Giornalismo

La voce soppressa e dimenticata dei cristiani in Siria

Non usa mezzi termini Gian Micalessin, da oltre trent’anni reporter di guerra, oggi penna – tra le diverse collaborazioni – de il Giornale: quello che sta avvenendo in Siria da un lustro abbondante nei confronti delle popolazioni cristiane sotto il regime di Bashar al-Assad è un tradimento. Tradimento da parte di chi? Chi ha abbandonato, ignorato e quindi sacrificato le popolazioni cristiane – circa il dodici per cento della popolazione siriana – sull’altare di un destino segnato? L’Occidente: quel continente dal Portogallo all’Anatolia, con gli Stati Uniti come “allegato” e attore rilevante nelle guerre mediorientali, dove – boots on the ground – il paese a stelle e strisce intreccia il fioretto con le scimitarre turche e le sciabole russe, su territori che si specchiano nel Mediterraneo e nell’entroterra verso l’India. Iran, Siria, Iraq, Afghanistan: zone delicate, dove le popolazioni cristiane – assoluta minoranza – sono state dimenticate.

Nell’ambito di BookCity di Milano, sabato 17 novembre 2018, Gian Micalessin, reporter immortale, racconta di fronte alla pienissima Sala Specchi di Palazzo Clerici – dietro a Piazza Cordusio – il suo nuovo libro: Fratelli traditi. La tragedia dei cristiani in Siria. Cronaca di una persecuzione ignorata (Cairo). «La Siria» esordisce Micalessin, «non è un paese come gli altri: è il paese dove è nato il Cristianesimo», che dalla Galilea si è espanso prima a Nord, che ad Est. «È sulla strada di Damasco che (San) Paolo si converte alla fede del Cristo»: Paolo che porta la parola fino ad Antiochia, dove nascono le prime chiese. «Solo dopo il Cristianesimo arriva in Europa.» Da subito – almeno nelle intenzioni visto che si trattava di una religione minoritaria nell’Impero di Roma – «il Cristianesimo stabilisce principi di tolleranza»: tolleranza che sembrerebbe mancare nei simil-califfati mediorientali e nordafricani. «In particolare», spiega Micalessin, «in Siria non sento la voce dei cristiani» che sono «scomparsi, non citati, dimenticati.» E questo sin da subito, quando, nel marzo 2011 iniziano i primi scontri infuocati anche ad Aleppo e Damasco.

Micalessin segue tutte le guerre – mediorientali e non solo – dal 1983, ma il clou più recente comincia proprio in quel 2011, prima – tra l’altro – della caduta di Muʿammar Gheddafi in Libia (uno dei tanti tasselli saltati dal pluridecennale status quo degli equilibri mediterranei): «sono stato in Egitto, in Tunisia, in Libia: ho raccontato le primavere arabe …» Che erano «una sommossa ben organizzata», dal momento che tutti e tre – parafrasando Micalessin – avevano ed hanno dei denominatori comuni. Uno fra i tanti? L’abbraccio all’Islam politico della Fratellanza Musulmana, «che impone regole in qualsiasi campo di qualsiasi aspetto sociale, correlando il tutto dalla Sharia, ovvero la legge dell’Islam.»

E in molti in Europa hanno sperato in quelle primavere arabe: finalmente ci sbarazziamo di quei dittatori impresentabili, sanguinari, che opprimono il loro popolo. Esportiamo la democrazia! Come se si trattasse del cocco caraibico o le rare banane del Madagascar. Al di là degli effetti appalesati dai flussi migratori che hanno attraversato alla bell’e meglio la culla mediterranea, secondo Micalessin c’è di più: «all’epoca molti colleghi pensarono che si trattasse di una rivoluzione dei media; la rivoluzione di Twitter. Ma c’era un altro canale che entrava in tutte le case di egiziani, tunisini e libici: al-Jazeera, la tv dell’emiro dei Qatar, finanziatore dei Fratelli Musulmani, nemico dell’Arabia Saudita», che aveva sparso benzina sulle turbolenze etniche nordafricane e mediorientali. Altro che spontaneo moto liberal democratico: dietro ai fermenti rivoluzionari – la prima ripresa in via diretta sui social – e alle rivolte «c’erano i Fratelli Musulmani: non il popolo. C’era il Qatar con i suoi milioni.» Un Qatar, «Stato rilevante nel Medioriente» legato agli Stati Uniti (capitanati all’epoca da Barack Obama), che lì ha posto le sue basi. «Molti think-tank washingtoniani e newyorkesi pensarono veramente che il Qatar fosse uno stato amico»: e non solo perché sembrava uno dei paesi musulmani della penisola arabica più “aperti”. «Si pensava che i Fratelli Musulmani potessero essere democraticizzati», racconta Micalessin, ma lo stato wahabita «è una monarchia assoluta e i paesi occidentali non possono cambiare arbitrariamente i regimi mediorientali, installando i loro modelli di democrazia liberale», vecchio vizio atavicamente coloniale. In Qatar, ad esempio, non si è mai votato e in Europa ci sembra un friendly State perché «ha acquistato i grattaceli di Milano, ha gli hotel a cinque stelle, le squadre di calcio – il PSG –, la moda.» Tutte cose che non fanno di un paese il baluardo della democrazia, perché in effetti «il lusso non coincide con la democrazia.» La primavera araba è stata sponsorizzata in larga fetta dai Fratelli Musulmani, che «ha finanziato e finanza le moschee più pericolose d’Europa.»

Con il coraggio nel cuore e nella penna che gli ha consentito di scrivere e riportare notizie e smentite delle fonti ufficiali nei territori di guerra, Micalessin non ha dubbi: dopo Egitto, Libia e Tunisia, «la Siria doveva essere la continuazione delle rivoluzioni», cioè «la quarta tappa che avrebbe dovuto consentire ai Fratelli Musulmani di prendersi tutto il Medio Oriente.» E da qui lo stupore di Micalessin: e i cristiani? «Vengono dipinti come i sostenitori di Assad», figlio del “Leone di Damasco”, ritenuto per molto tempo «la speranza temperata del Medioriente.» Se nel mercato politico europeo ed americano si è instaurata una drammatica e nociva semplificazione a favore del “populismo” e il permessivismo, del garantismo e del giustizialismo, élite e popolo, anche in Medioriente tutto si è sintetizzato nell’elementare formula dei buoni e dei cattivi. I buoni sono i ribelli riottosi, il cattivo il governo di Damasco: «Nella mia vita ho raccontato circa trenta guerre, ma non ho mai visto una vita raccontata così in bianco e nero», così polarizzata, così estrema: Assad il cattivo e i ribelli i buoni. «Ho iniziato a seguire la guerra di Damasco l’11 settembre 2011», data simbolica: ancora una volta, Micalessin voleva raccontare la guerra con i suoi occhi, perché «se si va a vedere gli archivi dei giornali emerge solo che i ribelli sono portatori di pace»: solo al momento delle sgozzature – con irresponsabile ritardo – l’Occidente dedica maggiore copertura alla Siria.

L’Europa e i suoi alleati hanno assistito indifferenti alle drammatiche condizioni dei cristiani di Siria, fino al 2014, quando – aperti gli occhi – si sono resi conto che il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi squarciava gole e chiese («e gli ma gli americani non hanno reagito prima, nonostante avessero informazioni al riguardo dal Pentagono»). I cristiani di Siria non solo non vengono ascoltati nei tenui spiragli di voce che trasmettono ai coraggiosi reporter che, con la scritta “PRESS” sul giubbotto, rischiano la vita per una testimonianza. «Voci difformi, che non entrano nella memoria: queste voci che andavano cancellate. I nostri fratelli sono stati dimenticati.» Da tutti noi. Anche lì, ad Aleppo, “una delle più antiche città del mondo: ma soprattutto, il grande centro commerciale e produttivo siriano, la Milano della Siria.

Gian Micalessin ha sentito il bisogno di raccontare quella straordinaria ingiustizia: i fratelli dimenticati, traditi; partendo proprio dai missionari – condannati al martirio per proteggere la dignità di quattro mura sacre – dalle suore, dai vescovi, dai sacerdoti che per tramandare il messaggio di Cristo (i cristiani sono in Siria sei secoli prima dei musulmani) rischiano la vita ogni giorno da anni. Non solo: «vengono percepiti come servi del regime.» In Siria, molte suore hanno spiegato a Micalessin che «per noi il regime è la diga che ci difende, che impedisce agli islamisti di ucciderci, di sgozzarci. Cosa dovremmo fare? Stare con quelli che ci vogliono ucciderci?» Ragionamento e risposta elementare, ma le spesse placche della geopolitica si basano sulla politica, per cui – e per definizione – è impossibile conciliare tutto e fare tutti felici. Ma la lezione della Storia – anche nel caso dei cristiani siriani – non viene appresa: «Cosa è successo ai soldati caldei in Iraq dopo la caduta d Saddam Hussein? Sono stati ammazzati o sono sfuggiti …» I cristiani di Siria rischiano la stessa fine: la loro umana reazione nei confronti del “cristiani d’Occidente” è comprensibile. «Secondo alcuni sacerdoti che ho intervistato», racconta Micalessin, «molti in Europa fingono di essere cristiani: la fede è una moda. Se è utile socialmente va bene, altrimenti viene messa da parte.» D’altra parte, per i cristiani della Siria la fede è cosa seria: il Cristianesimo come simbolo di identità, causa invisibile di un futuro e quasi certo martirio.

Ed infine un salto avanti, fino al 13 novembre 2015: «poche ore dopo l’attacco a Parigi» continua Micalessin, «mi venne in mente l’ultima battuta dell’ultimo cristiano di Malula – città cristiana in Siria, in preda per mesi ad al-Quida: “Noi cristiani siriani moriremo tutti. Ma per voi europei non andrà diversamente. La differenza è che “morirete senza nemmeno sapere il perché.” Classica frase per finire un articolo, mi sono detto …» Ma con la guerriglia nella capitale francese il giornalista di guerra, con la polvere addosso, l’elmetto ammaccato, la matita del taccuino spezzata ricorda quel monito: non era solo una bella frase. Era una profezia.

Amedeo Gasparini

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