Locarno Film Festival

Il sole è dentro o è fuori di noi?

Locarno 78 - Don't Let the Sun

Don’t Let the Sun è un pezzo di mondo avvolto nel buio, nell’oscurità, tra ombre e strade deserte, in assenza di musica, in un tempo indefinito, in una città fatta di palazzi illuminati dalle luci al neon, dove un’insegna luminosa avverte che è sera, e ci sono 49 gradi. Nel caldo mortale la regista Jaqueline Zünd lascia parlare le immagini, i corpi, i sospiri, gli sguardi tra i personaggi: una giovane madre, la figlia Nika, avuta con un’inseminazione artificiale, e Jonah, che diventa il padre putativo della ragazzina, mentre cercano di conoscersi. I personaggi riflettono gli umori che li circondano, i loro stati d’animo sono la risposta interiore e emotiva all’ambiente esterno. Si muovono in spazi sfuocati, con la tecnica della bassa profondità di campo, che mette a fuoco il soggetto e stempera lo sfondo, così da dare più risalto a determinati elementi, mettendo il focus sul primo piano e a ciò che conta di più. Quartieri vuoti, anonimi, asettici e impersonali di città e luoghi tra loro simili e simili a molti altri, scandiscono il lento evolversi della trama, i cui rumori sono quelli naturali, prodotti dalle attività urbane.

Sguardi e poi ancora sguardi, silenzi e poi ancora silenzi, primi piani in una gelateria, o nell’inseguimento muto in un labirinto di cristalli, senza anima, dove ci sono squarci di vita tristi, come tristi sembrano essere i protagonisti che danno la sensazione di una chiusura, e della mancanza di luce o della sua privazione.

Jonah è un padre improvvisato che a sua volta non ha un padre, un giovane che cerca un contatto con Nika, in un andare e tornare su vedute di palazzi notturni, di scale a zig zag, in un parco giochi semi illuminato dai lampioni. La ragazzina nella recita della scuola fa la parte del sole, ed è il momento in cui il giorno si affaccia e il sole le illumina il viso. Si può lasciare che il sole sorga o tramonti senza dare un senso all’esistenza? Più che un passo avanti, ci dice la regista, è un passo di lato. Una contemplazione. Uno sguardo su condizioni esterne capaci di condizionare e plasmare la nostra interiorità.

Nicoletta Barazzoni

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