Commento

La tirannia sedentaria, ovvero l’avvento dei pantofolai

Ramón Casas, Dopo il ballo (Giovane decadente), 1899

Ramón Casas, Dopo il ballo (Giovane decadente), 1899.

Se facessimo sprofondare l’elegante donna nel verde sofà, fino a farla diventare tutt’uno con esso, se la immaginassimo più paffuta, con i capelli arruffati, il corpo avvolto in una calda vestaglia, e se le facessimo indossare – dettaglio fondamentale – delle comode ciabatte al posto delle raffinate scarpette, ecco che otterremmo un perfetto esemplare della stirpe post-pandemica. Una fiera schiera di «condottieri in babbucce» e «amazzoni in camicia da notte», diretti discendenti dell’Oblómov di Gončarov, «l’eroe dei lockdown» e della “società” di domani. Figli unici della «solitudine interattiva», i nuovi mutanti accasciati sul divano e in perenne catalessi, sono le vittime dei «quattro cavalieri dell’Apocalisse» – il terrorismo, l’emergenza climatica, la pandemia, la guerra – che li hanno resi fedeli sudditi della «tirannia sedentaria». È questa l’involuzione della moderna specie individuata dal filosofo francese Pascal Bruckner nel suo ultimo saggio: «l’Homo erectus che non riesce più a stare in piedi», se non per spostarsi dal salotto alla camera da letto, e alla poltrona da ufficio per chi lavora da casa, con gli occhi ben fissi sui vari display di cui si attornia nel suo «microcosmo domestico». Un oggetto essenziale manca infatti nel dipinto di Ramón Casas che abbiamo posto come esempio, e che potrebbe ben sostituire il libretto che la Giovane decadente afferra già svogliatamente: lo smartphone, quell’«animaletto tintinnante» o «lazo elettronico» che «rende superfluo il mondo, visto che lo abbiamo nel palmo della mano». Un oggetto direttamente collegato a quel piccolo e a prima vista innocuo dettaglio: le ciabatte mancanti, simbolo dell’inizio della fine, della pigrizia, del ritiro dal mondo e della sua rinuncia.

Le Sacre des pantoufles. Du renoncement au monde, edito da Grasset lo scorso settembre, non a caso prende le mosse da una citazione dello scrittore e architetto elvetico Max Frisch: «Peggio del rumore degli stivali, il silenzio delle pantofole». La fine del mondo, avverte Pascal Bruckner, è prima di tutto la fine del mondo “esterno” e dunque il trionfo del mondo “interno”, naturale rifugio per i reduci di «una politica della paura, per la paura e attraverso la paura». L’ideologia catastrofista e declinista del ventunesimo secolo ci annichilisce e ci induce a recluderci in attesa che cali il sipario; influenza il nostro universo mentale, e dunque la nostra tolleranza di fronte alla compressione e privazione dei nostri diritti; sancisce il prevalere delle passioni negative (vogliamo spendere, consumare e viaggiare meno), rafforza vecchie ansie (la paranoia e l’ipocondria) e produce nuove fobie (si è passati dalla claustrofobia all’agorafobia). L’orizzonte si avvicina, l’epoca dei grandi viaggi è ormai lontana, e va imponendosi una «morale da trogloditi» che criminalizza i viaggi in auto o in aereo. Siamo ormai agli «arresti domiciliari esistenziali», dove «la chiusura delle menti e degli spazi è ben avviata». Gli adepti del «letargo volontario» conducono nondimeno una battaglia titanica: sopportare una vita “grigiastra”, priva di emozioni, di dolori come di gioie, una calma piatta che ci seduce e ci seda. Per provare un pizzico di frenesia, basta scorrere le notizie dalle nostre finestre digitali sul mondo, e aggiornarci sull’ultima catastrofe: proviamo infatti un «godimento paradossale nel prevedere la nostra scomparsa», sottolinea l’autore nel capitolo dedicato al «disfattismo esistenziale».

Il brillante saggio di Pascal Bruckner, oltre a rintracciare le radici storiche e culturali del progressivo auto-confinamento dell’uomo e della donna nello spazio domestico, è teso a svelare la brusca accelerazione di questa tendenza, incentivata sia dai tragici eventi che hanno segnato il nostro secolo sia dalla rivoluzione digitale, che ha provocato un cambiamento radicale. La casa non è più un semplice rifugio, ma un microcosmo autosufficiente – purché tecnologicamente attrezzato – che soppianta e si sostituisce al mondo. Non è più la “cella” del monaco, la “torre d’avorio” degli scrittori o degli artisti, il felice “nido” di chiunque voglia meditare, pensare o rilassarsi, ma un “santuario” che facilmente diventa “prigione” se la vita all’“interno” non coincide con la vita “interiore”. «Non è possibile agire sul mondo se non da questa piccola patria fondamentale che è una stanza, un appartamento, una casa», ammette Bruckner, sottolineando che c’è una differenza tra scappare dal mondo e metterlo tra parentesi: «Chiudersi in una stanza o in una camera da letto non è abbandonare l’esterno, è metterlo in attesa per ritornarvi meglio». Occorre dunque ritrovare un equilibro, sembra suggerirci il filosofo, per non poltrire ma riscoprire l’antica arte dell’otium – di cui parlammo all’inizio della pandemia (v. L’Osservatore n.16/2020 e 21/2020) – fin tanto che ci sarà possibile… Il filosofo lancia infatti un’interessante ipotesi, che aggiunge un importante tassello alla nostra riflessione di allora: il lavoro diventerà il lusso dei ricchi e l’ozio il fardello dei più poveri, condannati a un reddito minimo, e dunque privati della possibilità di cambiare il proprio destino. Al di là di questa curiosità (un’altra visione di Bruckner è una sorta di centro di disintossicazione dal mondo digitale, con consegna forzosa dei propri dispositivi), nel saggio si suggerisce inoltre che tutta la tecnologia contemporanea promuove l’internamento promettendo di abbattere ogni barriera. Quasi tutto è diventato infatti possibile a casa: ristorazione a domicilio, intrattenimento, cinema, concerti, teatro, sessioni di fitness, videogiochi. Anche la realtà aumentata tradisce la promessa: se nel mondo virtuale non si vive nemmeno una sola esistenza, la letteratura, come il cinema o il teatro, «permette di vivere più vite di quante ne potremo mai conoscere».

Saremo pronti ad abbandonare la vita larvale, a contrastare il cosiddetto «effetto cocooning», vale a dire la sindrome del bozzolo? Ad abbandonare il comodo giaciglio, uscendo dal guscio o almeno affacciandoci al mondo? Dopo tre anni di emergenza sanitaria, è forse tempo di posare vestaglie e ciabatte, resistere alla tentazione di non-esistere, liberarsi dalla mentalità masochistica e sacrificale elevata ad arte, e come insegna Bruckner, opporre all’angoscia paralizzante l’eleganza del rischio.

Lucrezia Greppi

In cima