Cultura

La cultura umanistica come antidoto al presentismo scolastico

C’era una volta la scuola del futuro: no, non si tratta di un ossimoro. Non solo perché certe volte, per come è gestito, il sistema scolastico non sembra preparare adeguatamente al futuro – dimostrandone gli aspetti più farraginosi e manzonianamente ottocenteschi ed arcaici – ma anche perché senza dubbio necessita in molti paesi europei modifiche importanti. La domanda è in che direzione: verso il futuro o verso il passato? Il ritorno alla scuola scritta in corsivo del Franscini o a quella scritta con la “q” dei pinocchieschi giovani d’oggi? C’era una volta la scuola del futuro – titolo che contrappone l’esordio fiabesco con la prosa fantascientifica – è anche il titolo della conferenza che ha visto ieri sera Ernesto Galli della Loggia – professore universitario, giornalista e celebre editorialista del Corriere della Sera –, Gerardo Rigozzi – già Direttore di liceo e del Sistema Bibliotecario Ticinese (SBT) – e Morena Ferrari Gamba – Presidente del Circolo di Cultura Liberale Carlo Battaglini – discutere e dibattere animatamente su scuola e dintorni, tra democrazia e Storia.

“Genitori e insegnati: riprendetevi il ruolo che vi spetta”: quante volte sentiamo questi supplichevoli appelli da parte dei “vecchi saggi”? Dopo l’introduzione della Presidente Ferrari Gamba – che parla di un “ritorno basato sulla ricerca del sapere”, in una società sempre più liquida (riprendendo il fortunato slogan di Bauman), la scuola sembra aver cambiato le sue priorità e abdicato ad alcune sue naturali prerogative. “È facile istruire nei sistemi totalitari” interviene Rigozzi che, dopo aver rievocato la legge sulla scuola del primo febbraio 1990 di Giuseppe Buffi, rammenta all’audience la scuola di un tempo; quella che “doveva preparare il giovane ad entrare come cittadino all’interno della società; attraverso una formazione quantomeno di base. La scuola non può e non deve abbassare il livello della sua qualità.” Recentemente l’opinione pubblica ha avuto esprimersi sulla “Scuola che verrà”: nessuna polemica in merito, nessun bisbiglio – di soddisfazione o meno – nella saletta affollata.

E poi il lungo intervento di Galli della Loggia, che da storico non può non cogliere “un rapporto tra crisi della democrazia e crisi della scuola. La crisi delle democrazie è la crisi delle élite: le democrazie europee soffrono di un progressivo abbassamento delle classi politiche.” Difficile immaginare soluzione quando anche il personale politico si fa palese vanto di un’istruzione del suo “somarismo”. “Ci voglio élite che facciano scelte impopolari e forti!” E le scuole? Be’, “dovrebbero preparare anche a questo”, cioè sfornare un nuovo personale politico del futuro. Tra i mali oscuri addebitati all’istituzione scolastica, c’è anche il fatto che “la scuola non è più un ascensore sociale. La mobilità sociale è un motore della democrazia. E un regime democratico che non dà la possibilità di sperare per un futuro migliore per i propri figli attraverso la scuola è destinato a perdere consensi.” E forse non solo quelli: perde competitività, risorse, prestigio … In una parola: futuro. La scuola nella sua funzione di lift di classe non ha futuro. Secondo Galli della Loggia, la crisi dei sistemi scolastici “non è dovuta tanto a come si insegna, ma a cosa si insegna.” Cosa deve quindi insegnare la scuola di/in una democrazia? “Parliamo per forza di una scuola di massa. La scuola democratica di massa deve essere diversa dalla scuola del passato, riservata dalle classi abbienti e liberal-borghesi.” Il rapporto con il passato è la chiave per la scuola del futuro: “la scuola che abbiamo frequentato aveva una forte radice nel passato.” Ovvio, i programmi dovevano trattare un ampio spettro di tematiche, ma il comune denominatore era “il legame col passato. Il legame culturale col passato”, insiste l’ospite. “Una società non può e non deve dimenticare ciò che è stata.” Siamo chi siamo grazie ciò che a quello che siamo stati. Al di là dei giochi di parola, l’idea della scuola novecentesca è correlata col legame tra passato e presente (rigorosamente in quest’ordine, secondo Galli della Loggia). “Il passato, che è ciò che abbiamo imparato. È il legame sociale. E le democrazie non possono fare a meno del legame sociale col passato. Ma la scuola delle nuove democrazie ha pensato di recidere questo legame: la nuova scuola è proiettata sulla modernità e la socializzazione.”

Nella nuova scuola è completamente mancata “la costruzione della personalità.” La costruzione della “nuova scuola” avrebbe quindi in sostanza rappresentato l’abiura, il rigetto della cultura umanistica. Storia, lettere, latino: tutto nel tempio – o nella pattumiera – del passato? “So di dire cose che solleveranno delle obiezioni”, afferma preventivamente Galli della Loggia. “La cultura umanistica è una cultura alta, che non ha nulla a che fare con la cultura di oggi.” Si tratta in effetti di un’altra cosa: “è una cultura che sottrae l’individuo al presente …” E ancora: “la cultura umanistica fa capire cos’è l’uomo e come funzionano i fenomeni umani. Un gigantesco campionario di storie umane.” Insostituibile. Insostituibile da culture tecnologiche: “la cultura umanistica fa capire l’essere umano.” La Storia è un affresco, una galleria, una “grande palestra obbligatoria per le élite politiche. Ed è questo che ha formato i grandi leader: Churchill, De Gaulle, Roosevelt … I politici hanno l’obbligo di capire cosa passa nella testa dei sistemi umani.” Loro, che la società devono governarla. La società degli uomini. La cultura umanistica “trasforma il legame tra generazioni”. Non solo un legame biologico, di sangue: “un legame che si sostanzia e va al di là del dato culturale.” La cultura umanistica come dogana obbligata per il futuro: un checkpoint con il quale dobbiamo fare i conti. Ma d’altra parte, “la scuola democratica di massa ha creduto che tutto questo non avesse valore.” La scuola che non ha un legame col passato è “alla mercé del presente. In balia dei poteri attorno a lei”: quelli economici e politici in primis. Galli della Loggia parla del “presentismo”: una sorta di malattia dell’hic et nunc. Io, qui ed ora; in piena contrapposizione con la scuola di un tempo (a tratti riconosciuta come la voce del potere, il rigore austero, la mano grigia sulla testa, l’ufficialità dura) aveva “una grande funzione di coesione nazione”, cosa a cui “la scuola del presentismo non può assolvere. Nel presentismo conta solo il ‘dove sarò in futuro’.” E poi un esempio simpatico: quello di veri e propri presidi che si vantano dei loro “pupilli” che sono “arrivati in alto.” “Non importa nulla il fatto che gli studenti usciti da scuola abbiano subito buoni impieghi. Guai se questo diventa obiettivo primario della scuola”, ammonisce il relatore. Al contempo, anche gli insegnanti – non presenti un gran che nell’analisi dello storico – “sono stati messi sul binario sbagliato della scuola.” Ci vuole un rapporto di disparità tra docente e studente. La divisione dello spazio ha un forte valore simbolico. Come nei tribunali: il giudice sta più in alto dell’avvocato della difesa e del Pubblico Ministero.” Quindi, l’appiattimento anche nelle aule scolastiche. “Il democraticismo colpisce al cuore la funzione dell’insegnante. Sbagliando, perché il professore non deve essere eguale.”

Quello che emerge è che l’istituto scolastico va ripensato: aggiornato (non per forza verso il passato remoto o il futuro anteriore). Una sala piena quella di ieri sera: dodici per otto posti. Diverse file e età mediamente alta – aspetto sottolineato anche dall’ospite d’onore. Ed infine la location (tanto per usare un inglesismo innovativo): l’incontro col professore romano è avvenuto presso l’aula eventi dell’autosilo dell’Ospedale Italiano, luogo dove i pazienti si curano. Ebbene sì: anche la scuola è un paziente da curare.

Amedeo Gasparini

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