Commento

Lorenza Foschini alla ricerca del cappotto perduto di Proust

Un libricino che si legge come un romanzo e si ricorda come una certa confidenza, Il cappotto di Proust (La nave di Teseo 2025) di Lorenza Foschini. Rinchiuso in una vecchia scatola, dimenticato in un deposito del Musée Carnavalet, il cappotto di Marcel Proust giace liso, imbottito di carta, come un corpo in attesa di resurrezione. È quello che lo scrittore indossava mentre scriveva Alla ricerca del tempo perduto. Quello che lo avvolgeva nei suoi ultimi anni di vita. «Se provo, chiudendo gli occhi, a immaginare Proust, lo vedo avvolto nel suo scuro cappotto così come viene descritto da molti di quelli che lo hanno conosciuto», scrive l’autrice. Che rievoca in maniera suggestiva la società parigina di inizio Novecento. Ed è delicata nel narrare il potere evocativo degli oggetti, nonché la forza della memoria che resiste al tempo. Che vaga nelle stanze e nell’esistenza del giovane Marcel.

Come una detective, Lorenza Foschini guida un’indagine appassionata e personale sulle tracce del collezionista Jacques Guérin. Si tratta del raffinato bibliofilo e industriale del profumo che salvò dall’oblio non solo il cappotto, ma anche lettere, manoscritti e mobili dello scrittore. Tra archivi, memorie e silenzi familiari, emerge dunque una storia fatta di ossessioni e amore per la letteratura. Da questo cappotto Proust non si separava mai. È a doppiopetto, chiuso da una duplice fila di tre bottoni. Attraverso questo capo si può ricostruire anche la vita di Proust, tra cui la relazione con Jacques Bizet, figlio del compositore, conosciuto al liceo Condorcet. Marcel ne era innamorato perso, come testimoniano molte lettere. Lui e il fratello, Robert Proust, ebbero senza dubbio rapporti affettuosi, ma mai intimi. A unirli era il senso della comune appartenenza, l’amore per i genitori, un’infanzia trascorsa insieme, non certo gusti e interessi in comune.

Sin da quando era ragazzo, Proust vestiva con cura, ma con uno stile particolare. Scrive l’autrice che non aveva mai cambiato abbigliamento, dando così l’impressione che per lui il tempo si fosse fermato. La sua immagine appariva come fissata negli anni della gioventù, come imbalsamata. A chi lo vedeva la prima volta dava la sensazione di un’apparizione. Proust camminava con una sorta di lentezza impacciata. Si sedeva a un tavolo, mangiava poco, qualche volta beveva. Nel 1913 Jean Cocteau ritrae Proust, imbacuccato nel suo cappotto, il mento nascosto dal bavero di pelliccia su cui si posano i baffi ancora neri come i capelli che sbucano dalla bombetta. Racconta Cocteau: «Da queste escursioni rientrava all’alba serrando il cappotto foderato di pelliccia, livido, gli occhi cerchiati di bistro, un litro di acqua di Evian che gli usciva dalla tasca».

Amedeo Gasparini

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