Dare conto di sé (Feltrinelli 2026) raccoglie la riflessione di Judith Butler su cosa significhi rendere conto di sé. La filosofa osserva che «la richiesta di rendere conto di sé è accompagnata dall’ombra di un sospetto». E sostiene che «nessun tentativo di dare conto di sé può raggiungere un tale livello di soddisfazione» poiché «l’inconscio pone sempre un limite a quanto possiamo sapere, dire o scrivere di noi». Per questo dobbiamo accettare la parzialità dei resoconti di noi, dal momento che ogni resoconto «è inevitabilmente messo in scena e comunicato attraverso convenzioni e norme che hanno una storia e una temporalità che precedono e superano il tempo della nostra vita». Butler distingue il racconto di sé dal render conto di sé. «Raccontare una storia su di sé non equivale a rendere conto di sé». Infatti, «l’atto di rendere conto assume una forma narrativa» solo in parte.
Quanto al modo in cui diamo conto di noi stessi “discorsivamente”, esso «non potrà mai esprimere o trasmettere del tutto la dimensione vivente del sé». Le parole «volano via non appena le pronuncio, interrotte dal tempo che appartiene al discorso e che non è lo stesso della mia vita». La filosofa individua cinque condizioni che strutturano ogni resoconto di sé. 1: «Un’esposizione non narrativizzabile che definisce la mia singolarità». 2: «Relazioni originarie, irrecuperabili e irreparabili». 3: «Una storia che determina la mia parziale opacità a me stessa». 4: «Norme che facilitano il mio parlare di me ma di cui non sono artefice». 5: «Una struttura interlocutoria in cui il mio racconto si svolge». Si innesta poi il capitolo sulla responsabilità, in cui Butler si rifà a Emmanuel Lévinas. Che «separa l’assunzione di responsabilità dalla possibilità di agire», sostenendo che «la responsabilità emerge sempre come conseguenza dell’essere soggetti all’appello inatteso dell’altro».
Butler osserva che «siamo abituati a pensare di poter essere responsabili solo di ciò che abbiamo fatto, di ciò che possiamo ricondurre alle nostre intenzioni, alle nostre azioni». Lévinas, scrive, «rifiuta esplicitamente questo punto di vista, affermando al contrario che vincolare la responsabilità alla libertà è un errore». «Io divento responsabile», riprende Butler, «in virtù di ciò che mi viene fatto, ma non divento responsabile di ciò che mi viene fatto», dove per «responsabilità» non si intende «l’atto di colpevolizzarmi per gli oltraggi che mi sono stati arrecati». Sono, al contrario, «fondamentalmente responsabile a causa delle mie azioni, ma a causa della mia relazione con l’Altro definita al livello della mia originaria e irreversibile suscettibilità, della passività che mi segna e che precede ogni possibilità di azione o di scelta». Ne consegue che «la responsabilità che assumiamo per gli atti dell’Altro non implica una nostra autorità su quegli atti».
Amedeo Gasparini
Dare conto di sé (Feltrinelli 2026) raccoglie la riflessione di Judith Butler su cosa significhi rendere conto di sé. La filosofa osserva che «la richiesta di rendere conto di sé è accompagnata dall’ombra di un sospetto». E sostiene che «nessun tentativo di dare conto di sé può raggiungere un tale livello di soddisfazione» poiché «l’inconscio pone sempre un limite a quanto possiamo sapere, dire o scrivere di noi». Per questo dobbiamo accettare la parzialità dei resoconti di noi, dal momento che ogni resoconto «è inevitabilmente messo in scena e comunicato attraverso convenzioni e norme che hanno una storia e una temporalità che precedono e superano il tempo della nostra vita». Butler distingue il racconto di sé dal render conto di sé. «Raccontare una storia su di sé non equivale a rendere conto di sé». Infatti, «l’atto di rendere conto assume una forma narrativa» solo in parte.
Quanto al modo in cui diamo conto di noi stessi “discorsivamente”, esso «non potrà mai esprimere o trasmettere del tutto la dimensione vivente del sé». Le parole «volano via non appena le pronuncio, interrotte dal tempo che appartiene al discorso e che non è lo stesso della mia vita». La filosofa individua cinque condizioni che strutturano ogni resoconto di sé. 1: «Un’esposizione non narrativizzabile che definisce la mia singolarità». 2: «Relazioni originarie, irrecuperabili e irreparabili». 3: «Una storia che determina la mia parziale opacità a me stessa». 4: «Norme che facilitano il mio parlare di me ma di cui non sono artefice». 5: «Una struttura interlocutoria in cui il mio racconto si svolge». Si innesta poi il capitolo sulla responsabilità, in cui Butler si rifà a Emmanuel Lévinas. Che «separa l’assunzione di responsabilità dalla possibilità di agire», sostenendo che «la responsabilità emerge sempre come conseguenza dell’essere soggetti all’appello inatteso dell’altro».
Butler osserva che «siamo abituati a pensare di poter essere responsabili solo di ciò che abbiamo fatto, di ciò che possiamo ricondurre alle nostre intenzioni, alle nostre azioni». Lévinas, scrive, «rifiuta esplicitamente questo punto di vista, affermando al contrario che vincolare la responsabilità alla libertà è un errore». «Io divento responsabile», riprende Butler, «in virtù di ciò che mi viene fatto, ma non divento responsabile di ciò che mi viene fatto», dove per «responsabilità» non si intende «l’atto di colpevolizzarmi per gli oltraggi che mi sono stati arrecati». Sono, al contrario, «fondamentalmente responsabile a causa delle mie azioni, ma a causa della mia relazione con l’Altro definita al livello della mia originaria e irreversibile suscettibilità, della passività che mi segna e che precede ogni possibilità di azione o di scelta». Ne consegue che «la responsabilità che assumiamo per gli atti dell’Altro non implica una nostra autorità su quegli atti».
Amedeo Gasparini