Teatro

L’adattamento di “A spasso con Daisy” al Teatro di Locarno

Il valore dell’amicizia, l’importanza di mettersi nei panni dell’altro, la caparbietà di non fermarsi ai pregiudizi. Premiare Uhry, nel 1988, con il Pulitzer, per A spasso con Daisy, non fu una scelta facile, ma forse dovuta. Dovuta per aver saputo dimostrare che i più grandi cambiamenti – nella storia di una persona e, poi, di riflesso, in una società, come quella americana della metà del secolo scorso – avvengono passando per le piccole cose di tutti i giorni, per piccoli e impercettibili gesti, per i sorrisi e le mani che decidiamo di tendere o non tendere. La resa teatrale del romanzo, affidata a Mario Scaletta e andata di scena ieri sera al Teatro di Locarno, dopo una prima molto ben accolta a Roma, è un omaggio altrettanto sentito all’arte dei piccoli gesti, non meno degna di acclamazione. Commuovono, anzitutto, le caratteristiche principali dei personaggi, per la loro verosimiglianza, non distante da uomini e donne che potremmo aver incontrato tutti, una volta nella vita, nel nostro cammino. A cominciare da lei, Daisy, portata sul palco da una brillante Milena Vukotic, che anche a Locarno ha saputo dare il meglio di sé. A 72 anni, questa anziana e distinta vedova ebrea, si sente ancora vivace, piena di vita. Soprattutto, ritiene di dover precisare che non è “vecchia”, come la sua macchina, ma “vissuta”. Tiene tanto ai suoi diritti quanto alle sue libertà. Sopporta solo coloro – come la sua fidata domestica Idella – che hanno imparato a “non darle fastidio”, perché, come ribadisce con fierezza, è stata educata, fin da piccola, “a fare da sola”. Ama, soprattutto dell’infanzia, ricordare la povertà affrontata dalla sua famiglia. Un motivo di fierezza, che le fa persino mascherare di essere diventata, nel frattempo, ricca e benestante. Un giorno perde il controllo della sua automobile sbagliando la marcia mentre esce dal garage, finendo nel giardino dei vicini. Benché uscita dall’incidente miracolosamente illesa, Daisy ha provocato un danno notevole da risarcire, tanto che suo figlio Boolie (Maximilian Nisi), erede dell’azienda paterna, decide di assumerle un autista nonostante le sue furiose proteste. Iniziano così le audizioni per assumerle un autista consono. La scelta ricade su Hoke Colburn (Salvatore Marino), autista di colore analfabeta e in pensione.

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