Cultura

«Il mito di Don Chisciotte, simbolico per le avventure di noi cineasti»

Nell’ambito del Festival del film di Locarno, oggi alla sua sesta giornata, abbiamo incontrato il cineasta Luca Ferri. Presente con la sua pellicola Dulcinea concorre nella sezione Signs of Life che si propone d’indagare i territori di frontiera della settima arte, tra forme narrative inedite e innovazione del linguaggio cinematografico. In questo ambito vengono presentate in prima mondiale o internazionale opere di registi riconosciuti ed emergenti.

Sono otto anni che Luca Ferri gira film (14 tra corti e lunghi), con crescente capacità di mescolare sperimentalismo e ironia, surrealismo e amore per l’inquadratura perfetta. Un talento raro, che nella sezione Signs of Life di Locarno Festival trova il suo habitat ideale. Dulcinea si inserisce in questo percorso autoriale, mettendo in scena l’apparente nonsense di una prestazione sessuale a pagamento senza alcun contatto tra i corpi di lui e di lei. Lei, giovane ragazza milanese disinibita, è Dulcinea, lui, maschera dell’uomo medio afflitto da ossessioni maniacali di igiene, sarebbe il nostro Don Chisciotte. Ogni inquadratura è il frutto di una ricerca meticolosa di un punto di vista innovativo, o nasconde indizi su oggetti che svolgeranno un ruolo centrale in un’inquadratura successiva. Si può vivere Dulcinea come un rompicapo, come una metafora del disagio comunicativo odierno o semplicemente come uno sketch surreale alla maniera dei Monty Python. Qualunque sia l’approccio, Dulcinea rappresenta una visione intellettualmente stimolante regalata da uno dei migliori talenti dell’underground italiano.

Nel daily del Festival la sua è stata definita, in senso positivo, una “patologia surrealista”: mi sembra una definizione perfetta del suo cinema, cosa ne pensa? 

«Sì, mi piace, credo che la patologia sia connaturata al nostro lavoro e preesistente. Sono arrivato al cinema da altre vie e non mi pongo particolari obiettivi se non cercare di fare un cinema che mi sopravviva. Sono consapevole che questo tipo di cinema sia debitore di grandissimi maestri ma il mio è un principio patologico autonomo. Né io né i miei collaboratori in Dulcinea (il produttore Pietro de Tilla, gli attori Vincenzo Turca e Naomi Morello, nda) siamo “cinematografari” in senso stretto, ci siamo arrivati per vie traverse. Vincenzo è designer, Naomi è una fotografa, Pietro è legato all’immagine e alla letteratura, io vengo dalla fotografia e dal cinema. Sono un architetto mancato, in un certo senso. Ma come diceva Carmelo Bene, “non si può fare cinema con il solo cinema, e non si fa l’architettura con l’architettura”. Siamo sempre debitori di altre forme d’arte… Il cinema diventa tale senza saperlo».

Il film è ambientato nella Milano anni Novanta, durante Tangentopoli. In realtà Milano è teatro di questa vicenda perché non potrebbe essere ambientata che lì, come se la città fosse una terza protagonista? Questo feticismo per gli oggetti e per le comunicazioni, questa vita alienata sono tali perché milanesi?

«In questo film la città è quasi come se fosse una persona aggiunta. Il principio che sta alla base di Dulcinea, però, è talmente forte che poteva anche essere realizzato da un’altra parte. È un cinema talmente rigoroso e scritto, talmente autosufficiente, che al posto di Milano avrebbe potuto esserci un’altra città. In origine avremmo dovuto girare a Trieste, perché c’era un appartamento che ci piaceva, ma non era abbastanza “anni Novanta”. Devo dire che trovare un design anni Novanta ed esteticamente valido non è stato semplice (risate, nda). In effetti anche se penso a dei film italiani validi degli anni Novanta non me ne vengono in mente molti, artisticamente è un decennio difficile per l’Italia».

Ci ha rivelato che Dulcinea è il primo film di una trilogia “domestica”. Cosa può anticiparci degli altri due titoli?

«Del secondo capitolo, Pierino, ho finito le riprese. È realizzato in VHS e non poteva che essere realizzato così. È stato concepito in maniera quasi matematica, come un rituale: mi sono recato ogni giovedì alla stessa ora per 52 volte a casa di una persona per girare. Una persona diversa da tutte le altre, un cinefilo bergamasco ai limiti dell’autismo, con una collezione sterminata di VHS, che segue una sorta di rito di visione anacronistico. È un tipo noto un po’ a tutti in città, con un colbacco sempre calato sulla testa, che vive in un pied-à-terre in cemento armato. Il terzo film invece si chiamerà Le case dell’amore e sarà girato a Milano, nel quartiere di Quarto Oggiaro, ma non sarà pronto prima del 2019».

Vista la proliferazione di titoli che riprendono, in modo differente, la figura di Don Chisciotte, come mai a suo parere oggi Don Chisciotte è così attuale?

«Quello di Cervantes è un testo incredibile e il mito del cavaliere errante è simbolico per tante cose, tra cui la nostra avventura di cineasti, con tutti i problemi e i misunderstanding che questa forma di cinema si porta dietro».

                                                                                                                                                                                   Emanuele Sacchi

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