allora Magris ha avuto la rara capacità di raccontare, descrivere, analizzare, cogliere gli angoli nascosti del cuore. Quella di Magris è una curiosità viva. Si interroga senza sosta: memoria, poesia, amore, gioco, guerra, vita, morte. Ma soprattutto il suo universo, con scrittori quasi sconosciuti nel resto d’Italia, ma vivi nel territorio di frontiera. Sono Predrag Matvejević, Stelio Mattioni, Gregor von Rezzori, Giani Stuparich, Scipio Slataper, Alberto Spaini, Ruggero Timeus, Carlo Michelstaedter; fino ai noti Italo Svevo, Umberto Saba, James Joyce, Bobi Bazlen, Ivo Andrić.

Particolare spazio è dato ad Enzo Bettiza. D’altronde, «ogni vero e grande giornalista è un forte scrittore». La vita dello spalatino è stata un’epopea romanzesca, debordante fantasia, accurate ricerche, articoli di inchieste e di viaggi. Lo spalatino era legato al romanzo ottocentesco più che a quello novecentesco. “Dostoevskijiano balcanico”, ma «soprattutto manniano, anche per la concezione del romanzo quale ibridazione di eventi, personaggi e idee». Senza il Comunismo, ha scritto Dario Fertilio, non ci sarebbe stato Bettiza. Poi l’immancabile Trieste: fine Ottocento-inizio Novecento è un’epoca di creatività, rottura, creazione. Un ritratto è dedicato a Giorgio Negrelli. Procedono poi analisi e citazioni dei fari di Magris, ovvero Franz Kafka, Jorge Luis Borges, Robert Musil e Joseph Roth. Presenti anche Ippolito Nievo, Ernst Bloch, Gabriele D’Annunzio, Adalbert Stifter, Stefan Zweig, Thomas Bernhard, Arthur Schnitzler, Paul Celan, Franz Grillparzer, Vladimir Nabokov, Knut Hamsun, Johannes Urzidil.

Dunque, scrittori più politici come Pier Paolo Pasolini, Louis-Ferdinand Céline, Rudyard Kipling, Arthur Koestler. Ma anche amici come Ottavio Missoni, Martin Pollack (giornalista e già corrispondente dello Spiegel, grande viaggiatore per il quale viaggiare è anche – forse soprattutto – una forma di vita e di scrittura, conosciuto al Caffè Sperl di Vienna e specialista dei ruteni), Boris Pahor («un’esistenza mai rivolta all’indietro»), Mario Vargas Llosa («un grande amico»). Un articolo sul Meridiano Mondadori di Friedrich Hölderlin. Poi un’analisi della poesia di Giacomo Noventa, volontario nella guerra, esule antifascista a Parigi, uno dei grandi del Novecento e in disparte nel mondo delle lettere. Ampio spazio a Friedrich Nietzsche, poeta e filosofo – «quest’anima avrebbe dovuto cantare», disse di lui Stefan George. L’autore di Ecce homo ha incarnato la crisi del suo tempo; col suo pensiero l’ha smascherata e insieme accelerata, commenta Magris.

Apprezzamenti su Rosa Luxemburg – leggerla «è anche un vaccino contro l’attenuarsi della gioia di vivere, della passione, dell’entusiasmo». Un articolo anche dedicato allo sconosciuto (in Italia) Friedrich Naumann (autore di Mitteleuropa), dal pensiero tedesco-nazionale, nutrito di interessi sociali con elementi liberali, fautore di un’Europa gravitante intorno alla Germania, una politica pacifica. Ma anche il posto di Trieste su Carso, tra le guerre e i conflitti. Ricorda Magris il sogno slataperiano di una variegata cultura europea, scrivendo La nazione ceca (1916), civiltà che aveva conosciuto studiando, prima della guerra, all’Università di Praga. Un articolo anche sul Bagno Ausonia – dove andava pure Leonor Fini – a Trieste, un’atmosfera fitzgeraldiana di giovinezza e fugacità. «Il cammino della civiltà è arduo e contraddittorio, procede e regredisce. Forse, si potrebbe dire, è un cammino che ricomincia con ogni generazione, con ogni uomo, senz’alcuna sicurezza che prevalga […] l’umanità», conclude Magris (Corriere della Sera, 27 maggio 2018).

Amedeo Gasparini

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