L’estremismo antiliberale accomuna, pur da posizioni opposte, Slavoj Žižek e Donald Trump. Nel suo duro confronto con il liberalismo di mercato, il filosofo marxista propone la formula che dà il titolo a Trump e il fascismo liberale (Ponte alle Grazie 2025) delineando una posizione che, pur critica, presenta alcune poco sorprendenti convergenze con l’estremismo antidemocratico del Trumpismo. Ne emerge l’idea che gli opposti possano avvicinarsi. Soprattutto nel rifiuto della globalizzazione, del mercato e della concorrenza. Il volume raccoglie alcuni scritti composti tra giugno 2024 e aprile 2025 e propone una di micro-cronologia teorica della seconda fase politica di Trump. Dalla campagna elettorale condotta da convicted felon fino ai primi atti di governo. Dagli attacchi alla stampa al rifiuto della mediazione istituzionale. Fino alla normalizzazione di pratiche autoritarie: il fenomeno trumpiano appare non come eccezione, ma come estremizzazione di tendenze già presenti.
Slavoj Žižek non si limita a descrivere eventi, ma li interpreta come sintomi di una trasformazione più ampia delle strutture simboliche, affettive e materiali del capitalismo avanzato. La premessa è che la sinistra mostri spesso una certa inerzia intellettuale. Il populismo trumpiano viene letto come una nuova forma di fascismo. Il filosofo sostiene che Trump sia «davvero un liberale», «un fascista liberale, la prova definitiva che liberalismo e fascismo funzionano assieme, che sono le due facce della stessa medaglia. Trump non è soltanto autoritario, il suo sogno è anche quello di consentire al mercato di funzionare liberamente nella sua forma più distruttiva, dal più brutale perseguimento del profitto al discredito per ogni moderazione etica […] sui mezzi di comunicazione come forme di socialismo». Žižek affronta anche i problemi che caratterizzano gli Stati Uniti, come l’epidemia di oppioidi. Riprende l’idea marxiana dell’oppio dei popoli, articolandola altrimenti.
L’oppio come sostanza, il “popolo” come costruzione ideologica e la fuga nelle droghe. La dimensione chimica entra nella gestione del quotidiano, creando nuove minacce opposte della vita contemporanea. Il filosofo evoca anche il rischio di guerra civile, ricordando che Trump è stato giudicato colpevole di 34 capi d’accusa da un tribunale di Manhattan. Nell’analisi del recente film “Civil War”, Žižek sostiene che molti conflitti sono pseudo-conflitti. Il trumpismo viene interpretato come una reazione al fallimento dello Stato sociale liberal-democratico. Anche una sua eventuale sconfitta potrebbe aggravare la situazione, alimentando l’esclusione di ampie fasce della popolazione. «Tutte le opzioni dominanti – il nuovo populismo di destra, il centro progressista, il vecchio Stato sociale socialdemocratico, il fondamentalismo religioso, persino l’ingenua convinzione che il rafforzamento dei BRICS possa generare un nuovo ordine multipolare – sono nate morte».
In relazione all’attentato del luglio 2024, Trump viene elevato a feticcio in senso psicoanalitico. Anche la fascinazione liberal nei suoi confronti assume caratteri simili, mascherando le contraddizioni del progressismo. Dopo la vittoria del 2024, emerge il paradosso di un leader percepito come moralmente discutibile che diventa punto di riferimento per i conservatori cristiani. Nonostante le sue contraddizioni, essi privilegiano la sua agenda politica, in particolare sull’aborto. Più Trump viene ridicolizzato, più una parte dell’elettorato si identifica con lui. L’UE viene presentata come uno dei principali avversari degli Stati Uniti, insieme a Russia e Cina, in un contesto segnato dall’emergere del multipolarismo dei BRICS. In conclusione, secondo Žižek, dopo la crisi del 2008 il modello neoliberista è diventato insostenibile. E Trump ne avrebbe colto i limiti. L’autore guarda con favore ad alcune misure protezionistiche, ritenendo che abbiano contribuito a incrinare l’odiatissimo il neoliberismo globale.
Amedeo Gasparini
L’estremismo antiliberale accomuna, pur da posizioni opposte, Slavoj Žižek e Donald Trump. Nel suo duro confronto con il liberalismo di mercato, il filosofo marxista propone la formula che dà il titolo a Trump e il fascismo liberale (Ponte alle Grazie 2025) delineando una posizione che, pur critica, presenta alcune poco sorprendenti convergenze con l’estremismo antidemocratico del Trumpismo. Ne emerge l’idea che gli opposti possano avvicinarsi. Soprattutto nel rifiuto della globalizzazione, del mercato e della concorrenza. Il volume raccoglie alcuni scritti composti tra giugno 2024 e aprile 2025 e propone una di micro-cronologia teorica della seconda fase politica di Trump. Dalla campagna elettorale condotta da convicted felon fino ai primi atti di governo. Dagli attacchi alla stampa al rifiuto della mediazione istituzionale. Fino alla normalizzazione di pratiche autoritarie: il fenomeno trumpiano appare non come eccezione, ma come estremizzazione di tendenze già presenti.
Slavoj Žižek non si limita a descrivere eventi, ma li interpreta come sintomi di una trasformazione più ampia delle strutture simboliche, affettive e materiali del capitalismo avanzato. La premessa è che la sinistra mostri spesso una certa inerzia intellettuale. Il populismo trumpiano viene letto come una nuova forma di fascismo. Il filosofo sostiene che Trump sia «davvero un liberale», «un fascista liberale, la prova definitiva che liberalismo e fascismo funzionano assieme, che sono le due facce della stessa medaglia. Trump non è soltanto autoritario, il suo sogno è anche quello di consentire al mercato di funzionare liberamente nella sua forma più distruttiva, dal più brutale perseguimento del profitto al discredito per ogni moderazione etica […] sui mezzi di comunicazione come forme di socialismo». Žižek affronta anche i problemi che caratterizzano gli Stati Uniti, come l’epidemia di oppioidi. Riprende l’idea marxiana dell’oppio dei popoli, articolandola altrimenti.
L’oppio come sostanza, il “popolo” come costruzione ideologica e la fuga nelle droghe. La dimensione chimica entra nella gestione del quotidiano, creando nuove minacce opposte della vita contemporanea. Il filosofo evoca anche il rischio di guerra civile, ricordando che Trump è stato giudicato colpevole di 34 capi d’accusa da un tribunale di Manhattan. Nell’analisi del recente film “Civil War”, Žižek sostiene che molti conflitti sono pseudo-conflitti. Il trumpismo viene interpretato come una reazione al fallimento dello Stato sociale liberal-democratico. Anche una sua eventuale sconfitta potrebbe aggravare la situazione, alimentando l’esclusione di ampie fasce della popolazione. «Tutte le opzioni dominanti – il nuovo populismo di destra, il centro progressista, il vecchio Stato sociale socialdemocratico, il fondamentalismo religioso, persino l’ingenua convinzione che il rafforzamento dei BRICS possa generare un nuovo ordine multipolare – sono nate morte».
In relazione all’attentato del luglio 2024, Trump viene elevato a feticcio in senso psicoanalitico. Anche la fascinazione liberal nei suoi confronti assume caratteri simili, mascherando le contraddizioni del progressismo. Dopo la vittoria del 2024, emerge il paradosso di un leader percepito come moralmente discutibile che diventa punto di riferimento per i conservatori cristiani. Nonostante le sue contraddizioni, essi privilegiano la sua agenda politica, in particolare sull’aborto. Più Trump viene ridicolizzato, più una parte dell’elettorato si identifica con lui. L’UE viene presentata come uno dei principali avversari degli Stati Uniti, insieme a Russia e Cina, in un contesto segnato dall’emergere del multipolarismo dei BRICS. In conclusione, secondo Žižek, dopo la crisi del 2008 il modello neoliberista è diventato insostenibile. E Trump ne avrebbe colto i limiti. L’autore guarda con favore ad alcune misure protezionistiche, ritenendo che abbiano contribuito a incrinare l’odiatissimo il neoliberismo globale.
Amedeo Gasparini