Novità editoriale

In viaggio con Terzani e Manfrini per scoprire due inviati “più” speciali

Un libro di Giuseppe Zois sul prestigioso tandem di firme

Leandro Manfrini e Tiziano Terzani - Inviati speciali in guerra e pace - Giuseppe Zois - Copertina

Un lungo viaggio in eventi e incontri raccontati da due grandi inviati di salda e perdurante, oltre che meritata, fama conquistata sui molti campi che li hanno visti protagonisti. I due sono un italiano, Tiziano Terzani e uno svizzero, Leo Manfrini. Il primo ha scritto su prestigiose testate, da la Repubblica al Corriere della Sera e il tedesco Der Spiegel. Manfrini è stato giornalista, inviato, direttore dell’Informazione e regista alla Televisione della Svizzera italiana, con più di cento documentari epocali di cui è autore.

Su questo tandem di illustri firme internazionali è uscito un libro: Leo Manfrini e Tiziano Terzani, inviati speciali in guerra e pace, ed. Villadiseriane. Lo ha realizzato Giuseppe Zois, che ha conosciuto e frequentato entrambi, soprattutto Manfrini per ragioni di mestiere e di territorialità, un sodalizio di amicizia e giornalismo protrattosi per 30 anni a Lugano.

Leo Manfrini, Tiziano Terzani e Giuseppe Zois

Leo Manfrini, Tiziano Terzani e Giuseppe Zois (Foto: Jo Locatelli)

La moviola ha come punto di partenza la guerra del Vietnam che i due inviati hanno raccontato per anni, ma è uno scavo e un approfondimento anche e soprattutto nell’approccio professionale e umano al giornalismo, andando al cuore della comunicazione e delle sue responsabilità. Aspetti, questi, che emergono negli incontri dei due reporter e nell’ultima intervista concessa da Terzani a Zois nell’ultimo suo passaggio a Lugano nel 2002. È una panoramica a 360 gradi, dalla quale si staglia nitida la capacità di cogliere gli avvenimenti e la lungimiranza nell’interpretarli. Terzani ha saputo guardar lontano con lucida diagnosi che conferisce una straordinaria attualità alle sue parole, considerando quanto è accaduto e sta accadendo in questi ultimi 20 anni (Terzani è mancato il 28 luglio 2004). L’Asia è stata la sua vita e la sua “esplorazione”: Singapore, poi in Vietnam, Cambogia, Cina (dove fu arrestato, poi espulso per “attività controrivoluzionarie”).
Fu poi a Hong Kong, a Tokyo, a Bangok, infine in India.

Leo Manfrini

Leo Manfrini (Foto: Jo Locatelli)

Dal canto suo, Manfrini nelle cronache di guerra amava inserire vita e drammi dei lebbrosari, i ricoveri di Saigon, i cimiteri dell’Argentina, il deserto del Paraguay, storie di mafia e di terremoti, attese di giovani e sconforto di vecchi. Ha sempre cercato la gente umile, più attento alla microsociologia che ai grandi sistemi. Era insomma – e lo si vede bene da queste pagine – un “viaggiatore senza passaporto”.

Leo Manfrini con Salvador Allende

Leo Manfrini con Salvador Allende

Il libro è un omaggio postumo al dovere di memoria per due inviati davvero “più” speciali: un segno anche di gratitudine per quello che hanno rappresentato nel mondo dell’informazione con i loro reportage di cronache incandescenti, poeti di una letteratura da sposare. Sono pagine di curiosità nella vita, nel mestiere, nei progetti e nei sogni di due circumnavigatori che in cima a tutto mettevano la dignità umana. Pagine in attesa di essere svegliate. Il libro reca anche due approfondimenti di due firme storiche della Televisione Svizzera, Willy Baggi e Federico Jolli.

Sergio Pagliaroli

Filetto rosso Osservatore

Terzani, il kamikaze della pace e le guerre:
lo scandalo delle nuove “stragi di innocenti”

Nella parte finale del libro di Giuseppe Zois sui due “inviati speciali” è pubblicata l’ultima intervista che Terzani rilasciò all’autore a fine febbraio del 2002, collateralmente al dibattito sul “Kamikaze della pace”, a Lugano.
Il testo conserva una lucida, straordinaria attualità su tutti i molti temi affrontati nella conversazione. Visto quanto sta accadendo nell’Ucraina da 4 anni e nel Medio Oriente, ma non solo (con una cinquantina di conflitti in corso sul pianeta), qui di seguito riprendiamo un ampio stralcio del pensiero di Terzani sulla guerra, dove la sua posizione era netta: “Né con gli uni né con gli altri”.

Tiziano Terzani

Tiziano Terzani (Foto: Jo Locatelli)

Aveva provocato, ammonito, scongiurato, rivelandosi una volta ancora lungimirante. Aveva visto giusto Tiziano Terzani quando ci metteva in guardia dalla corsa cieca e folle che stavamo facendo. Il ventunesimo secolo era appena iniziato e lo aveva fatto con l’Apocalisse delle Torri Gemelle che, volenti o nolenti, ci hanno cambiato la vita. Dopo l’11 settembre del 2001 non siamo più stati quelli di prima, la psicosi degli attentati ha avvolto il mondo e la temperatura della febbre è stata sperimentata su scala planetaria da ognuno in tutti gli aeroporti. “Non possiamo andare avanti con questi ritmi disumani, dissociandoci sempre più dalla natura e diventando noi stessi lupi l’uno dell’altro”.
Tiziano Terzani, che aveva appena firmato uno dei suoi ultimi capolavori, Lettere contro la guerra, era venuto a Lugano, dal suo amico di una vita, Leo Manfrini.

Viste dai reporter, come sono cambiate le guerre dal Vietnam alle Torri Gemelle?
Quando nel Vietnam un Maggiore o un Capitano americano ci raccontavano i fatti della giornata e specificavano: “C’è stato uno scontro nel villaggio tal dei tali, 25 vietcong uccisi”, il mattino dopo noi si andava a vedere. Erano davvero 25 i morti? In quali circostanze era avvenuto il fatto? Gli americani hanno imparato la lezione della crescente necessità di trasparenza informativa. Questa guerra ha avuto un clamore mediatico mai visto, con il maggior numero di inviati, ore e ore giornaliere di televisione, fiumi di inchiostro. In parallelo, credo di poter dire, senza essere troppo radicale talebano che questa post-Torri Gemelle è la guerra meno raccontata nella verità di tutte le precedenti. Non parliamo poi del conflitto in Afghanistan: abbiamo visto piccoli filmati tutti verdi, in cui si notavano omini verdi che partivano. Era come un videogame. Il pubblico è stato in tal modo abituato a pensare che questa era/è una strana guerra, una guerra lontana, una guerra di giustizia, una guerra che quasi non faceva vittime perché, come in un videogame, il morto poi si rialza, poi riparte. Insomma, gli uomini non sono uomini, sono rappresentazioni di uomini su uno schermo che si accende in tutte le case. Pensiamo alle ripercussioni sul piano psicologico. Quando il fotoreporter e giornalista non possono andare sul posto del massacro, a fotografare i morti o a raccontarli, è un’informazione zoppa. Davanti all’informazione ufficiale, delle veline, ci deve essere la forza della verifica, della oggettività.

E il mondo assiste impotente alla disumanità delle guerre…
Come si fa a definire “danni collaterali” le morti di vittime innocenti o di bambini, come avvenuto nell’Afghanistan? Quest’espressione è dissacrante, è moralmente indecente. Come può un bambino morto sotto una bomba essere considerato un danno collaterale? Ma ci pensiamo? Se c’è tuo figlio, come può essere un danno collaterale? Erano un danno collaterale le migliaia di vittime nell’attentato alle Torri Gemelle? Ci abbiamo pianto sopra, abbiamo fatto concerti alla memoria, si sono celebrate Messe in ogni capitale d’Europa e sempre ricorriamo a quelle morti come simbolo della barbarie del terrorismo. Siamo forse arrivati a pensare che ci sono morti che pesano più di altri morti, che quei bambini sono più importanti degli altri bambini? È tutto questo che mi fa riflettere e mi pone gravi interrogativi sull’informazione e il suo futuro”.

Tutti dicono di non uccidere, poi…
Molto terrorismo nasce dalla disperazione, dal fatto di non avere più niente da perdere, dal rischiare il tutto per tutto, fino alla follia. Ecco come nasce il terrorismo. La simmetria di questo potere. Tutti i codici morali di tutte le religioni dicono di non uccidere. Tutti dicono di non uccidere. Non dicono di non uccidere il tuo vicino ma in assoluto “Non uccidere”. Ma in caso di guerra, uccidi. Prima uccidiamo e distruggiamo, poi andiamo a portare i soldi per ricostruire i ponti e le case distrutte. Se non eliminiamo prima le ragioni per mettere le bombe, sono inutili poi le missioni umanitarie della ricostruzione. Per debellare il terrorismo, l’America e i suoi alleati hanno mandato uomini e mezzi militari in Afghanistan. Quale l’obiettivo ultimo? Togliere il burka alle donne e dare il telefonino ai bambini? Se siamo così sensibili a salvare gli afghani, perché non siamo andati nel Tibet a salvare i tibetani? O in Cecenia? Per piegare i ceceni ci siamo addirittura alleati con Putin che massacra indisturbato, con la motivazione che sono tutti terroristi. È qui che dobbiamo aiutare la gente a riflettere, a capire, a rendersi conto che devono pensare con la loro testa, a non cadere nelle trappole di questa informazione drogata. Dobbiamo dire basta a chiunque ci propone di andare ad uccidere, bestemmiando in nome della pace.

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