
Una sola attrice, tre identità: la nuova vita di Frankenstein.
Chi meglio della Creatura, nata nel romanzo di Frankenstein di Mary Shelley, può esprimere l’amore, la gentilezza e la sensibilità? Non è forse la Creatura che, più degli altri nel romanzo, sa intercettare le emozioni altrui, provando sentimenti profondi e richiamando passioni e desideri? E chi meglio di Mary Shelley ha saputo girovagare nell’animo umano, percorrendone i patemi con una prosa dirompente?
Margherita Saltamacchia sa bene quanto la Creatura custodisca il cuore morale dell’intera opera di Mary Shelley. Per questo ha intitolato il suo lavoro Frankenstein, autoritratto d’autrice – Nuova Creatura. Andato in scena al Teatro Sociale, lo spettacolo non si presenta come una semplice ripresa scenica, ma come il frutto di un processo di trasformazione interiore della Saltamacchia, così che la sua esperienza diventa materia drammaturgica.
A distanza di cinque anni dalla prima forma di studio, lo spettacolo ritorna al Sociale in una veste rinnovata, attraversata da uno sguardo più intimo, con un valore aggiunto dato dalla chitarra elettrica di Robin Bressani, in dialogo con la musica elettronica di Ali Salvioni. Questa nuova versione nasce da una riscrittura che ripensa il lavoro originale senza stravolgimenti, ma lasciando emergere sulla scena gli eventi vissuti dall’attrice: la pandemia, la perdita di una persona cara, la maternità.
Il risultato è una connessione, una fusione tra l’anima di Mary Shelley e quella della Saltamacchia, sua interprete. I temi si approfondiscono e si trasformano, trovando nuove risonanze emotive e simboliche, dando vita a una “nuova creatura” teatrale.
Al centro dello spettacolo rimane la figura di Mary Shelley, riletta attraverso i suoi diari non solo come autrice, ma come soggetto vivente, portatrice di un vissuto doloroso e di una scrittura densa. Una donna attraversata da tensioni intime. Il romanzo diventa così anche un autoritratto, un luogo in cui si intrecciano il mistero del generare e l’impossibilità di trattenere la vita, fino a toccare nodi universali come la malattia, la morte, la responsabilità, l’abbandono, la vendetta e il bisogno di essere amati.
Nel gioco di alternanze tra Mary Shelley, Victor Frankenstein e la Creatura, si riconoscono chiaramente i cambi di voce, grazie anche al distorsore vocale che la Saltamacchia padroneggia con grande drammaturgia, restituendo il carattere dei tre protagonisti e costruendo uno spazio scenico dinamico e in continua trasformazione. Serve grande capacità attoriale per utilizzare questo strumento senza perdere autenticità: dall’alto di uno sgabello, l’attrice assume le sembianze del mostro, incurva la schiena, passa dalla voce angosciata di Victor, pentito di aver sfidato le leggi della natura, per poi rientrare nei panni sofferti di Mary Shelley.
Un unico corpo esprime più identità, mentre il dispositivo sonoro di Robin Bressani e la musica elettronica di Ali Salvioni accompagnano ma soprattutto intensificano questo processo. Quando Victor si appresta a creare la Creatura, la musica sovrasta l’atto della creazione, dando l’impressione che qualcosa di abominevole stia per nascere. La musica dal vivo aderisce e risponde alle parole dell’attrice, affiancata dal lavoro sulle luci, curato da Marzio Picchetti, creando un’atmosfera cupa che restituisce le tensioni emotive e concettuali del romanzo, dando loro corpo e vita.
Questa nuova edizione si inserisce inoltre nel percorso di LaTâche21, segnando una tappa significativa nella ricerca artistica della Saltamacchia, che continua a interrogare i miti fondativi attraverso una lente più personale. Perché la “nuova creatura” è anche lei, Margherita Saltamacchia, che dalla sofferenza ha tratto ispirazione.
La recitazione, immersa nelle ombre, catalizza lo sguardo dello spettatore e, come il romanzo da cui prende le mosse, inquieta e interroga il senso profondo dell’esperienza umana. Lo spettacolo conferma la convinzione che non si possa sfidare la natura, come testimoniano le descrizioni paradisiache che Mary Shelley dedica alla sacralità della madre terra, qui evocate insieme al mistero del Creatore perché la conoscenza è “una cosa strana”, spiegabile solo attraverso quell’enigma profondo che abita l’uomo, che sfugge alla ragione.
Lo spettacolo è stato applaudito con forza, a più riprese.
Nicoletta Barazzoni