Spunti di riflessione politica
La mente contesa. È il titolo, per noi da leggere al plurale, della trentesima edizione del Premio Moebius Lugano, tenutosi all’USI lo scorso fine settimana. Un’edizione pienamente riuscita nell’obiettivo di Moebius di capire come muoversi nell’ambiente digitale. Un ambiente rivoluzionato dalla tecnologia e rivoluzionario per le sfide alle quali tutti siamo chiamati in causa. Una nuova Gutenberg! Per l’impatto dirompente e profondo che sta avvenendo, non più sull’arco di secoli, ma su quello di pochi decenni, con una impennata negli ultimi mesi. Con la cosiddetta intelligenza artificiale, diventata generativa, a far scattare l’allarme. Non per la sua intelligenza, ma per la sua probabilità di andare oltre; sfuggendo di mano, quale diavolo tentatore, ai suoi programmatori. Anche a causa della voracità di un’economia accalappia menti contro la quale, finora, la politica non sembra proprio all’altezza di trovare una risposta.

Fonte: Moebius Lugano 2026 – Gino Roncaglia.
Personalmente abbiamo lasciato l’aula magna dell’USI con tre spunti, tra i molti, su cui riflettere politicamente.
Occhio non vede, cuor non duole
Tra le impressionanti osservazioni sociologiche emerse colpisce, anche se non nuovo, il fatto che in Europa oltre il quaranta percento (poco meno in Svizzera) dei cittadini ormai stacca la spina, ovvero non vuole informarsi. Poiché alle guerre, al clima e alle incertezze si aggiunge questa rivoluzione digitale in cui l’individuo, lasciato volutamente solo di fronte al potere/volere delle grandi piattaforme “sociali” si sente impotente. È una delle cause della messa in discussione della nostra democrazia, il cui sostegno sta proprio nelle capacità di espressione di cittadini informati. Facile allora cadere negli estremismi di destra o di sinistra o, per finire, sotto gli imperi senza ritorno di forze autocrate.
Non a caso i relatori e gli organizzatori dell’evento hanno fatto di tutto per non pronunciare quell’acronimo IA apparso come l’innominato per quanto condizionante può ormai presentarsi agli occhi di cittadini-consumatori. Eppure, per tutti è indubbio come questo progresso tecnologico abbia una connotazione irreversibile, aperta a potenziali di sviluppo ancora da immaginare, ma intrinsecamente rivoluzionaria. Con tutte le implicazioni connesse, come per quella seguita in Europa all’invenzione intorno alla metà del XV secolo dei caratteri mobili di Gutenberg, unitamente – la storia si ripete? – nella Cina di allora.
Ambasciator non porta pena
Ci sono sfide per tutti e non mancano gli ambasciatori a denunciare evidenti o possibili derive economiche, sociali, ambientali; per finire d’ordine filosofico e antropologico.
Limitandoci a una delle sfide politico-culturali della nostra epoca va evidenziato un dato di fatto, purtroppo ormai dato per scontato: chi risponde alle nostre domande (prompt)? Algoritmi che pescano da un archivio per tre quarti in lingua inglese. Che cresce nelle enormi capacità di data center, per di più su suolo e/o sotto sovranità statunitense. L’italiano, malgrado il sistema sembri darci delle risposte soddisfacenti, figura per una piccola percentuale. E per le altre culture mondiali, escluso in parte il mondo cinese, la percentuale della loro presenza nelle egemoniche piattaforme americane è di poco superiore allo zero. Ma c’è di peggio: per le lingue minori la strategia prevalente dei giganti innominati consiste nel raccogliere testi e semplicemente tradurli in automatico, con il forte rischio di diventare una proiezione del mondo anglofono. La domanda, allora, non è quanti modelli linguistici servano, ma come garantire che una comunità linguistica sia rappresentata adeguatamente, abbia voce in capitolo e venga rappresentata. In un sapere che non solo va verificato nelle sue fonti ma che richiama evidenti responsabilità editoriali, mediatiche e politiche. E qui siamo al più ampio tema della sovranità.
Quale sovranità? O, meglio, quale governanza?
Sovranità da declinarsi al plurale. Poiché da definire in funzione dei vari ambiti e livelli di sfida. Più che altro si tratta di governanza, vale a dire della capacità di molteplici attori dagli interessi divergenti di cogliere il senso ultimo della posta in gioco. Ritrovando orientamenti e risposte politiche su valori e finalità messi in comune. Cosa che la politica finora non dimostra di essere stata in grado di fare: per un paio di decenni, sia prima e dopo il passaggio del millennio, ci si è cullati sulle meraviglie che man mano le nuove e pervasive tecnologie ci stavano sbandierando. Poi, il risveglio, con la costatazione di un ritardo giudicato ai più incolmabile rispetto alle big tech statunitensi e al modello cinese; fino a ventilati scenari apocalittici – fantascientifici, forse, ma non del tutto da escludere. Ma anche con un forte richiamo, ampiamente accolto, alla responsabile speranza di una magnifica umanità di un papa americano. Sia in un approccio dal basso, sia in quello top down. Qualche esempio.
Rispetto a ragazzi e adolescenti occorre soprattutto offrire alternative all’uso dei social. Non tanto nell’illusorio tentativo di vietarli, ma costruendo nuove piattaforme sovrane, offrendo in modo attrattivo e pedagogicamente adeguato alle diverse classi di età occasioni di fruizioni positivamente accattivanti in un passaggio dai social media agli “human media”. I nostri insegnanti già sono capaci di trovarne. Come per @geopop. E i genitori sono invitati a scoprire queste nuove vie.
A livello regionale e delle grandi agglomerazioni urbane il tema della sovranità digitale e della sua governanza chiama in causa il tema della sicurezza, della resilienza e della ridondanza infrastrutturale: un seppur involontario black out delle infrastrutture energetiche, di comunicazione e di distribuzione di servizi essenziali può essere dietro l’angolo. Un recente TG informava come la città di Zurigo sensibilizzi i propri cittadini su come comportarsi.
Le cose si fanno più difficili quando si sale, per restare alle nostre latitudini, ai livelli nazionali o europeo. Ci si muove in un campo di forze ormai squilibrato e in soggezione tra interessi economici, scenari geopolitici e valori “imprescindibili” che finiscono per essere subordinati ai primi. Speriamo che una nuova fase nella costruzione europea sia dietro l’angolo. Come lo fa credere, almeno a livello di alternativa tecnologica, il grande e ambizioso programma di sviluppo in corso della piattaforma digitale APERTUS, nientemeno che a partire dal Centro svizzero di calcolo delle scuole politecniche federali che un Ticino lungimirante ha fatto atterrare trent’anni fa a Lugano!
Remigio Ratti