Commento

L’agonia di Stefan Zweig sul finis Austriae e il pacifismo miope

L’agonia della pace (Garzanti 2022) di Stefan Zweig è un estratto del suo capolavoro, Il mondio di ieri. Riletto oggi, il testo è di un’attualità sorprendente. Parebbe infatti che l’autore si sia immedesimato nella catastrofe della guerra in Ucraina. La copertina del volume, gialla e blu come i colori della bandiera, è un riferimento in tal senso. Zweig descrive l’arrivo del Nazionalsocialismo in Austria facendo riferimento a sinistre similitudini con i fatti odierni. Il saggio riporta racconti estremamente personali dell’autore. Che dall’Inghilterra conduceva una vita riservata e costellata di amarezza, disorientamento e tristezza sul progressivo decadimento morale della sua Austria. Negli anni Trenta Zweig strabuzzava gli occhi di fronte alula dabbenaggine e la malafede di alcuni: «Osservavo l’ingenuità, la generosa fiducia con cui gli inglesi e i loro capi si lasciavano abbindolare». Il volume riporta l’avanti e indietro dalle vicende storiche europee e la vita di Zweig.

Il fantasma della Mitteleuropea piagata dal Nazionalsocialismo non lo abbandonava. Solo gli austriaci, scriveva, potevano comprendere il Führer e le sue intenzioni maligne e criminali. Anche allora, i pacifinti si rassicuravano l’un l’altro dicendo che la Francia e la Gran Bretagna non avrebbero mai consentito la fine dell’Austria, della Cecoslovacchia, della Polonia. Che l’Italia fascista poteva temperare la Germania nazista e si sarebbe schierata con Parigi e Londra. Che la Società delle Nazioni sarebbe intervenuta; «come i malati hanno fiducia in una medicina con una bella etichetta. Mentre loro vivevano allegri e spensierati io, che avevo una visione più chiara della situazione, non mi davo pace». Un episodio personaZweig giunse persino a rasserenarsi quando la madre morì: le venne risparmiato il penoso divieto introdotto dai nazisti per cui a Vienna gli ebrei non potevano sedersi sulle panchine.

Il finis Austriae provocò nella mia vita personale un cambiamento, sostiene Zweig. In Inghilterra ricevette un foglio di carta bianca, ovvero il passaporto per apolidi. Stefan Zweig patì moltissimo la fine di un’epoca. Guardava con scetticismo all’appeasement e quel miserabile “try and try again” dei britannici, che condusse verso una Seconda Guerra Mondiale. Con i nazisti non era possibile una pace autentica e duratura. Nell’epoca di Stefan Zweig non ci sarebbe stata la “peace of our time”. Eppure, la pace rimaneva il faro della civilità asburgica a cui apparteneva. «Chiunque volesse oggi negare quanto fossimo tutti inebriati da quella meravigliosa parola mentirebbe». E ancora, «io stesso mi accorsi di essere stato travolto da quell’atmosfera: camminavo a un passo sempre più agile e rapido senza provare fatica, trasportato da quell’ondata di fiducia».

L’autore scava nel suo subconscio: «E io me ne stavo […] nella mia stanza, indifeso come una mosca, impotente come una lumaca, mentre erano in gioco la mia vita e la mia morte […]. Ce ne stavamo lì ad aspettare, fissando il vuoto come condannati nelle loro celle, incatenati a quell’assurda, inerme attesa […]. Alla fine, non riuscii più a sopportare di stare in una grande città, dove a ogni angolo di strada le ultime notizie stampate a caratteri cubitali sulle locandine parevano assalirmi come cani rabbiosi […]. “Non ci pensare!” mi dissi. “Rifugiati nel tuo più profondo nascondiglio, nel tuo lavoro, là dove sarai soltanto tu”». Come aveva previsto, la guerra arrivò e di nuovo si concludeva, come nel 1918, un’altra epoca. In Inghilterra, riferisce l’autore, veniva visto come un tedesco, dunque un nemico.

Anche Zweig era vittima di una società che aveva abbracciato la tolleranza nei confronti dell’ideologia nazista. Nel suo esilio londinese venne consumato dalla depressione e dai timori «La mia più intima missione, quella cui per quarant’anni avevo dedicato tutte le mie energie, tutte le mie convinzioni – un’Europa unita e in pace – era fallita. Ciò che io avevo temuto più della mia stessa morte, la guerra di tutti contro tutti, si stava ormai scatenando per la seconda volta». Infine: «mi accorsi d’un tratto della mia ombra che si allungava davanti a me, così come dietro la guerra presente scorgevo l’ombra del conflitto passato. Da allora, quell’ombra non mi ha più abbandonato […]. Ma in fondo ogni ombra è anche figlia della luce, e solo chi ha conosciuto luce e tenebra, guerra e pace, splendore e decadenza, può dire di avere vissuto davvero».

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

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