Economia

Le elezioni USA sotto la lente di UBS

UBS - Ramenghi, Guglielmin, Pedrotti

Da sin.: Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS Italia, Elena Guglielmin, Senior Credit Analys e Luca Pedrotti, Direttore Regionale UBS Ticino.

Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS Italia, Elena Guglielmin, Senior Credit Analys e Luca Pedrotti, Direttore Regionale UBS Ticino hanno presentato martedì 27 ottobre a Lugano le stime sulle prossime elezioni americane.

I mercati puntano su una vittoria di Biden, dato in vantaggio nei sondaggi elettorali di circa otto punti. Gli uomini in genere preferiscono Trump, mentre le donne, nella proporzione di otto su 10, sono per Biden. L’affluenza al 3 novembre sarà molto forte, visto che già 50 milioni di americani hanno votato e generalmente il voto postale è appannaggio dei democratici. Per cui, se il risultato finale sarà abbastanza vicino tra i due contendenti, è facile prevedere molte contestazioni. Nell’ultimo confronto televisivo Biden ha mantenuto il vantaggio, ma è scivolato su una buccia di banana, dicendo di voler eliminare la fratturazione idraulica (fracking) per produrre petrolio. Il giorno dopo si è corretto affermando che questo avverrà in modo graduale, al fine di eliminare i rischi di inquinamento del sottosuolo. Fatto sta che Trump potrebbe mantenere le sue roccaforti, mentre decisiva potrebbe essere la decisione del Texas e dell’Ohio, dato che i sondaggi sono ancora in bilico. Se il risultato sarà incerto, nel post elezioni saranno vivaci le contestazioni da una parte o dall’altra.

Sul piano fiscale non vi sono molte divergenze tra democratici e repubblicani. Questi ultimi preferiscono misure di aiuti più contenuti rispetto ai democratici, ma Trump ha già affermato che, se verrà eletto, il suo pacchetto fiscale sarà ben più corposo di quello di Biden. Le previsioni degli analisti dell’UBS vedono comunque una vittoria di Biden al 55%. Se la quota sarà minore, lo spoglio sarà accurato e potrebbe durare alcuni giorni. Con tutto ciò non va dimenticato che anche quattro anni fa Trump non era dato vittorioso dai sondaggi e dunque egli può sempre ribaltare la situazione. In ogni caso sia Trump che Biden sono concordi su una cosa: vinca l’uno oppure l’altro, il deficit americano è destinato a salire. Dunque il dollaro nel medio periodo avrà pressioni al ribasso e magari il franco svizzero come valuta rifugio nel breve periodo, in caso di contestazioni, ne risulterà apprezzato. Trump intende tagliare le tasse ancora di più. Biden cavalca una politica più redistributiva, con un aumento delle tasse; intende togliere la franchigia per le successioni, ma spenderà di più per le infrastrutture e la politica sanitaria. Trump vuole alleggerire le regolamentazioni e promuovere il ricorso al petrolio con trivellazioni anche in Alaska per raggiungere l’indipendenza da fonti estere, Biden persegue una politica più “green”, con meno emissioni nell’atmosfera (gli USA sono più in ritardo in questo campo rispetto all’Europa). Un punto interessante per l’industria elvetica riguarda l’atteggiamento dei candidati verso l’industria farmaceutica. Per questo settore (che per la Svizzera vale il 60% delle esportazioni) sarebbe più favorevole l’elezione di Trump, mentre Biden in caso di vittoria potrebbe limitare i prezzi. Per l’Europa, una vittoria di Trump significa la prosecuzione di una via unilaterale e maggiori tensioni, mentre Biden è esattamente l’opposto in questo campo. Biden intende proporre poi una web tax. Non ci sono invece da attendersi inversioni di tendenza con la Cina, vinca l’uno oppure l’altro. Con toni diversi, continuerà la politica di tassazione delle importazioni. In caso di contestazioni elettorali, come detto, vi potranno essere pressioni per un ulteriore apprezzamento del franco svizzero, visto come porto sicuro e la BNS dovrà intervenire per calmare le acque. La politica monetaria, con l’uno o l’altro, resterà accondiscendente, dato che la Fed ha ribadito che è meglio rischiare di fare troppo che troppo poco. Ai posteri l’ardua sentenza.

Corrado Bianchi Porro

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