Commento

In viaggio sulla East Coast con Simenon

L’America in automobile (Adelphi 2023) di Georges Simenon è un avvincente e breve diario del soggiorno dello scrittore nell’America degli anni Quaranta. Il primo aspetto che colpisce è la possibile sovrapposizione degli Stati Uniti di allora con quelli di oggi. Molti scenari, panorami e affreschi sociali di Simenon sono vivamente attuali. Arrivato negli Stati Uniti, France-soir pubblicò alcuni articoli sulle impressioni dello scrittore. Una vera e propria “scoperta” dell’America, la sua. «Non vi aspettate un’avventura da esploratore. Il mio è stato solo un banalissimo viaggio», avverte. «Ma è esattamente questo che vorrei raccontare, giorno per giorno, senza abbellimenti, in modo semplice». Il libro sembra un diario poco elaborato, in cui Simenon ha articolato i suoi appunti sue due auto – una con la moglie e il figlio, l’altra con la segretaria canadese. Dal Maine, fino a Miami, passando per Boston, New York, Filadelfia, Baltimora, Washington.

La Route 1, che assomiglia alle strade provinciali europee – «incavata, piena di buche» con «la quasi totale assenza di segnaletica». Le spiagge hanno la sabbia fine. Oggi come allora, «gli americani amano le macchine potenti». Quando si passa per le città, si ha l’impressione di essere in un catalogo, scrive l’autore. Alberghi e ristoranti dappertutto. Avanti e indietro tra la costa frastagliata, un po’ di mare, un po’ di entroterra. A spasso nelle contee di una America rurale. Un’America di scatolette di metallo, di treni lenti, di latte in bottiglia, di caffè macinato. Con le lobby negli alberghi che servono un po’ a tutto – feste, eventi, matrimoni, rinfreschi, conferenze. «L’aspirapolvere non manca mai». Le case sembrano fatte di cartone. I negozi pieni: sardine, uova, burro, biciclette, giradischi, sigarette. E anche pipe di legno, un accessorio che ha accompagnato Simenon per tutta la vita.

Le impressioni più vive sono quelle di New York. «Penso che New York sia, in tutto il mondo, la città che meno delude gli stranieri. La prima sensazione di chi, per esempio, arriva alla Gare du Nord a Parigi, è il più delle volte la delusione […]. A New York, soprattutto se ci arrivate via mare, siete catapultati immediatamente nella città che avevate immaginato. I grattacieli sono proprio come li avete visti al cinema. […] La cosa che vi sorprende più positivamente è la luce, perché New York, nonostante i grattacieli di centoquindici piani, è una delle città più luminose che ci siano. […] Adoro New York e qui mi sento più a mio agio che in qualsiasi altro posto, all’infuori del nostro paese. […] Ci sono interi quartieri per ogni razza». Fantasie e contraddizioni erano e sono all’ordine del giorno in America. E Simenon le mise già a nudo decenni fa.

«Washington è una grande capitale e al tempo stesso una cittadina di provincia in cui si sa tutto di tutti. Anzi, non è neanche una città: è la Corte». La capitale americana è «bella e noiosa da morire». Washington segna il confine fra gli ex Stati schiavisti e antischiavisti. Poi Baltimora, «grande e pulita». Quindi la Virginia, dove «le classi sociali sono tutte mischiate». Certi bar lungo la Route 1 sembrano i saloon dei western, con sgabelli alti e centinaia di bottiglie. Poi l’arrivo in Florida – «non ho visto quasi niente di Miami», ovvero «il paradiso terrestre dove i miliardari si annoiano». Miami «è immensa, ha più ville di Cannes, Nizza e tutta la Costa Azzurra messa insieme». Oggi è ancora più grande, con le villette e l’infinita periferia. Poco sugli americani – che tuttavia hanno un «atteggiamento informale». «L’America è così multiforme che si ha solo l’imbarazzo della scelta».

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

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