Commento

Lo stile è il segno distintivo dello scrittore

«Gli scrittori mi interessano solo se hanno uno stile. Se non hanno stile, non mi interessano. Le storie sono ovunque […], ne vedo ovunque, nei commissariati, nei tribunali penali, nella vostra vita, tutti hanno una storia […] e mille storie». Così parlava Louis-Ferdinand Céline in un’intervista rilasciata verso la fine della sua vita. Una confessione sincera, cruda e spietata. Céline aveva molto da dire – e molto da espiare, per le sue opportuniste scelte prima e durante la guerra – ma in questa frase coglieva con esattezza un punto cruciale. Cioè che quando si scrive, le storie, la trama, le idee non bastano. Chiunque, letteralmente chiunque, può raccontarne una. Peraltro, con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale tutti possono creare contenuti prosaici e pur di discreta e buona qualità. Il risultato? Viviamo in un universo narrativo costante, dove ogni biografia è racconto, l’evento è trama, la vita è fiction. Scrivere letteratura è tutt’altro.

Non è raccontare una storia. È trovare una voce che renda quella storia non sostituibile, non interscambiabile con altre. Ed è lì che entra in gioco la questione dello stile. Lo stile come visione, come respiro, come mondo. Céline, che uno stile l’aveva – torrenziale, sgrammaticato, tagliente, diretto, punteggiato – sapeva che solo quello distingue uno scrittore vero da un narratore qualunque. E la sua affermazione, oltre che radicale, resta ancora oggi centrale. Il vero discrimine non è cosa si racconta, ma come. L’industria editoriale è piena di buoni narratori. Di abili artigiani della trama. Di scrittori efficienti, capaci, professionali. Ma lo stile – quello che lascia un suo segno – è rarissimo. E non sempre coincide con la notorietà. Anzi, spesso i veri “stilisti” sono scrittori marginali, eccentrici. Non canonizzabili. Non sempre sono quelli più citati o letti. Eppure, sono loro a rendere la letteratura distinta da ogni altra forma di scrittura.

Uno stile riconoscibile, personale, consapevole: questo fa di un autore una voce. Quando leggiamo scrittori caratterizzati da uno stile si entra in un universo che prima di loro non esisteva. Per restare nel Novecento, con Marcel Proust, il romanzo si dilata: periodi interminabili e riflessivi creano un flusso temporale e sensoriale circolare. Franz Kafka invece asciuga, raffredda, aliena: la sua lingua secca ed enigmatica ha dato forma al perturbante della modernità. Con James Joyce il linguaggio esplode in tutte le sue possibilità e la complessità sintattica spinge il romanzo quasi oltre se stesso. A fargli eco, con altre tonalità, Virginia Woolf, che forgia uno stile intimo e liquido, perfetto per restituire movimenti della coscienza. Fernando Pessoa inventa una costellazione di eteronimi – ciascuno con una voce propria – e definisce uno stile polifonico. L’incandescenza di Antonin Artaud sconvolge i confini tra scrittura e corpo: la sua lingua è furiosa, visionaria.

William Faulkner raggiunge una sintassi ipnotica e il flusso di coscienza con voci che si stratificano. Lo stesso vale, con accenti più rozzi e selvaggi, per Carlo Emilio Gadda, che orchestra una prosa centrifuga, miscelando dialetti, latino, tecnicismi e neologismi. Samuel Beckett risponde con l’essenziale: la lingua è prosciugata, scarna. Mentre d’altra parte, la voce tagliente e ossessiva di Sylvia Plath concentra in ogni parola una tensione lirica e furiosa. Elsa Morante crea una scrittura fiabesca e cruda, emotivamente carica, dove l’epico convive con il quotidiano. Con Thomas Bernhard, la prosa diventa un monologo ininterrotto, ipnotico, ossessivo, musicale. Simile per eccesso barocco è Giorgio Manganelli, il cui stile intellettuale e metaletterario costruisce frasi-labirinto. Charles Bukowski va nella direzione opposta: scrittura essenziale, brutale, urbana, volgare e malinconica. Clarice Lispector adotta una lingua spirituale e ambigua, con testi densi, profondi, enigmatici come l’interiorità che esplora. Costoro resteranno. Proprio per il loro stile.

Molti libri di molti scrittori sono ben scritti. Ma potrebbero essere stati scritti da altri. Invece la vera scrittura è segnata da una necessità interna. La lingua non è solo veicolo; è già pensiero. Chi scrive con uno stile proprio è spesso solo. Perché non si appoggia ai modelli, non cerca approvazione, non si adatta alla moda. Scrive perché non può fare altrimenti. Ed è forse per questo che la sua voce risuona. Ma c’è anche un costo. Lo sapeva bene Céline, che in un secondo estratto della medesima intervista ha affermato: «Ho smesso di essere scrittore […], per diventare cronista, quindi ho messo la mia pelle sul tavolo. Perché non dimenticate una cosa, che la vera imperatrice è la morte […]. Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, non avete nulla. Bisogna pagare». Céline pagò, ma non per la scrittura, che rimane e che è emblematica.

La scrittura autentica è una forma di esposizione integrale. Non si protegge dietro l’eleganza, la retorica, la convenzione. È sempre, in qualche modo, scandalosa. È quasi uno scorticamento. E infatti, la letteratura vera – quella stilisticamente necessaria – è spesso scomoda, per l’autore prima di tutto. Scrivere con stile vuol dire pagare un prezzo. Non solo in termini psicologici, ma anche rispetto alla ricezione. Lo stile esclude, respinge, divide. Chi scrive in maniera davvero personale sa che rischia l’incomprensione o il fraintendimento. Talvolta, anche la marginalizzazione. Eppure, è anche in quel rischio che si gioca il senso della letteratura. Nella storia della scrittura, gli autori con uno stile vero sono pochissimi. Non si parla di quelli semplicemente famosi, né dei più venduti o celebrati. Il gusto letterario cambia, la moda si sposta, la fortuna critica si rovescia. Ma lo stile autentico resiste. Perché è unico.

Ogni scrittore di e con stile ha lasciato nella lingua una ferita. Sono pochi. E molte le imitazioni. Diffidare delle imitazioni: la letteratura seria non è un inganno! Per ogni grande voce letteraria ci sono decine di migliaia di scrittori che hanno scritto decentemente, onestamente. Anche bene. Avevano tecnica, contenuti, cultura. Ma sono scomparsi. Mancava loro l’unica cosa non imitabile: il modo di guardare il mondo. Lo stile non è decorazione. Non è una scorciatoia per l’identità. È la prova che la scrittura può ancora essere atto di resistenza, in ispecie quando l’omologazione linguistica è dietro l’angolo. Non tutto ciò che si scrive è letteratura. Non tutto ciò che racconta è voce. E non tutti coloro che pubblicano sono scrittori, nel senso profondo del termine. Solo chi ha uno stile lo è davvero. E lo stile, come la verità, è una cosa che si paga, perché è la valuta dell’anticonformismo.

Amedeo Gasparini

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