
Maria Rita Parsi (Fonte: TV2000)
È stata la voce dei diritti dei bambini, per i quali si è battuta instancabilmente: ma Maria Rita Parsi – psicologa, psicoterapeuta e psicopedagogista, morta il 2 febbraio a 78 anni – è stata un autorevole punto di riferimento per l’educazione e formazione. Nel suo campo largo di presenza e di attività si è dedicata agli adolescenti e giovani con le loro fragilità, agli adulti e ai genitori per le loro crescenti insicurezze e ansie, ai docenti. Del resto è stata lei stessa attiva in cattedra, scrittrice – ha realizzato una biblioteca di libri – e promotrice di numerose associazioni, tra le quali “Armònia” con una presenza nel Ticino, e “Movimento per, con e dei bambini”, poi evoluto in Fondazione Movimento Bambino Onlus. Non basterebbe però un giornale a illustrare l’estensione del suo impegno ai vari livelli, anche internazionali, come il “Comitato Onu per i Diritti del Fanciullo”, con sede a Ginevra, organismo che vigila sull’adozione e il rispetto della Convenzione internazionale sui diritti dei minori.
Oltre ai molteplici interventi sui temi che più le stavano a cuore su giornali e riviste, Maria Rita Parsi è sempre stata disponibile – pur con un’agenda fittissima – a tenere incontri. Con il Giornale del Popolo negli anni 90 e nei primi del Duemila ha portato il suo contributo anche nei nostri paesi, fino ad Acquarossa: molto seguita e interrogata dal pubblico di volta in volta su cosa e come comportarsi con i figli.
Riprendiamo qui alcuni dei punti che con il “Giornale che parla” considerammo, e che restano di scottante attualità oggi, ancor più con la sua lungimirante visione, frutto di esperienza. Svolgeva assistenza terapeutica anche in viaggio: in diversi spostamenti per raggiungere i luoghi o le scuole per le conferenze, più di una volta fu interpellata da genitori in crisi. Con pazienza riempiva i viaggi con le sue indicazioni. Anche questo un segno della sua sensibilità e disponibilità.
Credere nelle risorse fornite dal progresso
Come colmare i vuoti nella formazione – Un punto di partenza di Maria Rita Parsi: “Forse è la società in generale ad aver smarrito alcuni valori collettivi e questo crea dei vuoti, con assenze e sofferenze. A fronte di alcune non-educazioni, la soluzione va cercata nel ripristino di una catena educativa: per esempio, facendo in modo che entrambi i genitori siano presenti all’interno della famiglia e possano aiutare i ragazzi, i quali a loro volta devono essere sostenuti dalla scuola, con l’aggiunta di altre figure di mediazione, dagli operatori sportivi a quelli della comunicazione, dalla quale prendono moltissime informazioni, modelli di riferimento, anche modi di valutare la vita. Lungo la strada, genitori ed educatori sono accompagnati da tanti altri soggetti complementari. Disponiamo di enormi possibilità in più, di molta più consapevolezza, cultura, strumenti e stimoli. Il problema è crederci e servirsi del nuovo che abbiamo”.

Comunicare significa mettere in comune
Comunicazione: servirsene, non subirla – Sempre Maria Rita Parsi: “I nostri figli sono nati digitando, sono immersi nel virtuale, hanno in casa il convitato di pietra di nome televisore e mondo internet. Fra le mura ci arriva addosso in continuità una piena di notizie h24. Chiaro che tutto dovrebbe essere filtrato dalla famiglia, ciò che è molto difficile nella complessità d’oggi. I genitori dovrebbero essere in grado di intervenire. La comunicazione è una grande risorsa: mette a confronto con stili di vita, modi di pensare, di agire, diversi dai propri, da quelli della comunità in cui si cresce. Uno stimolo all’approfondimento. Occorre però servirsi della comunicazione, non subirla rassegnati.
Un problema è la gestione dei mezzi – Un’insistenza costante della Parsi è stata sulla necessità di una regolamentazione da parte degli adulti: “Bisognerebbe adoperarsi tutti quanti per evitare il rischio di fruitori solo passivi. La scuola deve fornire un’educazione all’immagine, alla comunicazione nelle sue innumerevoli nuove forme e diramazioni. Decisivo utilizzare e non farsi utilizzare. Il pericolo sta nella dipendenza.
Bambini e rischio-emulazione: quanto pesa e quanto preoccuparsene? Le molte facce della violenza sono state una delle preoccupazioni cruciali della psicopedagogista: “il problema vero è quando un bambino viene immesso nella violenza che è conflitto, rabbia dentro la famiglia, aggressività verbali e fisiche. Si dovrebbe evitare di assommare alla violenza del proprio microcosmo familiare quella esteriore, che viene dalla società. Pure certi ritmi della vita quotidiana sono violenti. Poi ci sono anche gli abusi reali sull’infanzia. La violenza può arrivare anche da dove non c’è comunicazione: quando non si comunica tra le persone, uno può diventare violento per trasmettere le sue esigenze. Se riusciamo a trasmettere armonia dentro la famiglia, immediatamente i bambini ne traggono benessere. Dobbiamo cercare collaborazione con i luoghi dove stanno i nostri figli: dal nido alla scuola ai vari livelli, poi sul territorio. Interagire è la parola nuova dell’educazione.

Primo desiderio dei bambini: l’ascolto
Dove corre il confine tra il possibile e il sogno nella ricerca del modello educativo migliore? – Frase epocale di Oscar Wilde: “Una mappa del mondo che non preveda il paese dell’utopia non merita neppure uno sguardo”. Risposta della Parsi: “Tutti dobbiamo avere un’utopia. Io spero che gli uomini di cultura, di politica, di fede, di tensione morale siano più forti degli uomini portatori di dolore, di guerra, di morte. La grande lotta degli esseri umani è tra i portatori di rovina, distruzione, infelicità, orrori e i costruttori di ottimismo e positività. Ho dei sogni tutto sommato modesti: organizzare il territorio per i bambini, lavorare per una società davvero a misura delle persone… Certe piccole utopie quotidiane possiamo pure sperarle, o no?
Circondiamo i bambini di cose, forse anche per compensare le nostre assenze…
Il bene più prezioso per i bambini è il tempo che viene dedicato loro dai genitori, dagli adulti. Primo desiderio dei bambini è l’ascolto. Appena tu stabilisci un contatto, il bambino non si ferma più di raccontarti. Si vede che i bambini sono inascoltati. Ci illudiamo che con loro basti il fare; li sommergiamo di oggetti, li ingozziamo di cibo, li subissiamo di immagini e parole. Però diamo poco tempo. Ascoltando i bambini potremmo capire e ricordare infinite cose della nostra infanzia, mettendo in moto il bambino interiore che c’è dentro di noi. Sarebbe anche una maniera efficace per non trasformare i bambini in piccoli dittatori, accontentati nei loro insaziabili appetiti di giocattoli e cose.
Giuseppe Zois