Nel saggio La lezione del Giappone (Mondadori 2025), Federico Rampini apre riflettendo su come il mondo stia rivalutando il paese del Sol Levante. Un indizio è l’esplosione di turisti, ma il rilancio dell’economia giapponese passa quasi inosservato. Più evidente è invece il soft power di Tokyo, che si diffonde da decenni nella cultura popolare. Il Sol Levante rappresenta soprattutto un laboratorio sperimentale. Proprio quando la popolarità del paese dilaga nei costumi, nella cultura, nel turismo, sui quotidiani è impossibile rintracciare titoli o notizie provenienti da Tokyo, spiega Rampini, che il Giappone lo ha visitato più volte. Il paese ha patito l’invisibilità. È il grande frainteso della nostra epoca. Uno sbaglio ignorarlo, visto che è un laboratorio di sostenibilità. Il sushi compete con la pizza italiana come cibo globale. Le diverse tradizioni del buddismo zen, del taoismo, dello shintoismo, sembrano offrire risposte appropriate alla ricerca di valori e trascendenza.
I mezzi pubblici sono tra i più efficienti del mondo. La criminalità è inesistente. La salute dei giapponesi è tra le migliori. Le diseguaglianze sociali sono tra le più contenute. Le nostre percezioni sul Giappone si sono irrigidite, marchiate dagli anni Ottanta. Quando contro il Giappone si adottò del protezionismo da parte dell’America. In America fecero scalpore alcuni acquisti molto simbolici. Negli anni Ottanta la Sony comprò la Columbia Pictures, Mitsubishi acquisì il Rockefeller Center, Bridgestone conquistò gli pneumatici Firestone. È nel sistema delle aziende che il Sol Levante è stato protagonista di un nuovo miracolo economico, per lo più ignorato in Occidente. I suoi vicini riuscivano a essere più competitivi sul piano dei costi di produzione (Cina, Vietnam). Ma anche innovativi sulla qualità del prodotto e le tecnologie avanzate (Corea del Sud, Taiwan, Singapore).
Il Paese del Sol Levante è una nazione piccola, per superficie e popolazione, rispetto ai giganti India, Cina e America. È lontanissima da noi. Ha una lingua che parlano solo i suoi abitanti. Eppure, generazioni intere di occidentali sono cresciute sui suoi manga e anime, hanno riempito il tempo libero con i suoi videogame. Il soft power, la potenza morbida e persuasiva della cultura, è una risorsa enorme. Non resistono neppure i cinesi. È un paese pieno di problemi. Per certi aspetti è in declino. L’etica della frugalità attraverso il riordino, l’eliminazione del superfluo o il minimalismo, la longevità … Ma il Giappone vive un’effervescenza creativa. Un po’ come nell’Inghilterra dei Beatles, ricorda Rampini. Oggi c’è il filone J-pop. Generazione J, così qualcuno ha definito gli americani nati negli anni Settanta, l’invasione di questo soft power orientale con Power Rangers, Transformers, Pokémon, Hello Kitty, Nintendo, Dragon Ball.
Ma Rampini parla anche di una realtà oscura del paese, con gli hikikomori, eremiti che non escono più di casa, rifiutano sia di studiare sia di lavorare. È facile sottovalutare il Giappone, ricorda l’autore. Non è una nazione gigantesca. È in una posizione periferica. Pratica la virtù dell’understatement, non si vanta, non si mette in mostra, non urla al mondo le sue ambizioni e le sue capacità. Eppure, di ambizioni ne ha avute. L’umiliazione militare inflitta alla Cina e la conquista di Taiwan (1894-95). La vittoria nella guerra contro la Russia (1904-05): la prima volta nell’era moderna che una potenza asiatica sconfiggeva un impero “bianco”. La colonizzazione della Corea nel 1910. Grazie alla Grande Guerra, l’annessione di varie isole del Pacifico che erano state colonie tedesche. L’occupazione della Manciuria nel 1931. Dal 1937 in poi l’invasione di buona parte della Cina.
Poi l’espansione fino al Sudest asiatico: Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia, Singapore, Malesia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Negli anni Settanta e Ottanta è già la seconda economia mondiale dietro gli Stati Uniti e li mette in gravi difficoltà invadendoli di prodotti. Sono tanti i fenomeni culturali giapponesi: il pop asiatico, gli emoji, il karaoke, i manga, i mochi, il sushi. Il wabi-sabi. La sua epoca d’oro dei cartoni animati dagli anni Settanta fino ai primi Duemila. L’essenza della cultura del Sol Levante nasce dall’interazione e fusione che per molti secoli ha mescolato la base shintoista-animista, il taoismo, il buddismo soprattutto nella versione zen e il pensiero laico etico-politico di Confucio. Un aspetto centrale dello shintoismo è l’idea di purezza. Lo shintoismo delle origini era essenzialmente un culto della natura. Fondamentale nel buddismo è il principio per cui la verità non è raggiungibile con l’analisi razionale.
Spiega Rampini che il buddismo insegna che la vita è dolore. E questa sofferenza deriva dai nostri desideri, dal nostro attaccamento. Ci fanno soffrire perché gli oggetti dei nostri desideri sono “impermanenti” – effimeri, quindi destinati a procurarci delusione e lutto. I due pilastri su cui costruire una vita buddista sono la compassione (pietà, empatia, comprensione del dolore altrui) e il distacco da tutte le cose terrene, persone incluse. Lo scopo del buddismo non è di definire e adorare un Dio creatore dell’universo. Il Buddha non negava l’esistenza di Dio, ma non era interessato a parlarne. Né era suo obiettivo garantire dopo la morte l’accesso a qualche tipo di paradiso. Scopo del buddismo è la liberazione finale dai cicli dell’esistenza. Il taoismo esprime l’unità fra uomo e natura, la triade di cielo, terra, umanità. Lo zen è un’estensione del Tao, o un incrocio tra influenze del buddismo e del taoismo.
La saggezza arriva nel silenzio, nell’immobilità, nell’intuizione. Quello che noi occidentali tendiamo a chiamare il minimalismo giapponese. Il motto è “meno, meno, meno”, togliere, sottrarre, ridurre e cancellare, per arrivare infine all’essenziale, a quello che conta davvero. L’arte del riordino. Spazio poi anche alla filosofia del tè. Dall’impressionismo all’Art Nouveau, dagli iris di Claude Monet agli sfondi dorati di Gustav Klimt. Il Giappone capisce presto il rischio insito nel contatto con l’Occidente. E diventa un interlocutore obbligato per le potenze occidentali. Sorprende l’Occidente anche con la sua cultura. Il tè assume un ruolo speciale. Il Giappone si percepisce come portatore di spiritualità, di radici profonde, di un ordine naturale. Sono idee che riecheggiano il Romanticismo tedesco ottocentesco, che già aveva reagito contro l’Illuminismo e l’universalismo francese. Il Sol Levante si autoproclama vera Asia e lancia la sua missione civilizzatrice: liberare il continente dalla dominazione bianca.
Rampini ricorda che il Giappone si espande come un piccolo popolo guerriero, simile alle orde di Gengis Khan. Dietro le armi c’è un modello culturale, un’ideologia del sacrificio, una visione del mondo. L’imperialismo nipponico non è solo occupazione, è anche missione. La sconfitta del 1945 sembra chiudere questo ciclo. Hiroshima e Nagasaki, le bombe atomiche, l’occupazione americana. Il Giappone si reinventa come paese pacifista, democratico, ambientalista. Ma già Shinzo Abe rifiuta la colpevolizzazione del Giappone. Che, prima di ogni altro paese asiatico, ha mostrato che si può essere moderni senza essere occidentali. Un altro capitolo del libro di Rampini è dedicato all’overtourism, specialmente nella fioritura dei ciliegi. Oggi è di moda il viaggio in Giappone. Nel 2024 si era toccato il record di 37 milioni di visitatori, una cifra arrivata a 40 l’anno dopo. Aiuta pure lo yen che rende il Giappone meno caro di una volta.
Ciò che infastidisce i residenti è il sovraffollamento e le cattive maniere, amplificato dalle differenze culturali e dall’alto livello di educazione e rispetto delle regole in Giappone. Mancanza di considerazione quando si scattano foto, comportarsi con rispetto, gestire i rifiuti, abbassare il tono della voce, rispettosi negli spazi affollati … I giapponesi privilegiano il funzionamento della società rispetto ai diritti dell’individuo, che deve in primis dare il suo contributo alla collettività. Le pulizie e l’ordine nelle aule scolastiche vengono garantiti dagli alunni stessi. La Grande Tokyo ha 40 milioni di abitanti, eppure la circolazione automobilistica è scorrevole e silenziosa, commenta Rampini. Il bagno comune è un’abitudine. Soffiarsi il naso in pubblico è ritenuto indecoroso. Il regalo migliore che il Giappone ci può fare oggi è la conquista di uno sguardo nuovo, lucido e veritiero, sul fenomeno della denatalità, commenta l’autore.
Anziché inseguire terapie pro-natalità che sono già fallite ovunque, occorrerebbe pianificare una società funzionante e serena in un contesto di spopolamento e invecchiamento. Con “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, la geisha entra nell’immaginario di noi occidentali: sottomessa, fragile, ferita. La geisha, nella realtà storica, è l’opposto della creatura docile che l’immaginario occidentale ha costruito. Il suo corpo non è oggetto passivo, ma strumento consapevole. L’Occidente continua a preferire la sua geisha immaginaria. Il Giappone moderno ha fatto della femminilità un codice culturale. Poi ancora focus sugli stranieri (circa il 3 per cento della popolazione): oltre a essere pochi, sono stranieri con un profilo specifico, filtrati con criteri ben diversi rispetto ai flussi migratori di Europa e Stati Uniti. C’è l’attenzione all’origine etnica e quindi al patrimonio culturale di coloro che si vogliono far tornare in patria. Questa chiusura del Giappone viene sbrigativamente liquidata da osservatori occidentali con etichette facili.
Nessun altro paese al mondo conosce la Cina quanto il Giappone. È un rapporto antico di millecinquecento anni. I giapponesi hanno prima sconfitto militarmente, poi invaso e occupato un’ampia parte del territorio cinese. Il Giappone oggi si sente in prima linea di fronte all’espansionismo cinese. I cinesi a loro volta ammirano il fatto che sull’isola certe tradizioni sono state conservate meglio. L’ascesa economica del Sol Levante ha rapidità e proporzioni tali da eclissare gli altri miracoli economici del Dopoguerra. Molti giapponesi ritengono anche di aver pagato un prezzo enorme, incluse due bombe atomiche, per gli errori del passato. Rampini ricorda che una Cina sempre più decisa ad affermare le proprie zone d’influenza, in particolare in Estremo Oriente e nel Sudest asiatico, rende verosimile la minaccia di un’invasione di Taiwan. Il riarmo, senza escludere neppure l’opzione nucleare, un tema ormai all’ordine del giorno.
Le resistenze interne sono profonde, il pacifismo ha messo radici nella cultura nazionale. Il generale Douglas MacArthur diventa per alcuni anni una figura sovrana, quasi un alter ego del loro imperatore. Le riforme imposte da MacArthur sono profonde. La Costituzione pacifista vieta il riarmo. Il culto di Stato dello shintoismo viene abolito. I testi scolastici vengono riscritti. MacArthur riceve quasi mezzo milione di lettere dai giapponesi. Alcuni lo chiamano Buddha vivente. Ma il Giappone non farà mai i conti con la sua storia come la Germania con l’Olocausto. Eppure, oggi la democrazia in Giappone regge. È uno dei suoi miracoli. Il primo test arriva con la guerra di Corea. Ha affrontato la disfatta, l’umiliazione, le crisi. Ha trasformato ogni trauma in un’occasione per reinventarsi. È questo il vero miracolo del Giappone. L’America giustificò l’atomica come l’unico modo per evitare milioni di morti in caso di invasione.
Rampini ritorna al 1989: Hirohito si ammala di un tumore all’intestino e l’agonia si svolge in un clima surreale. Il decesso avviene il 7 gennaio 1989. È il primo dei tre shock che segnano questo annus horribilis. Il successore è il figlio Akihito. Secondo shock, la protesta in Cina in Piazza Tienanmen. Terzo, lo shock economico-finanziario, scoppia la bolla. Nel 1990 l’indice Nikkei perde il 35 per cento del suo valore. L’invasione del “made in Japan” ha messo in difficoltà l’Occidente per tutti gli anni Settanta e Ottanta. Là dove c’era una superpotenza in procinto di dominare il mondo, nell’arco di pochi mesi rimane un panorama di perdite finanziarie immani e il ristagno successivo segneranno sia la nostra immagine del Giappone sia la mentalità nazionale, la fine del miracolo economico post-bellico. Una prolunga del terribile 1989 ha luogo sei anni dopo. Il 1995 è un altro concentrato di tragedie.
Un terremoto, accompagnato da un susseguirsi di inefficienze dello Stato. Poi un attacco terroristico, la strage del gas nervino, a far precipitare ancora più in basso l’autostima nazionale. La nuova era sarà dominata dalla geoeconomia, appunto. Malgrado la sua mentalità insulare, il Giappone ha uno sguardo molto attento a quel che accade in aree del pianeta lontanissime. Una caduta di Taiwan sarebbe tragica per il mondo intero. Lo sarebbe in modo particolare per il Giappone, legato a quell’isola in tanti modi: economia, politica, cultura e costume. Oggi i taiwanesi, anche giovani, si sentono molto più attratti dal Giappone che dalla Cina. Ma Tokyo si deve misurare con la OBOR e ha scelto una strategia alternativa. Ovvero, infrastrutture trasparenti, sostenibili e durature. Un esempio è l’Asia-Africa Growth Corridor, il “corridoio di crescita” promosso insieme all’India. Oggi il Giappone scommette su progetti più contenuti, ma più curati, trasparenti e innovativi.
Amedeo Gasparini
Nel saggio La lezione del Giappone (Mondadori 2025), Federico Rampini apre riflettendo su come il mondo stia rivalutando il paese del Sol Levante. Un indizio è l’esplosione di turisti, ma il rilancio dell’economia giapponese passa quasi inosservato. Più evidente è invece il soft power di Tokyo, che si diffonde da decenni nella cultura popolare. Il Sol Levante rappresenta soprattutto un laboratorio sperimentale. Proprio quando la popolarità del paese dilaga nei costumi, nella cultura, nel turismo, sui quotidiani è impossibile rintracciare titoli o notizie provenienti da Tokyo, spiega Rampini, che il Giappone lo ha visitato più volte. Il paese ha patito l’invisibilità. È il grande frainteso della nostra epoca. Uno sbaglio ignorarlo, visto che è un laboratorio di sostenibilità. Il sushi compete con la pizza italiana come cibo globale. Le diverse tradizioni del buddismo zen, del taoismo, dello shintoismo, sembrano offrire risposte appropriate alla ricerca di valori e trascendenza.
I mezzi pubblici sono tra i più efficienti del mondo. La criminalità è inesistente. La salute dei giapponesi è tra le migliori. Le diseguaglianze sociali sono tra le più contenute. Le nostre percezioni sul Giappone si sono irrigidite, marchiate dagli anni Ottanta. Quando contro il Giappone si adottò del protezionismo da parte dell’America. In America fecero scalpore alcuni acquisti molto simbolici. Negli anni Ottanta la Sony comprò la Columbia Pictures, Mitsubishi acquisì il Rockefeller Center, Bridgestone conquistò gli pneumatici Firestone. È nel sistema delle aziende che il Sol Levante è stato protagonista di un nuovo miracolo economico, per lo più ignorato in Occidente. I suoi vicini riuscivano a essere più competitivi sul piano dei costi di produzione (Cina, Vietnam). Ma anche innovativi sulla qualità del prodotto e le tecnologie avanzate (Corea del Sud, Taiwan, Singapore).
Il Paese del Sol Levante è una nazione piccola, per superficie e popolazione, rispetto ai giganti India, Cina e America. È lontanissima da noi. Ha una lingua che parlano solo i suoi abitanti. Eppure, generazioni intere di occidentali sono cresciute sui suoi manga e anime, hanno riempito il tempo libero con i suoi videogame. Il soft power, la potenza morbida e persuasiva della cultura, è una risorsa enorme. Non resistono neppure i cinesi. È un paese pieno di problemi. Per certi aspetti è in declino. L’etica della frugalità attraverso il riordino, l’eliminazione del superfluo o il minimalismo, la longevità … Ma il Giappone vive un’effervescenza creativa. Un po’ come nell’Inghilterra dei Beatles, ricorda Rampini. Oggi c’è il filone J-pop. Generazione J, così qualcuno ha definito gli americani nati negli anni Settanta, l’invasione di questo soft power orientale con Power Rangers, Transformers, Pokémon, Hello Kitty, Nintendo, Dragon Ball.
Ma Rampini parla anche di una realtà oscura del paese, con gli hikikomori, eremiti che non escono più di casa, rifiutano sia di studiare sia di lavorare. È facile sottovalutare il Giappone, ricorda l’autore. Non è una nazione gigantesca. È in una posizione periferica. Pratica la virtù dell’understatement, non si vanta, non si mette in mostra, non urla al mondo le sue ambizioni e le sue capacità. Eppure, di ambizioni ne ha avute. L’umiliazione militare inflitta alla Cina e la conquista di Taiwan (1894-95). La vittoria nella guerra contro la Russia (1904-05): la prima volta nell’era moderna che una potenza asiatica sconfiggeva un impero “bianco”. La colonizzazione della Corea nel 1910. Grazie alla Grande Guerra, l’annessione di varie isole del Pacifico che erano state colonie tedesche. L’occupazione della Manciuria nel 1931. Dal 1937 in poi l’invasione di buona parte della Cina.
Poi l’espansione fino al Sudest asiatico: Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia, Singapore, Malesia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Negli anni Settanta e Ottanta è già la seconda economia mondiale dietro gli Stati Uniti e li mette in gravi difficoltà invadendoli di prodotti. Sono tanti i fenomeni culturali giapponesi: il pop asiatico, gli emoji, il karaoke, i manga, i mochi, il sushi. Il wabi-sabi. La sua epoca d’oro dei cartoni animati dagli anni Settanta fino ai primi Duemila. L’essenza della cultura del Sol Levante nasce dall’interazione e fusione che per molti secoli ha mescolato la base shintoista-animista, il taoismo, il buddismo soprattutto nella versione zen e il pensiero laico etico-politico di Confucio. Un aspetto centrale dello shintoismo è l’idea di purezza. Lo shintoismo delle origini era essenzialmente un culto della natura. Fondamentale nel buddismo è il principio per cui la verità non è raggiungibile con l’analisi razionale.
Spiega Rampini che il buddismo insegna che la vita è dolore. E questa sofferenza deriva dai nostri desideri, dal nostro attaccamento. Ci fanno soffrire perché gli oggetti dei nostri desideri sono “impermanenti” – effimeri, quindi destinati a procurarci delusione e lutto. I due pilastri su cui costruire una vita buddista sono la compassione (pietà, empatia, comprensione del dolore altrui) e il distacco da tutte le cose terrene, persone incluse. Lo scopo del buddismo non è di definire e adorare un Dio creatore dell’universo. Il Buddha non negava l’esistenza di Dio, ma non era interessato a parlarne. Né era suo obiettivo garantire dopo la morte l’accesso a qualche tipo di paradiso. Scopo del buddismo è la liberazione finale dai cicli dell’esistenza. Il taoismo esprime l’unità fra uomo e natura, la triade di cielo, terra, umanità. Lo zen è un’estensione del Tao, o un incrocio tra influenze del buddismo e del taoismo.
La saggezza arriva nel silenzio, nell’immobilità, nell’intuizione. Quello che noi occidentali tendiamo a chiamare il minimalismo giapponese. Il motto è “meno, meno, meno”, togliere, sottrarre, ridurre e cancellare, per arrivare infine all’essenziale, a quello che conta davvero. L’arte del riordino. Spazio poi anche alla filosofia del tè. Dall’impressionismo all’Art Nouveau, dagli iris di Claude Monet agli sfondi dorati di Gustav Klimt. Il Giappone capisce presto il rischio insito nel contatto con l’Occidente. E diventa un interlocutore obbligato per le potenze occidentali. Sorprende l’Occidente anche con la sua cultura. Il tè assume un ruolo speciale. Il Giappone si percepisce come portatore di spiritualità, di radici profonde, di un ordine naturale. Sono idee che riecheggiano il Romanticismo tedesco ottocentesco, che già aveva reagito contro l’Illuminismo e l’universalismo francese. Il Sol Levante si autoproclama vera Asia e lancia la sua missione civilizzatrice: liberare il continente dalla dominazione bianca.
Rampini ricorda che il Giappone si espande come un piccolo popolo guerriero, simile alle orde di Gengis Khan. Dietro le armi c’è un modello culturale, un’ideologia del sacrificio, una visione del mondo. L’imperialismo nipponico non è solo occupazione, è anche missione. La sconfitta del 1945 sembra chiudere questo ciclo. Hiroshima e Nagasaki, le bombe atomiche, l’occupazione americana. Il Giappone si reinventa come paese pacifista, democratico, ambientalista. Ma già Shinzo Abe rifiuta la colpevolizzazione del Giappone. Che, prima di ogni altro paese asiatico, ha mostrato che si può essere moderni senza essere occidentali. Un altro capitolo del libro di Rampini è dedicato all’overtourism, specialmente nella fioritura dei ciliegi. Oggi è di moda il viaggio in Giappone. Nel 2024 si era toccato il record di 37 milioni di visitatori, una cifra arrivata a 40 l’anno dopo. Aiuta pure lo yen che rende il Giappone meno caro di una volta.
Ciò che infastidisce i residenti è il sovraffollamento e le cattive maniere, amplificato dalle differenze culturali e dall’alto livello di educazione e rispetto delle regole in Giappone. Mancanza di considerazione quando si scattano foto, comportarsi con rispetto, gestire i rifiuti, abbassare il tono della voce, rispettosi negli spazi affollati … I giapponesi privilegiano il funzionamento della società rispetto ai diritti dell’individuo, che deve in primis dare il suo contributo alla collettività. Le pulizie e l’ordine nelle aule scolastiche vengono garantiti dagli alunni stessi. La Grande Tokyo ha 40 milioni di abitanti, eppure la circolazione automobilistica è scorrevole e silenziosa, commenta Rampini. Il bagno comune è un’abitudine. Soffiarsi il naso in pubblico è ritenuto indecoroso. Il regalo migliore che il Giappone ci può fare oggi è la conquista di uno sguardo nuovo, lucido e veritiero, sul fenomeno della denatalità, commenta l’autore.
Anziché inseguire terapie pro-natalità che sono già fallite ovunque, occorrerebbe pianificare una società funzionante e serena in un contesto di spopolamento e invecchiamento. Con “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, la geisha entra nell’immaginario di noi occidentali: sottomessa, fragile, ferita. La geisha, nella realtà storica, è l’opposto della creatura docile che l’immaginario occidentale ha costruito. Il suo corpo non è oggetto passivo, ma strumento consapevole. L’Occidente continua a preferire la sua geisha immaginaria. Il Giappone moderno ha fatto della femminilità un codice culturale. Poi ancora focus sugli stranieri (circa il 3 per cento della popolazione): oltre a essere pochi, sono stranieri con un profilo specifico, filtrati con criteri ben diversi rispetto ai flussi migratori di Europa e Stati Uniti. C’è l’attenzione all’origine etnica e quindi al patrimonio culturale di coloro che si vogliono far tornare in patria. Questa chiusura del Giappone viene sbrigativamente liquidata da osservatori occidentali con etichette facili.
Nessun altro paese al mondo conosce la Cina quanto il Giappone. È un rapporto antico di millecinquecento anni. I giapponesi hanno prima sconfitto militarmente, poi invaso e occupato un’ampia parte del territorio cinese. Il Giappone oggi si sente in prima linea di fronte all’espansionismo cinese. I cinesi a loro volta ammirano il fatto che sull’isola certe tradizioni sono state conservate meglio. L’ascesa economica del Sol Levante ha rapidità e proporzioni tali da eclissare gli altri miracoli economici del Dopoguerra. Molti giapponesi ritengono anche di aver pagato un prezzo enorme, incluse due bombe atomiche, per gli errori del passato. Rampini ricorda che una Cina sempre più decisa ad affermare le proprie zone d’influenza, in particolare in Estremo Oriente e nel Sudest asiatico, rende verosimile la minaccia di un’invasione di Taiwan. Il riarmo, senza escludere neppure l’opzione nucleare, un tema ormai all’ordine del giorno.
Le resistenze interne sono profonde, il pacifismo ha messo radici nella cultura nazionale. Il generale Douglas MacArthur diventa per alcuni anni una figura sovrana, quasi un alter ego del loro imperatore. Le riforme imposte da MacArthur sono profonde. La Costituzione pacifista vieta il riarmo. Il culto di Stato dello shintoismo viene abolito. I testi scolastici vengono riscritti. MacArthur riceve quasi mezzo milione di lettere dai giapponesi. Alcuni lo chiamano Buddha vivente. Ma il Giappone non farà mai i conti con la sua storia come la Germania con l’Olocausto. Eppure, oggi la democrazia in Giappone regge. È uno dei suoi miracoli. Il primo test arriva con la guerra di Corea. Ha affrontato la disfatta, l’umiliazione, le crisi. Ha trasformato ogni trauma in un’occasione per reinventarsi. È questo il vero miracolo del Giappone. L’America giustificò l’atomica come l’unico modo per evitare milioni di morti in caso di invasione.
Rampini ritorna al 1989: Hirohito si ammala di un tumore all’intestino e l’agonia si svolge in un clima surreale. Il decesso avviene il 7 gennaio 1989. È il primo dei tre shock che segnano questo annus horribilis. Il successore è il figlio Akihito. Secondo shock, la protesta in Cina in Piazza Tienanmen. Terzo, lo shock economico-finanziario, scoppia la bolla. Nel 1990 l’indice Nikkei perde il 35 per cento del suo valore. L’invasione del “made in Japan” ha messo in difficoltà l’Occidente per tutti gli anni Settanta e Ottanta. Là dove c’era una superpotenza in procinto di dominare il mondo, nell’arco di pochi mesi rimane un panorama di perdite finanziarie immani e il ristagno successivo segneranno sia la nostra immagine del Giappone sia la mentalità nazionale, la fine del miracolo economico post-bellico. Una prolunga del terribile 1989 ha luogo sei anni dopo. Il 1995 è un altro concentrato di tragedie.
Un terremoto, accompagnato da un susseguirsi di inefficienze dello Stato. Poi un attacco terroristico, la strage del gas nervino, a far precipitare ancora più in basso l’autostima nazionale. La nuova era sarà dominata dalla geoeconomia, appunto. Malgrado la sua mentalità insulare, il Giappone ha uno sguardo molto attento a quel che accade in aree del pianeta lontanissime. Una caduta di Taiwan sarebbe tragica per il mondo intero. Lo sarebbe in modo particolare per il Giappone, legato a quell’isola in tanti modi: economia, politica, cultura e costume. Oggi i taiwanesi, anche giovani, si sentono molto più attratti dal Giappone che dalla Cina. Ma Tokyo si deve misurare con la OBOR e ha scelto una strategia alternativa. Ovvero, infrastrutture trasparenti, sostenibili e durature. Un esempio è l’Asia-Africa Growth Corridor, il “corridoio di crescita” promosso insieme all’India. Oggi il Giappone scommette su progetti più contenuti, ma più curati, trasparenti e innovativi.
Amedeo Gasparini