Sempre meno, ma è ancora diffusa, nella società odierna, sussiste la tentazione di considerare il cosiddetto intellettuale come una figura moralmente superiore, dotata di un acume che lo distinguerebbe dalla massa. In parte è così; in parte non è più così; in parte non è mai stato davvero così. In ogni caso, si presume che chi si esprime con competenza – apparente o reale poco importa nel giudizio della collettività – nei campi dell’arte, della filosofia o della letteratura e che soprattutto mischia queste discipline con la politica e le questioni sociali correnti, sia naturalmente più lucido anche nelle analisi storico-politiche. Si tratta di una presunzione tutto sommato infondata. E, in certi casi, anche pericolosa. Nella Storia sono lunghe le liste di esempi di intellettuali che hanno piegato la loro intelligenza al servizio di regimi autoritari.
Molti, in più discipline del sapere e produrre artistico, hanno sostenuto ideologie totalitarie, esaltandone la presunta modernità o efficienza, ignorando o giustificando repressione, censura, violenza e culto della personalità. Si tratta dell’esatto opposto di quello che dovrebbe fare un intellettuale in seno al dibattito pubblico. E per di più: si trattava spesso di individui colti, sofisticati; perfino geniali. Eppure, proprio per questo, il loro cedimento appare più grave. Chi ha gli strumenti per comprendere la complessità del reale ha anche il dovere – alcuni aggiungerebbero etico e civico – di esercitarli fino in fondo. La storia italiana del Novecento fornisce un caso emblematico del fenomeno. Durante il fascismo, un numero imponente di intellettuali aderì al regime. Chi per opportunismo, chi per conformismo o calcolo personale o convinzione. Alcuni si piegarono per necessità, altri per entusiasmo, altri per lusinga del potere o dell’appartenenza.
Ma ciò che colpisce è come è possibile che un’intera élite – filosofi, scrittori, artisti, accademici – abbia aderito in maniera così compatta a un progetto autoritario. Di più: come spiegare l’altrettanto sorprendente spostamento, nel Dopoguerra, verso l’altra sponda ideologica, con l’adesione di larga parte del mondo intellettuale alle strutture del comunismo italiano? Che si tratti della camicia nera o della tessera rossa, in entrambi i casi emerge una tendenza preoccupante: quella dell’intellettuale che segue la corrente – per altro una torbida corrente. Che si accoda alle mode ideologiche del tempo, talvolta senza spirito critico. Un vero intellettuale non si schiera in massa o con le ideologie di massa. Queste, infatti, non dovrebbero essere per lui attraenti che per un brevissimo periodo, viste le sue prevedibili degenerazioni. Il pensiero libero richiede solitudine, dubbio e capacità – impopolare – di non uniformarsi.
L’intellettuale ha compiti precisi nella società democratica: analizzare il presente, interrogare la memoria, coltivare il dissenso e contribuire a una coscienza informata e critica. Non è un tesserato organico al regime. Non è un cantore della corte. E neppure un fanatico. Figuriamoci un oracolo, un santone, un guru, un tecnico neutrale. L’intellettuale è una figura chiamata a prendere posizione, pur nella consapevolezza dei limiti del sapere e dell’ambiguità della realtà. L’idea che basti aver scritto un romanzo, un saggio o una poesia – o essere passato per qualche salotto televisivo, pur ben preparato, nelle vesti di improbabile tuttologo – per essere anche un interprete attendibile del momento storico è un errore di prospettiva. La Storia dimostra che grandi menti possono commettere errori catastrofici quando si illudono di leggere il mondo attraverso il filtro della propria sensibilità estetica o ideologica.
In politica, ciò è ancora più evidente. Alcuni intellettuali, abbagliati dall’ideologia o dalla fascinazione per l’“uomo forte”, continuano a legittimare forme di potere illiberale, contribuendo a neutralizzare gli anticorpi democratici. Ci si chiede: se un intellettuale non parteggia per la libertà, che intellettuale è? Altri, peggio ancora, hanno taciuto, ritenendo che il loro ruolo fosse distante dalla “lotta politica”. Ma il silenzio e il conformismo è spesso una forma di complicità. In certi casi, la scrittura e l’arte possono addirittura generare una distanza emotiva dal mondo reale. La contemplazione estetica può sopraffare l’empatia: è successo, può succedere. Il rischio di un’intellettualità autoreferenziale è quello di produrre bellezza svincolata dalla responsabilità. Ecco perché la voce dell’intellettuale non è automaticamente e sempre più autorevole di quella di altri – in ispecie quando esce dal proprio ambito di competenza.
L’autorevolezza non deriva (solo) dal prestigio culturale, ma dalla preparazione, dall’integrità e dalla coerenza. In una democrazia, tutti sono chiamati a partecipare al dibattito. Nessuno è esente dal rischio di errore. Pretendere il privilegio della parola solo per status o per notorietà è una forma sottile quanto pericolosa di arroganza. Il sapere autentico si accompagna al dubbio, non alla supponenza. Come ha scritto Claudio Magris (Corriere della Sera, 13 luglio 2025), «la vera cultura, a qualsiasi livello di conoscenze o di studi o di preparazione, è la capacità di sintesi fra ciò che si sa, ciò che si sa di non sapere, ciò in cui si crede e ciò che si è». Lo slogan, la parola d’ordine, l’adesione acritica sono invece forme di incultura, indipendentemente da cosa affermino. La vera funzione dell’intellettuale è un’altra: difendere la complessità, resistere all’uniformità del pensiero. E non cedere alla subdola tentazione del potere.
Amedeo Gasparini
Sempre meno, ma è ancora diffusa, nella società odierna, sussiste la tentazione di considerare il cosiddetto intellettuale come una figura moralmente superiore, dotata di un acume che lo distinguerebbe dalla massa. In parte è così; in parte non è più così; in parte non è mai stato davvero così. In ogni caso, si presume che chi si esprime con competenza – apparente o reale poco importa nel giudizio della collettività – nei campi dell’arte, della filosofia o della letteratura e che soprattutto mischia queste discipline con la politica e le questioni sociali correnti, sia naturalmente più lucido anche nelle analisi storico-politiche. Si tratta di una presunzione tutto sommato infondata. E, in certi casi, anche pericolosa. Nella Storia sono lunghe le liste di esempi di intellettuali che hanno piegato la loro intelligenza al servizio di regimi autoritari.
Molti, in più discipline del sapere e produrre artistico, hanno sostenuto ideologie totalitarie, esaltandone la presunta modernità o efficienza, ignorando o giustificando repressione, censura, violenza e culto della personalità. Si tratta dell’esatto opposto di quello che dovrebbe fare un intellettuale in seno al dibattito pubblico. E per di più: si trattava spesso di individui colti, sofisticati; perfino geniali. Eppure, proprio per questo, il loro cedimento appare più grave. Chi ha gli strumenti per comprendere la complessità del reale ha anche il dovere – alcuni aggiungerebbero etico e civico – di esercitarli fino in fondo. La storia italiana del Novecento fornisce un caso emblematico del fenomeno. Durante il fascismo, un numero imponente di intellettuali aderì al regime. Chi per opportunismo, chi per conformismo o calcolo personale o convinzione. Alcuni si piegarono per necessità, altri per entusiasmo, altri per lusinga del potere o dell’appartenenza.
Ma ciò che colpisce è come è possibile che un’intera élite – filosofi, scrittori, artisti, accademici – abbia aderito in maniera così compatta a un progetto autoritario. Di più: come spiegare l’altrettanto sorprendente spostamento, nel Dopoguerra, verso l’altra sponda ideologica, con l’adesione di larga parte del mondo intellettuale alle strutture del comunismo italiano? Che si tratti della camicia nera o della tessera rossa, in entrambi i casi emerge una tendenza preoccupante: quella dell’intellettuale che segue la corrente – per altro una torbida corrente. Che si accoda alle mode ideologiche del tempo, talvolta senza spirito critico. Un vero intellettuale non si schiera in massa o con le ideologie di massa. Queste, infatti, non dovrebbero essere per lui attraenti che per un brevissimo periodo, viste le sue prevedibili degenerazioni. Il pensiero libero richiede solitudine, dubbio e capacità – impopolare – di non uniformarsi.
L’intellettuale ha compiti precisi nella società democratica: analizzare il presente, interrogare la memoria, coltivare il dissenso e contribuire a una coscienza informata e critica. Non è un tesserato organico al regime. Non è un cantore della corte. E neppure un fanatico. Figuriamoci un oracolo, un santone, un guru, un tecnico neutrale. L’intellettuale è una figura chiamata a prendere posizione, pur nella consapevolezza dei limiti del sapere e dell’ambiguità della realtà. L’idea che basti aver scritto un romanzo, un saggio o una poesia – o essere passato per qualche salotto televisivo, pur ben preparato, nelle vesti di improbabile tuttologo – per essere anche un interprete attendibile del momento storico è un errore di prospettiva. La Storia dimostra che grandi menti possono commettere errori catastrofici quando si illudono di leggere il mondo attraverso il filtro della propria sensibilità estetica o ideologica.
In politica, ciò è ancora più evidente. Alcuni intellettuali, abbagliati dall’ideologia o dalla fascinazione per l’“uomo forte”, continuano a legittimare forme di potere illiberale, contribuendo a neutralizzare gli anticorpi democratici. Ci si chiede: se un intellettuale non parteggia per la libertà, che intellettuale è? Altri, peggio ancora, hanno taciuto, ritenendo che il loro ruolo fosse distante dalla “lotta politica”. Ma il silenzio e il conformismo è spesso una forma di complicità. In certi casi, la scrittura e l’arte possono addirittura generare una distanza emotiva dal mondo reale. La contemplazione estetica può sopraffare l’empatia: è successo, può succedere. Il rischio di un’intellettualità autoreferenziale è quello di produrre bellezza svincolata dalla responsabilità. Ecco perché la voce dell’intellettuale non è automaticamente e sempre più autorevole di quella di altri – in ispecie quando esce dal proprio ambito di competenza.
L’autorevolezza non deriva (solo) dal prestigio culturale, ma dalla preparazione, dall’integrità e dalla coerenza. In una democrazia, tutti sono chiamati a partecipare al dibattito. Nessuno è esente dal rischio di errore. Pretendere il privilegio della parola solo per status o per notorietà è una forma sottile quanto pericolosa di arroganza. Il sapere autentico si accompagna al dubbio, non alla supponenza. Come ha scritto Claudio Magris (Corriere della Sera, 13 luglio 2025), «la vera cultura, a qualsiasi livello di conoscenze o di studi o di preparazione, è la capacità di sintesi fra ciò che si sa, ciò che si sa di non sapere, ciò in cui si crede e ciò che si è». Lo slogan, la parola d’ordine, l’adesione acritica sono invece forme di incultura, indipendentemente da cosa affermino. La vera funzione dell’intellettuale è un’altra: difendere la complessità, resistere all’uniformità del pensiero. E non cedere alla subdola tentazione del potere.
Amedeo Gasparini