L’articolo di Remigio Ratti Geopolitica. Il peso delle parole (L’Osservatore del 17.1.2026) mi spinge ad una ulteriore riflessione. Il contributo si concludeva con una citazione tratta dal libro di Gianrico Carofiglio Con parole precise (2025), il quale incitava il lettore a “distinguere tra le parole che mistificano da quelle che illuminano”. Mi sembra che “geopolitica” sia una tra le parole mistificatrici.
Questa disciplina sta vivendo un momento di grande interesse e negli ultimi anni ha ampiamente soppiantato la nozione di “relazioni internazionali”. Il suo innegabile successo va di pari con l’apparizione di muri, frontiere invalicabili, occupazione di territori e aspirazioni di conquista, situazioni che solo qualche anno fa non avremmo nemmeno potuto immaginarci. La forte presenza nei talk show televisivi e in riviste appositamente dedicate come Limes, diretta da Lucio Caracciolo, o Domino, diretta da Dario Fabbri, ne sono una chiara testimonianza. Sono inoltre numerose le pubblicazioni radicate in una semplicistica causalità geografica come i libri di Robert Kaplan The revenge of geography (La vendetta della geografia, 2012) o di Tim Marshall Le 10 mappe che spiegano il mondo (2017).
Viviamo dunque nell’epoca della geopolitica, una disciplina che viene praticata da giornalisti, analisti, commentatori, politici e, naturalmente, da militari e strateghi. Ma per delinearne i suoi contorni occorre ritornare al padre delle riflessioni sul rapporto tra stato, potere e geografia, il geografo tedesco Friedrich Ratzel. Il suo volume Politische Geographie, un’opera miliare scritta nel 1897 (e ora ripubblicato in italiano da Edicusano) ha avuto una grande influenza anche se i suoi contenuti sono sovente stati molto travisati. Ratzel ha scritto il suo trattato in un contesto dominato dall’evoluzionismo di Charles Darwin e dalla nascente ecologia di Ernst Haeckel. Per Ratzel lo stato era un organismo che doveva espandersi e occupare il suo Lebensraum, il suo spazio vitale, mentre la frontiera era il suo organo esterno e mobile. Egli attribuiva grande importanza al suolo, alla posizione sulla superficie terrestre e più in generale alle forze geografiche, la sua era anche una geografia umana, una Antropogeographie. Certamente egli non riteneva che un popolo dovesse forzatamente prevalere su un altro e la sua opera non ha preparato ciò che si sarebbe presentato poco più avanti, nella prima metà del XX secolo.

Il termine geopolitica è stato introdotto dal politologo conservatore svedese Rudolf Kjellén tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. Ben presto la nuova disciplina finirà nell’orbita del nazionalsocialismo. Karl Haushofer, direttore della rivista Zeitschrift für Geopolitik e figura molto vicina al regime, distorcerà le tesi di Ratzel (in primis quella di Lebensraum) e ritroverà in Kjèllen concetti utili per promuovere l’espansionismo germanico. La sua teoria delle “panregioni” secondo cui la Germania, e altri Stati importanti come gli Stati Uniti, la Russia e il Giappone, avrebbero dovuto sviluppare proprie aree di influenza senza le interferenze di altri paesi, verrà sottoscritta appieno dal regime hitleriano. È questa una teoria che oggi sembra ritornare in voga. In quegli anni anche regimi come quello fascista italiano e spagnolo svilupperanno un loro pensiero geopolitico. Date queste basi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, e per qualche decennio, la geopolitica verrà proscritta e nessuno si avvarrà più di questo termine. Ritornerà sulla scena negli anni della guerra del Vietnam con Yves Lacoste, l’autore del pamphlet La géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre e fondatore della rivista Hérodote (1976).

Il mondo nel 1910
Ma cosa è la geopolitica? È una disciplina empirica, un amalgama di determinismi geografici e conoscenze storiche priva di un vero fondamento teorico, ama adottare un approccio realista e concreto e aspira a determinare scelte strategiche per il dominio dei territori. Avvalendosi di un abbondante uso di carte, offre un modello molto semplificato delle dinamiche politiche internazionali. Occorre inoltre ricordare che “geopolitica” e “geografia politica” non sono sinonimi e non coprono gli stessi campi di significato. La geografia politica è una branca della geografia umana che sviluppa una riflessione fondamentale, analizza la spazializzazione dei fatti di potere e l’influenza dei fattori politici sulla geografia. E se la geografia politica classica ha soprattutto illustrato il potere dello stato liberale, la geografia politica moderna e contemporanea ambisce a far apparire il nascosto delle relazioni di potere nella vita quotidiana. Sulla scia delle riflessioni di Michel Foucault, e adottando una prospettiva relazionale e costruttivista, il geografo ginevrino Claude Raffestin nel suo saggio Pour une géographie du pouvoir (1983) sottolineava come il potere è costitutivo di ogni tipo di relazione tra individui, gruppi, istituzioni e il territorio. I rapporti di potere della geografia politica sono ben più complessi dei semplici rapporti di forza della geopolitica, non implicano necessariamente la sconfitta dell’uno o dell’altro e, per risolvere le controversie, fanno capo alla negoziazione. La geopolitica, una Realpolitik, è inevitabilmente tesa a favorire alcuni interessi rispetto ad altri. Con la sua visione apparentemente oggettiva questa disciplina ritiene che la conflittualità sia connaturata alla società e la risoluzione dei conflitti risieda nei rapporti di forza. Quello della geopolitica è un discorso pericoloso che emerge soprattutto nei momenti di maggiore inquietudine e di crisi. Il fatto che oggi sia così visibile nei discorsi e nelle pratiche non costituisce un segnale positivo.
Claudio Ferrata