Incontri

La libertà d’espressione secondo Burhan Sönmez

Burhan Sönmez, Presidente di Pen International e ospite all’USI il 18 novembre 2021. 

Selahattin Demirtaş è nato a Elâzığ, nella regione del Kurdistan turco. Laureatosi in giurisprudenza, ha lavorato alcuni anni come avvocato freelance, per poi diventare membro dell’Associazione per i Diritti Umani turca. Durante il suo mandato, l’associazione si è concentrata sul crescente numero di omicidi politici irrisolti in Turchia. Ma Demirtaş è anche tra i fondatori del presidio di Amnesty International a Diyarbakır. Dal 2016, per il suo impegno poco gradito da parte dei governanti turchi, è imprigionato a Istanbul. Osman Kavala, imprigionato dal 2017, ha una storia analoga: imprenditore e filantropo turco, è stato a lungo difensore dei diritti umani, ma, come Selahattin, è prigioniero politico dal novembre 2017. Burhan Sönmez, presidente di PEN International, ospite ieri sera all’USI –  per ricordare con il pubblico ticinese i 100 anni di PEN International  e i 60 anni del Centro PEN della Svizzera italiana e Retoromancia – parte da loro, da queste storie, da questi amici: «L’ultima volta che ho visto Selahattin è stato due anni e due mesi fa; Kavala, invece, esattamente due anni fa, il 15 novembre, per il giorno degli scrittori in prigione. Noi pensiamo che loro stiano soffrendo, ma quando li incontri ci vogliono dare l’impressione che loro sono felici in prigione. L’unico reclamo di Kavala è la limitazione di poter tenere solo 12 libri in cella. Selahattin, invece, mi ha chiesto di portargli dei libri sulla teoria della letteratura. C’è un certo sollievo, sapere dove sono. Perché, al contrario, ci sono scrittori di cui non si sa dove siano stati mandati a scontare la pena. Cerchiamo di fare in modo che scrittori e giornalisti siano liberati, ma prima di tutto dobbiamo sapere dove sono».

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