La mattina del 6 agosto 1945, alle 8:15, l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba “Little Boy” sulla città di Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto, fu la volta di “Fat Man” su Nagasaki. Due esplosioni che causarono un totale di vittime ancora difficile da stimare con precisione, che si aggira attorno alle trecentomila persone, quasi esclusivamente civili. I bombardamenti delle due città giapponesi furono risolutivi nel piegare la resistenza giapponese e porre fine alla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. Le esplosioni dovevano essere spettacolari e incutere un timore senza precedenti ai giapponesi e al mondo. Proprio per questo, fra gli obiettivi iniziali c’era prima Kyoto, la capitale storica del Giappone. Ma fu scartata all’ultimo momento per una coincidenza. Se il segretario di guerra Henry Stimson non l’avesse visitata e apprezzata durante il suo viaggio di nozze, oggi non avremmo granché da visitare dei suoi templi.
Hiroshima fu scelta perché era un bersaglio vergine che avrebbe permesso di valutare appieno la potenza distruttiva della nuova arma statunitense. Quanto a Nagasaki, è chiaro oggi che il suo bombardamento sarebbe stato evitabile, giacché inservibile alla conclusione della guerra. Tra danni diretti e indiretti, si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi. Ottant’anni dopo gli eventi, invece di scomparire dalla scena mondiale, l’arma nucleare è tornata al centro delle crisi internazionali con una frequenza e un’intensità retorica che ricordano i momenti più bui della Guerra Fredda. È di questi anni l’esplosione delle perenni minacce di Vladimir Putin in tal senso sull’Europa, della guerra lampo Israele-Iran. Non ci sarà, nel corto o medio periodo, una fine dell’era nucleare. Anzi, l’età nucleare appare protrarsi ai tempi supplementari, con una pericolosità che supera quella degli anni più tesi del confronto bipolare.
Secondo alcuni analisti, oggi il rischio di un conflitto atomico è più concreto di quanto non fosse durante la crisi dei missili di Cuba. Nel 2020, il totale delle armi negli arsenali ammontava a 13.410 ordigni nucleari, migliaia dei quali sono pronti al lancio. La questione del nucleare iraniano è parte delle tensioni tra l’Iran e il resto del mondo. Tra il 21 e il 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno condotto l’operazione “Martello di Mezzanotte”, bombardando tre siti nucleari iraniani con bombardieri decollati dal Missouri. Il presidente Donald Trump ha parlato di una «guerra dei dodici giorni» e ha deciso di ricorrere, fra tutte le similitudini possibili, a quella con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, assicurando che «i siti nucleari chiave iraniani sono stati completamente e totalmente distrutti». Il che è ovviamente falso, peraltro.
La notizia ha avuto vita breve. Ma per la prima volta dal 1945, una potenza nucleare ha attaccato direttamente le infrastrutture atomiche di un altro paese, mentre la Russia da oltre tre anni minaccia la sicurezza della centrale di Zaporižžja nell’ambito del suo assalto all’Ucraina. L’ironia della Storia è amara. Trump aveva avviato negoziati diretti con l’Iran proprio per evitare questa escalation. Ma le pressioni israeliane e la logica della guerra preventiva – tanto aborrita da Trump! – hanno prevalso. Un tentativo di soluzione pacifica della questione nucleare iraniana esisteva già – il famoso accordo JCPOA. Ma fu proprio Trump, nel primo mandato, a farlo saltare. Secondariamente, c’è la questione russa. L’Occidente e la NATO non hanno mai minacciato la Russia negli anni con l’arma nucleare. Eppure, il Cremlino – che su questo non è mai pizzicato nell’opinione pubblica occidentale – fa la cosa con una preoccupante frequenza che non riceve una considerazione soddisfacente.
Una retorica irresponsabile quella di Mosca. Che continua a minacciare l’uso di armi nucleari tattiche nel conflitto ucraino nella totale indifferenza. La questione della Corea del Nord completa il quadro delle minacce nucleari. Il regime di Pyongyang continua a investire sulle armi nucleari in maniera isolata, illegale e a discapito della popolazione che muore di fame. Kim Jong-un ha fatto del nucleare l’unica carta per garantire la sopravvivenza politica del sistema, trasformando l’atomica da deterrente in ossessione. Cosa succederebbe se fossero lanciati missili con testate nucleari contro gli USA? Lo scenario, raccontato dal Washington Post (2 luglio 2025) in un angosciante articolo, appare apocalittico. Appena quarantacinque minuti dopo il lancio nemico morirebbero all’istante centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti. Per le radiazioni perderebbero la vita milioni di altri americani. Da aggiungere quelle della rappresaglia. Molte zone della Terra diventerebbero inabitabili per decenni, proprio come è successo a Chernobyl.
Non è casuale che proprio in questo momento storico abbia trovato enorme successo il film “Oppenheimer”, capolavoro di Christopher Nolan che analizza rimorsi e contraddizioni di Robert J. Oppenheimer, il padre della bomba atomica. Il grandioso film del 2023 ha ricordato al mondo che dietro l’arma più distruttiva mai creata ci sono state persone in carne e ossa, con dubbi, paure e sensi di colpa che li hanno tormentati per tutta la vita. La pellicola ha riportato al centro dell’attenzione pubblica le implicazioni etiche e morali dello sviluppo nucleare. Tuttavia, la lezione di Oppenheimer, come quella di Hiroshima e Nagasaki, sembra cadere nel vuoto. E comunque, la deterrenza nucleare come cauzione di pace non pare funzionare di per sé. I conflitti continuano e c’è una sorta di gioco del pollo su chi si sfilerà prima, sperando che l’altro lo farà. Un gioco intollerabile e molto rischioso su scala mondiale.
Ma intanto si corre uno contro l’altro verso l’abisso, in una dinamica che ricorda la Guerra Fredda, ma con una differenza sostanziale. Complice la crisi di Cuba, allora c’erano canali di comunicazione diretta tra le superpotenze e meccanismi di controllo degli armamenti. Oggi il mondo multipolare ha moltiplicato gli attori nucleari senza creare istituzioni adeguate per gestire la complessità. L’eredità di Hiroshima e Nagasaki doveva essere chiara: mai più l’uso bellico dell’atomo. I sopravvissuti, gli hibakusha, hanno dedicato le loro vite a testimoniare l’orrore di quelle esplosioni. Ma mentre commemoriamo gli ottant’anni da quei tragici eventi, il mondo sembra aver dimenticato quella fondamentale lezione. L’età nucleare, lungi dall’essere superata, si prolunga in un mondo che ha moltiplicato i rischi senza creare gli strumenti per gestirli. E il rischio che qualcuno, da qualche parte, decida di premere il pulsante rosso si fa più concreto. Chi – e come – risponderebbe?
Amedeo Gasparini
La mattina del 6 agosto 1945, alle 8:15, l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba “Little Boy” sulla città di Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto, fu la volta di “Fat Man” su Nagasaki. Due esplosioni che causarono un totale di vittime ancora difficile da stimare con precisione, che si aggira attorno alle trecentomila persone, quasi esclusivamente civili. I bombardamenti delle due città giapponesi furono risolutivi nel piegare la resistenza giapponese e porre fine alla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. Le esplosioni dovevano essere spettacolari e incutere un timore senza precedenti ai giapponesi e al mondo. Proprio per questo, fra gli obiettivi iniziali c’era prima Kyoto, la capitale storica del Giappone. Ma fu scartata all’ultimo momento per una coincidenza. Se il segretario di guerra Henry Stimson non l’avesse visitata e apprezzata durante il suo viaggio di nozze, oggi non avremmo granché da visitare dei suoi templi.
Hiroshima fu scelta perché era un bersaglio vergine che avrebbe permesso di valutare appieno la potenza distruttiva della nuova arma statunitense. Quanto a Nagasaki, è chiaro oggi che il suo bombardamento sarebbe stato evitabile, giacché inservibile alla conclusione della guerra. Tra danni diretti e indiretti, si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi. Ottant’anni dopo gli eventi, invece di scomparire dalla scena mondiale, l’arma nucleare è tornata al centro delle crisi internazionali con una frequenza e un’intensità retorica che ricordano i momenti più bui della Guerra Fredda. È di questi anni l’esplosione delle perenni minacce di Vladimir Putin in tal senso sull’Europa, della guerra lampo Israele-Iran. Non ci sarà, nel corto o medio periodo, una fine dell’era nucleare. Anzi, l’età nucleare appare protrarsi ai tempi supplementari, con una pericolosità che supera quella degli anni più tesi del confronto bipolare.
Secondo alcuni analisti, oggi il rischio di un conflitto atomico è più concreto di quanto non fosse durante la crisi dei missili di Cuba. Nel 2020, il totale delle armi negli arsenali ammontava a 13.410 ordigni nucleari, migliaia dei quali sono pronti al lancio. La questione del nucleare iraniano è parte delle tensioni tra l’Iran e il resto del mondo. Tra il 21 e il 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno condotto l’operazione “Martello di Mezzanotte”, bombardando tre siti nucleari iraniani con bombardieri decollati dal Missouri. Il presidente Donald Trump ha parlato di una «guerra dei dodici giorni» e ha deciso di ricorrere, fra tutte le similitudini possibili, a quella con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, assicurando che «i siti nucleari chiave iraniani sono stati completamente e totalmente distrutti». Il che è ovviamente falso, peraltro.
La notizia ha avuto vita breve. Ma per la prima volta dal 1945, una potenza nucleare ha attaccato direttamente le infrastrutture atomiche di un altro paese, mentre la Russia da oltre tre anni minaccia la sicurezza della centrale di Zaporižžja nell’ambito del suo assalto all’Ucraina. L’ironia della Storia è amara. Trump aveva avviato negoziati diretti con l’Iran proprio per evitare questa escalation. Ma le pressioni israeliane e la logica della guerra preventiva – tanto aborrita da Trump! – hanno prevalso. Un tentativo di soluzione pacifica della questione nucleare iraniana esisteva già – il famoso accordo JCPOA. Ma fu proprio Trump, nel primo mandato, a farlo saltare. Secondariamente, c’è la questione russa. L’Occidente e la NATO non hanno mai minacciato la Russia negli anni con l’arma nucleare. Eppure, il Cremlino – che su questo non è mai pizzicato nell’opinione pubblica occidentale – fa la cosa con una preoccupante frequenza che non riceve una considerazione soddisfacente.
Una retorica irresponsabile quella di Mosca. Che continua a minacciare l’uso di armi nucleari tattiche nel conflitto ucraino nella totale indifferenza. La questione della Corea del Nord completa il quadro delle minacce nucleari. Il regime di Pyongyang continua a investire sulle armi nucleari in maniera isolata, illegale e a discapito della popolazione che muore di fame. Kim Jong-un ha fatto del nucleare l’unica carta per garantire la sopravvivenza politica del sistema, trasformando l’atomica da deterrente in ossessione. Cosa succederebbe se fossero lanciati missili con testate nucleari contro gli USA? Lo scenario, raccontato dal Washington Post (2 luglio 2025) in un angosciante articolo, appare apocalittico. Appena quarantacinque minuti dopo il lancio nemico morirebbero all’istante centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti. Per le radiazioni perderebbero la vita milioni di altri americani. Da aggiungere quelle della rappresaglia. Molte zone della Terra diventerebbero inabitabili per decenni, proprio come è successo a Chernobyl.
Non è casuale che proprio in questo momento storico abbia trovato enorme successo il film “Oppenheimer”, capolavoro di Christopher Nolan che analizza rimorsi e contraddizioni di Robert J. Oppenheimer, il padre della bomba atomica. Il grandioso film del 2023 ha ricordato al mondo che dietro l’arma più distruttiva mai creata ci sono state persone in carne e ossa, con dubbi, paure e sensi di colpa che li hanno tormentati per tutta la vita. La pellicola ha riportato al centro dell’attenzione pubblica le implicazioni etiche e morali dello sviluppo nucleare. Tuttavia, la lezione di Oppenheimer, come quella di Hiroshima e Nagasaki, sembra cadere nel vuoto. E comunque, la deterrenza nucleare come cauzione di pace non pare funzionare di per sé. I conflitti continuano e c’è una sorta di gioco del pollo su chi si sfilerà prima, sperando che l’altro lo farà. Un gioco intollerabile e molto rischioso su scala mondiale.
Ma intanto si corre uno contro l’altro verso l’abisso, in una dinamica che ricorda la Guerra Fredda, ma con una differenza sostanziale. Complice la crisi di Cuba, allora c’erano canali di comunicazione diretta tra le superpotenze e meccanismi di controllo degli armamenti. Oggi il mondo multipolare ha moltiplicato gli attori nucleari senza creare istituzioni adeguate per gestire la complessità. L’eredità di Hiroshima e Nagasaki doveva essere chiara: mai più l’uso bellico dell’atomo. I sopravvissuti, gli hibakusha, hanno dedicato le loro vite a testimoniare l’orrore di quelle esplosioni. Ma mentre commemoriamo gli ottant’anni da quei tragici eventi, il mondo sembra aver dimenticato quella fondamentale lezione. L’età nucleare, lungi dall’essere superata, si prolunga in un mondo che ha moltiplicato i rischi senza creare gli strumenti per gestirli. E il rischio che qualcuno, da qualche parte, decida di premere il pulsante rosso si fa più concreto. Chi – e come – risponderebbe?
Amedeo Gasparini